mercoledì, 16 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

La nascita dell’egemonia
dei mercati finanziari
Pubblicato il 16-12-2016


finanzaSpesso, con l’evocazione della globalizzazione dei mercati si allude alla perdita della capacità degli Stati di assicurare un razionale governo delle economie nazionali; ciò, in considerazione del fatto che il presunto affievolirsi del ruolo degli Stati-nazione, con cui l’economia globale si è liberata dei “vincoli territoriali”, avrebbe consentito all’attività economica di svolgersi a livello globale. al di sopra degli Stati, anziché a livello interstatale. I singoli Stati avrebbero concorso a creare “una struttura per la regolamentazione delle attività economiche, rispetto alla quale essi rimangono ancora i maggiori protagonisti”; nel senso che gli Stati avrebbero creato tale struttura allo scopo di fornire un valido sostegno all’economia globale, senza la quale questa non potrebbe funzionare, con conseguenze che nessuno avrebbe trovato vantaggiose.
Questa tesi è sostenuta da Ethan B. Kapstein, docente all’Università statale dell’Arizona e già funzionario internazionale del settore bancario, in “Governare l’economia globale. La finanza internazionale e lo Stato”. Il ruolo che gli Stati hanno svolto in occasione delle crisi petrolifere degli anni Settanta sono all’origine, a parere di Kapstein, della primazia conquistata dai mercati finanziari su quelli reali; rendersi conto del processo attraverso il quale è stata creata la struttura finanziaria dell’economia globale consente di capire le ragioni per cui è difficile il governo degli stati di crisi che continuano ad affliggere molti Paesi, come quelli ad esempio che appartengono allo spazio economico integrato dell’Unione Europea; questi vorrebbero trovare una “via di fuga” dagli effetti negativi della Grande Recessione del 2008/2009, invocando un impegno solidaristico che è difficile, se non impossibile, da soddisfare.
Il momento in cui i mercati finanziari hanno assunto un ruolo dominante viene individuato da Kapstein negli shock petroliferi degli anni Settanta, che hanno causato “i più grandi trasferimenti di reddito della storia”; originati, questi ultimi, dalla guerra dello Yom Kippur, scoppiata nel 1973 tra l’Egitto e la Siria, da un lato, e Israele dall’altro. Di fronte al prevalere dello Stato di Israele, i ministri rappresentanti l’”Organizzazione dei Paesi arabi esportatori di petrolio” (OPEC) si sono incontrati per concordare un piano comune riguardo alle esportazioni di petrolio. La prima decisione è stata quella di aumentare il prezzo del combustibile e di ridurre la produzione di greggio, minacciando i Paesi industriali dell’Occidente di effettuare ulteriori aumenti dei prezzi e dei tagli di produzione se Israele non si fosse ritirata da tutti i territori arabi occupati nel 1967, in occasione della “guerra dei sei giorni”. Con tale decisione ha avuto inizio la “prima crisi petrolifera”, che ha originato ristrettezze economiche per i Paesi più industrializzati dell’Occidente e difficoltà ancora più gravi per i Paesi in via di sviluppo, che hanno visto interrompersi il loro processo di crescita, prevalentemente fondato sul basso costo del petrolio importato.

Ethan Kapstein

Ethan Kapstein

Le decisioni dell’OPEC, causando i “grandi trasferimento di reddito” espressi in dollari (la valuta che, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, era divenuta la “moneta base” a livello internazionale), soprattutto dai Paesi più industrializzati a favore dei Paesi arabi produttori di petrolio; questi ultimi sono venuti a trovarsi nella necessità di individuare forme convenienti di investimento per i loro avanzi commerciali. Ciò ha consentito ai Paesi industrializzati occidentali, con gli Stati Uniti nella veste di Stato-leader, di rimediare al “ricatto” dei Paesi arabi, perseguendo due linee di azione politica: innanzitutto, aprendo la possibilità ad una parte dei petrodollari (così sono stati chiamati gli avanzi commerciali dei Paesi arabi) di trovare forme di investimento in tutti i comparti industriali manifatturieri delle economie occidentali, soprattutto nei comparti produttivi di manufatti ad alto consumo energetico (“sterilizzando” in tal modo la propensione dei Paesi aravi a rendere instabili, con il “ricatto”, i mercati dei prodotti delle attività produttive nelle quali avevano acquisito larghe partecipazioni), ma con rigida esclusione dei comparti produttivi delle tecnologie e dei prodotti direttamente connessi con l’estrazione e la commercializzazione del petrolio; in secondo luogo, favorendo la concessione di prestiti a favore dei Paesi in via di sviluppo, da parte soprattutto delle banche degli Stati Uniti, opportunamente incentivate per attrarre sotto forma di depositi la parte dei petrodollari non investita in attività reali.
Le banche americane, con l’assunzione del ruolo di finanziatori dei Paesi in via di sviluppo, hanno però assunto un alto “profilo di rischio”, dovuto al fatto che i loro portafogli venivano a maturare un “pesante” squilibrio nelle scadenze e nei tassi di interesse, derivante dalla concessione di prestiti a lungo termine a tasso fisso, finanziati con i depositi in petrodollari, a breve termine e a tasso variabile. Ciononostante, gli Stati Uniti, con le loro politiche macroeconomiche – afferma Kapstein – sono riusciti ad equilibrare i bisogni della loro economia interna con quelli dell’economia internazionale. A partire dal 1975, infatti, l’economia globale ha vissuto un periodo di stabilità, della quale hanno fruito gli stessi Paesi in via di sviluppo, almeno quelli che, dotati di materie prime da esportare, hanno potuto sperare di poter continuare ad aumentare il loro prodotto interno. Ma la stabilità non è durata a lungo, in quanto nel 1978/1979, con l’ascesa al potere di Khomeini in Iran, sulla scena mondiale si è profilata una nuova minaccia, causata dalla “seconda crisi petrolifera”, seguita alla chiusura della produzione petrolifera iraniana durante la rivoluzione islamica e dopo la destituzione dello Scià di Persia Reza Pahlavi.
Per i mercati finanziari internazionali, gli eventi del 1978/1979 hanno costituito una replica di quanto accaduto dopo la “prima crisi petrolifera”, nel senso che, ancora una volta, i Paesi esportatori di petrolio hanno visto aumentare gli avanzi delle loro bilance commerciali, mentre i Paesi in via di sviluppo, che i Paesi occidentali volevano conservare sotto la loro sfera d’influenza, hanno vissuto gli esiti di un aumento della loro esposizione debitoria, divenuta insostenibile, che ha dato origine nel 1982 alla “crisi del debito”. Questa, a parere di Kapstein, ha costituito “la più grande sfida alla stabilità economica internazionale che il mondo si fosse trovato ad affrontare dall’epoca della Grande Depressione”. Molti osservatori di allora hanno considerato il sistema finanziario, su cui poggiava il funzionamento dell’economia globale, esposto al rischio d’”essere spazzato via” da un momento all’altro.
Nel giro di un decennio, però, anche i rischi legati alla crisi del debito dei Paesi in via di sviluppo sono stati superati; al riguardo, Kapstein ricorda che “un titolo dell’Economist annunciava: ‘Crisi del debito: riposa in pace’”. Com’è potuto accadere tutto ciò? La spiegazione di Kapstein è che se gli Stati industrializzati dell’Occidente volevano evitare il destino economico e politico degli anni Trenta dovevano allargare e ammodernare la struttura che era stata creata per governare il mercato finanziario globale dopo il secondo conflitto mondiale; allora, tale struttura è stata realizzata mediante l’”Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio”, meglio conosciuto come “General Agreement on Tariffs and Trade” (GATT), col quale sono state stabilite le basi per un sistema multilaterale di relazioni commerciali, al fine di favorire, pur in presenza di molti vincoli, la liberalizzazione del commercio mondiale di prodotti finiti e di materie prime.
Per risolvere il problema della crisi del debito, i sistemi industriali occidentali hanno dovuto riconoscere la necessità “che fossero gli Stati a svolgere un ruolo guida”; ciò, in considerazione del fatto che i mercati finanziari, lasciati a se stessi, non potevano dar luogo ad esiti stabili, utili per tutti. Per prima cosa, è stato riconosciuto che la crisi del debito aveva una natura sistemica, che “poteva far crollare il sistema finanziario internazionale. Solo gli Stati avevano la possibilità di mobilitare liquidità sufficiente a mantenere in funzione il sistema”. In secondo luogo, è stato necessario far rispettare gli accordi sui prestiti internazionali, che ancora una volta solo gli Stati potevano garantire attraverso l’esercizio di una conveniente “pressione” (politica, diplomatica, militare), perché i Paesi indebitati onorassero i loro impegni. In terzo luogo, è stato anche inevitabile riconoscere che, in assenza del potere regolatore dello Stato, le singole banche potessero essere tentate di sottrarsi agli impegni riguardo alla funzionalità della struttura finanziaria internazionale, a seconda della composizione del loro portafoglio. Infine, ai Paesi creditori, attraverso le istituzioni internazionali preposte al governo del sistema finanziario globale, è stato consentito di poter imporre le proprie condizioni sui prestiti che venivano concessi ai Paesi debitori.
“Nessuno di questi compiti – afferma Kapstein – avrebbe potuto essere svolto in modo adeguato soltanto dal mercato”; ragione, questa, per cui il regolare funzionamento della struttura finanziaria internazionale è diventata la condizione essenziale per la salvaguardia della libertà di commercio a livello globale. La primazia dei mercati finanziari ha preso così corpo, aprendo la strada alla globalizzazione e all’integrazione ulteriore dei sistemi economici nazionali, con l’abolizione dei vincoli residui, previsti dal GATT, sulla libertà di investimento e di movimento delle persone a livello globale.
Per garantire la stabilità economica a livello mondiale, la struttura finanziaria internazionale è stata dotata di istituzioni operanti a due livelli: a un livello superiore, sono state poste le istituzioni preposte al governo della cooperazione internazionale tra gli Stati; a un livello funzionalmente inferiore, sono state collocate le istituzioni interne ai singoli Stati, con l’assegnazione alle banche centrali dell’esercizio del controllo sulle altre istituzioni finanziarie interne, perché la loro attività consentisse di “conciliare gli interessi prudenziali con quelli competitivi” del sistema economico di appartenenza.
La struttura di governo del sistema finanziario globale dimostra che, con gli accodi che hanno consentito la costruzione del sistema finanziario internazionale nato dopo le crisi petrolifere e di quella del debiti dei Paesi in via di sviluppo, le banche non sono mai state – come sottolinea Kapstein – degli operatori economici “liberi”, ma operatori altamente vigilati, perché la loro attività consentisse di conciliare gli interessi del sistema economico di appartenenza con quelli del regolare funzionamento del sistema finanziario internazionale. La stessa struttura di governo del sistema finanziario globale dimostra anche come, spesso, il suo modo di operare contrasti con la realtà; è frequente, infatti, che la cooperazione tra gli Stati-nazione sia disattesa da qualcuno di essi, con conseguenze negative per l’economia globale, tanto più gravi, quanto più importante è il ruolo dello Stato le cui istituzioni finanziarie interne operino in modo da non conciliare gli interessi del sistema economico nazionale con quelli del regolare funzionamento del sistema finanziario internazionale. L’esempio più clamoroso è espresso dalla “crisi dei subprime”, scoppiata alla fine del 2006 negli Stati Uniti, con gravi conseguenze per l’economia mondiale; questa crisi ha originato, com’è noto, la Grande Recessione che ha colpito in modo particolare i Paesi industrializzati dell’Occidente, da molti considerata la peggior crisi economica dai tempi della Grande Depressione del 1929/1932.
L’esempio della crisi innescata dallo “scorretto” comportamento delle istituzioni finanziarie interne di uno dei Paesi, parte integrante della struttura finanziaria internazionale, sta a dimostrare come la supremazia dei mercati finanziari non sia di per sé in grado di mettere al riparo l’economia globale dal pericolo del sopraggiungere di nuove crisi; pericolo che non potrà certo essere evitato in futuro, sin tanto che la struttura globale che dovrebbe impedirlo sarà parzialmente fondata su istituzioni finanziarie che devono avere cura anche degli interessi nazionali.
Ciò che l’analisi di Kapstein può valere a suggerire ai Paesi aderenti all’Unione Europea è che gli obblighi contratti dai singoli Stati-nazione con l’adesione agli accordi stipulati per la creazione e la salvaguardia delle struttura finanziaria internazionale costituiscono forse l’ostacolo maggiore (se non insormontabile) che impedisce il conseguimento della tanto auspicata unità politica, lasciando indifferenti le istituzioni finanziarie internazionali, per via degli effetti destabilizzanti che la realizzazione dell’unificazione politica dei Paesi europei potrebbe provocare sulla capacità di tenuta della struttura finanziaria globale.
Il risvolto dell’impedimento al conseguimento dell’integrazione dell’Europa anche a livello politico potrebbe essere ottimisticamente trovato nel fatto che un’Europa unita dovrebbe essere percepita dagli Stati membri come la condizione utile a limitare, o a equilibrare, le asimmetrie decisionali esistenti a vantaggio dei cosiddetti “azionisti di riferimento” presenti all’interno delle istituzioni finanziarie internazionale. Ciò implicherebbe il riconoscimento, da parte dei Paesi europei, che sono le asimmetrie di potere la principale causa scatenate delle crisi che le superpotenze, col loro comportamento, non esitano a consentire, talvolta a facilitare, il loro verificarsi, quando sono in gioco i loro interessi nazionali.

Gianfranco Sabattini

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