lunedì, 27 marzo 2017
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Opinioni e commenti
 

L’avventurismo di Renzi
Pubblicato il 10-12-2016


La clamorosa e sonora sconfitta nel referendum costituzionale non sembra avere insegnato nulla a Renzi (e ai suoi alleati!), che continua a tenere un atteggiamento arrogante, che sfocia nell’avventurismo politico.

La sconfitta di Renzi si inserisce in un trend che ormai appare inarrestabile, di contestazione all’establishment, rappresentato dal mondo finanziario ed economico e dalla politica subalterna ad esso, che si sviluppa con Brexit, passando per il no della Vallonia al Trattato di liberoscambio tra Europa e Canada e all’elezione di Trump negli Stati Uniti.

Anche in Italia, sensibilità politiche e culturali diverse, e in alcuni casi molto eterogenee, hanno fatto fronte comune per contestare la deriva oligarchica contenuta nella “Deforma” costituzionale e la volontà plebiscitaria espressa dal progetto politico renziano, ma, in primo luogo, è stato il popolo, a prescindere da riferimenti ideologici e di schieramento, a dire con chiarezza che vuole riappropriarsi della sovranità, rivendicando, in primo luogo, una nuova stagione di diritti sociali, gli stessi che costituiscono l’humus fondamentale della nostra Costituzione repubblicana.

Perciò, non si può condividere l’affermazione di Renzi, secondo cui la sconfitta riguarda solo lui: sono tanti ad uscire sconfitti dalla consultazione referendaria.

I sostenitori della democrazia competente, quelli che “il voto è un problema”, come l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (vero ispiratore della “Deforma”) o Eugenio Scalfari, teorico dell’oligarchizzazione della politica, innanzitutto; i “grandi” quotidiani, letti invero da pochi ma pieni di debiti, con i loro columnist modello americano; attori e comici strapagati come Benigni; alcuni sedicenti intellettuali, qualcuno dalla barba incolta passato con disinvoltura dalle teorie dell’Autonomia Operaia alla militanza nel Partito comunista, all’invaghimento per Nietzsche e il nichilismo sino al renzismo, tra i quali spiccano quelli che votavano Sì “perché comunque sarebbe stato un cambiamento”; presidenti delle Regioni come Crocetta in Sicilia, ulteriormente delegittimato, e De Luca in Campania (al quale le fritture avranno fatto indigestione!); agli stessi sindacati confederali, oltre alle maggiori associazioni datoriali come Confindustria e alle banche, con l’endorsement finale rappresentato da accordi, come quello per il pubblico impiego, il cui contenuto economico sarà pari a meno di 50 euro netti in tre anni, a partire dal 2017, se l’Aran firmerà i contratti. E, naturalmente, il gotha finanziario, Goldman Sachs e Jp Morgan in testa, e delle istituzioni europee in campo economico, come la Banca Centrale, e politico, Juncker e la Commissione dell’Unione, oltre che di Frau Merkel. Tutti zittiti dallo straordinario successo popolare del No, a cui l’avventurismo renziano e del suo “cerchio magico” vorrebbe contrapporsi. Già, quell’avventurismo che, come descrisse Nenni nel suo “Storia di quattro anni: 1919-1922” dedicato al cosiddetto “Biennio rosso”, aprì le porte al caos e alla dittatura.

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