mercoledì, 26 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

La promessa Renzi
Pubblicato il 06-12-2016


Matteo Renzi l’aveva promesso e l’ha fatto. Dopo la sconfitta al referendum sulla riforma costituzionale, forse imprevista nelle dimensioni, si è presentato dimissionario al Colle, e ha rimesso il futuro degli italiani nelle mani del Presidente della Repubblica, così come prevede la costituzione. Non sapremo mai, o forse si, se Renzi si senta colpevole per quell’estremizzazione del referendum in un referendum ad personam che ha caratterizzato le prime dichiarazioni della sua campagna elettorale. Tant’è che quel “se perdo vado a casa” incauto, coraggioso, sbruffone, ha dato adito alla costruzione della mega coalizione anti-renziana che, a conti fatti, forte anche di un’affluenza alle urne inaspettata, è arrivata a un 60% che è un dato importante ma che, in chiave elettorale, si presta a molteplici letture. In primis, all’interno della maggioranza che si è espressa per il No, c’è di tutto. C’è la sinistra più radicale, c’è la minoranza interna al Pd, c’è Forza Italia, ci sono i Cinque Stelle, c’è la Lega, i sindacati, l’Anpi, Forza Nuova: una composita galassia tenuta insieme solo dall’avversione al premier e al suo governo. Altri motivi? Non ne vedo molti, salvo risvegliarsi in un mondo ideale dove stalinisti e post fascisti possano andare a braccetto e scrivere un programma di governo insieme. Di più, se si andasse a votare con l’Italicum, sarebbe molto probabile che il centrodestra, ancora troppo composito e frazionato, non arriverebbe al ballottaggio, dove invece, presumibilmente, approderebbero il Pd un po’ azzoppato e i Cinque Stelle. Uno scenario che può piacere a Salvini, Berlusconi e compagnia? Non lo credo. Ma gli italiani che in maggioranza hanno punito Renzi, mandando a casa il premier hanno, a mio avviso, abbattuto una certa prospettiva riformista che si stava facendo largo con il premier segretario. Le forze più conservatrici del paese, quelle del no a prescindere, hanno voluto bloccare qualsiasi slancio e qualsiasi passo avanti nella modifica di una architettura dello stato ormai palesemente inadeguata per i tempi di una democrazia moderna. E lo hanno fatto nella piena consapevolezza, in sprezzo a qualsiasi comprensione di alcuni passaggi fondamentali della nostra storia recente: dal fallimento del paese, nel 2011, che vide la defenestrazione di Berlusconi per il governo tecnico lacrime e sangue di Mario Monti, dalla storica rielezione di Napolitano nel 2013, seguita al tragico stallo prodotto dalle elezioni del febbraio dello stesso anno, quando grazie al Porcellum, l’indegnità prodotta da Calderoli, si giunse a una non maggioranza e, pertanto, alla necessaria composizione di una maggioranza parlamentare di larghe intese ripetutamente revisionata. Il governo scaturito da quella situazione non poteva che essere un governo riformista, in grado di provare, sulla scia degli accordi trasversali, ad apportare gli opportuni accorgimenti a un sistema che anche forze indipendenti, come le commissioni dei saggi, ritenevano non più rinviabili. Il governo riformista avrebbe perso la credibilità invocata da Napolitano che si fosse soffermato a vivacchiare e un senso ebbe l’incarico a Renzi, leader del principale partito di maggioranza, per cercare di smuovere una situazione paralizzata. Sono passati mille giorni, e Renzi è pronto a dimettersi. Ma si dimette forte di un 40% di sostegni riformisti, di certo molto più coesi del mondo opposto costruito su una convergenza temporale e di interesse. La maggioranza degli elettori italiani ha scelto di sconfiggere, con Renzi, una prospettiva riformista, ma senza prevedere all’orizzonte una proposta alternativa credibile e in grado di issarsi su regole del gioco poco chiare. Riuscirà, questo parlamento, a riformare la legge elettorale del senato? E se si, come? Siamo sicuri che si riuscirà ad uscire dal rischio di una nuova paralisi? Sono tutte domande lecite, così come lecito pare che, smaltita la sbornia o la nausea del dopo voto, bisognerà fare ancora i conti con quei riformisti minoritari sì, ma che non contano certo poco nel nostro paese.

Leonardo Raito

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