martedì, 25 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

L’anno dei lutti delle star, conforto della società
Pubblicato il 28-12-2016


Annus Horribilis

michealPerché quando muore un artista ci sentiamo così profondamente spaesati e gonfi di cordoglio? Pensieri che risuonano nella mente dopo il decesso di George Michael, avvenuto la notte di natale di questo 2016 straziante e tragico, non iniziato sotto i migliori auspici sotto alcun punto di vista.

I lutti musicali di questo 2016

Se l’attualità ci si è schiantata addosso con immagini di stragi e attentati, non ci è stato possibile trovare conforto neanche nella musica, oppressa dalla scomparsa di grandissimi artisti: da Natalia Cole, sofisticata cantante jazz figlia dell’indimenticato Nat King Cole, a David Bowie, che ci ha lasciato come epitaffio la sua “Lazarus” e l’album “Blackstar”, a Greg Lake, cofondatore dei King Crimson e degli Emerson, Lake & Palmer, due gruppi cardine del progressive anni ’70. E ancora, Prince, uno degli artisti pop più ingegnosi e prolifici di sempre, lo stravagante Pete Burns, noto soprattutto per la hit anni ’80 “You Spin Me Round”, cantata quando faceva parte della band Dead or Alive, e per la sua attitudine esuberante e fuori dagli schemi, passando per il poeta cantautore Leonard Cohen, la cui sensibilità dimessa e complessa ha costituito l’humus per qualsiasi songwriter, compresi quelli del Bel Paese, De Andrè e De Gregori in primis. La carrellata si conclude con il già citato George Michael, autore di famosissimi pezzi da classifica, come la sorniona “Wake Me Up Before You Go-Go”, “Last Christmas” e “Club Tropicana” quando faceva parte degli Wham!, così come di raffinate composizioni durante la carriera solista, come “Jesus To a Child”, struggente tributo al suo ex compagno Anselmo Feleppa, morto nel 1994.

L’artista come canovaccio

Ciò che ci lega ad un artista è dunque il suo essere canovaccio da iniettare di ricordi e sensazioni, in qualche modo saturazione espressiva delle nostre ondivaghe esistenze. E’ per questo che ci sarà chi, ad esempio, ricorderà con maggiore affetto il David Bowie elettronico ed elegante della trilogia berlinese e chi quello tutto lustrini, rossetto e rock’n roll marziano di Ziggy Stardust, a seconda di dove siano in maggiore misura collocati i propri piacevoli pensieri a lui associati. O chi, ancora, per lo stesso motivo, lo ricorderà per sempre come Jareth il re dei Goblin nel fim fantastico “Labyrinth”, chi avrà nel cuore il suo omaggio ai Queen con la storica esibizione di “Under Pressure”, in cui era accompagnato da Annie Lennox, chi lo ha amato come mentore e sostenitore di altri artisti (ne sanno qualcosa Lou Reed e Placebo) e chi penserà sempre a lui come quel Major Tom disperso tra le stelle.

Alchimia collettiva

E’ evidente che ogni artista, con la sua storia e le sue creazioni, costituisce un pastiche che non può fermarsi entro i confini di sé, ma diviene dunque alchimia collettiva. Ed è proprio quel pastiche ad essere smembrato e riassemblato dai tumulti onirici e dalle reminescenze di ciascuno di noi: un’infiorescenza personale e collettiva che ci fa sussultare, ricordare e commuovere.

Giulia Quaranta

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