domenica, 22 gennaio 2017
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Opinioni e commenti
 

Le due incongruenze: Mattarella ascolta
Pubblicato il 07-12-2016


Oggi il governo ottiene la fiducia sulla legge di stabilità al Senato. Conseguentemente l’esecutivo dovrebbe sentirsi più forte e autorizzato ad andare avanti. Invece il presidente del Consiglio, dopo la direzione del suo partito, si recherà da Mattarella a rassegnare le dimissioni. Non è mai accaduto nella storia repubblicana. E dubito che il presidente della Repubblica le possa accettare senza rinviare il governo alle Camere. Si potrebbe verificare un inutile balletto istituzionale in barba alla Costituzione. Ma restiamo al dunque. Anche ammettendo (d’altronde la Costituzione non lo vieta) che il presidente del Consiglio ritenga irrevocabili le sue dimissioni quest’ultimo non potrebbe rifiutarsi di presentarsi alle Camere, ma potrebbe chiedere alla sua maggioranza di sfiduciarlo. Questo in realtà è già avvenuto nel 1987 con la caduta del governo Fanfani. In questo caso il governo sfiduciato resterebbe in carica fino all’avvento di un nuovo governo o, se non gli succederà un altro esecutivo, fino alle elezioni. E in realtà anche dopo, fino alla costituzione del governo che uscirà dal Parlamento eletto.

La maggioranza potrebbe darsi un governo senza l’attuale presidente del Consiglio come del resto già fece nel 2014 con la sostituzione di Enrico Letta con Matteo Renzi. Invece il presidente del Consiglio, nelle vesti di segretario del Pd, sostiene che l’unica maggioranza possibile ora sarebbe quella di unità nazionale con un governo istituzionale magari presieduto dalla seconda carica dello Stato e appoggiata dall’intero arco politico o dalla gran parte di esso. Se questo non avverrà l’attuale maggioranza si comporterebbe come una minoranza. E certificherebbe la sua non autosufficienza politica, anche a fronte della sua autosufficienza numerica.

La seconda incongruenza riguarda il percorso per arrivare alla nuova legge elettorale per Camera e Senato. Oggi voteremmo per il Senato con una legge, il Porcellum corretto sostanzialmente dalla Corte, definito Consultellum, di stampo proporzionale, sempre “su base regionale” come previsto dalla Costituzione, senza premio di maggioranza. L’Italicum è una legge che si riferisce solo alla Camera dei deputati, essendo stato il Senato in via di trasformazione attraverso la riforma costituzionale. Il 24 gennaio l’Alta corte si pronuncerà rispetto al ricorso presentato. E qui emerge una grande contraddizione di sostanza e di forma. Il Parlamento ha tempo fino al 24 di gennaio per approvare la nuova, anzi le nuove leggi elettorali per Camera e Senato. Se questo non avverrà dovrà praticare le norme frutto della sentenza della Corte, sia quella sul Porcellum per il Senato, sia quella sull’Italicum per la Camera. Si tratterebbe invero di una curiosa anomalia, non la prima se pensiamo alle diverse leggi sui diritti civili riformulate dalla Corte, anzi di una vera e propria sostituzione di competenze legislative. In realtà si tratta di un’ennesima prova di dilettantismo dell’attuale classe politica e parlamentare. Di una delega ad un altro organo dello Stato da parte di un Parlamento imprevidente e impotente.

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Commenti all'articolo
  1. Hai ragione Mauro. Siamo veramente messi male.
    Sempre le procedure le abbiamo rispettate fino al 1990. Ci sentivamo uno stato democratico
    Poi è successo il caos e la perdita di uno dei due “imperi” che controllavano il mondo, ha fatto perdere la testa ai referenti italiani, sia di parte cattolica che di parte comunista.
    Ci diamo ritrovati quindi con una sentenza per un referendum chiesto dall’ on: Segni, che di fatto accoglieva lo stravolgimento della Legge elettorale vigente.
    Dopo di questo, sull’onda del successo, fu scovato un “mariuolo” che ha portato alla totale distruzione dei socialisti “di ogni ordine e grado”.
    Non bastasse, è stato eliminato in modo barbaro il capo del più grosso partito di opposizione, estromettendolo dal Senato in esecuzione di una dubbia sentenza di condanna.
    Ora, a CASINO concluso è sperabile che si ritorni alla normalità. O dobbiamo sopportare altre inqualificabili alchimie, studiate da fattucchieri di infimo ordine?

  2. In questi giorni ho avuto modo di parlare con “tifosi” del SI, che ho visto molto delusi, per non dire “stizziti”, riguardo all’esito del voto referendario, perché a loro giudizio si è persa un’occasione storica e irripetibile per dare una “spinta innovatrice” al sistema Paese, la quale avrebbe a sua volta permesso di poter affrontare con più efficacia le “sfide” del nostro tempo.

    Conoscendoli da vecchia data, mi sono permesso di replicare loro che non erano così dispiaciuti nel 2006, dopo la bocciatura della riforma costituzionale del centrodestra – che era peraltro abbastanza incisiva sul piano istituzionale – per arrivare a dire che a mio parere la “posta” oggi in gioco, per i fautori del SI’, non era tanto il merito della riforma, quanto piuttosto l’ottenere una “investitura” popolare di livello tale da poterla convertire in termini politici.

    Non a caso, più di un esponente del fronte del SI’ teorizzava in questi giorni che occorre ora ripartire dal 40%-41%, cioè i numeri di questa tornata elettorale – semmai per andare quanto prima al voto, secondo chi vorrebbe fin da subito una rivalsa – e io non riesco a leggere in modo diverso detta tesi se non come la convinzione che tale cifra rappresenti già un nuovo partito, proprio per il significato politico attribuito alla recente consultazione referendaria, a conferma di quanto qualcuno aveva ventilato in campagna elettorale, ossia l’ipotesi che intorno al SI’ stesse nascendo il Partito della Nazione.

    Andando sempre per “congetture”, se questa consultazione avesse premiato i SI’, specie con un consenso alto o addirittura plebiscitario, era sostanzialmente già pronta e confezionata una nuova formazione, che – al di là del nome attribuitole – avrebbe di fatto ridisegnato la nostra geografia politica, mentre la vita del Governo in carica sarebbe proseguita senza discontinuità.
    Stando ad alcuni si sarebbe trattato di un partito per così dire “personale”, visto il modo con cui nasceva, ma al di là delle possibili “etichette” si sarebbe indubbiamente configurato come un soggetto politico molto forte.

    In subordine, se la sconfitta dei SI’ fosse stata di misura, vale a dire appena al di sotto del 50%, vedi all’incirca un 49%, l’eventuale nuova formazione poteva comunque prefigurarsi come una entità politica piuttosto consistente, anche perdendo qualcuno per strada, tale dunque da poter superare la soglia del 40% come partito e passare quindi al primo turno in caso di elezioni, e vi sarebbero state pertanto le condizioni per voler andare al più presto al voto con l’attuale legge elettorale (l’Italicum), in modo da capitalizzare quel 49% e rimontare in fretta il mancato successo referendario.

    La percentuale invece ottenuta, ovvero il 40%-41% del 4 dicembre, anche se può esservi chi ci conta per una riscossa politica, come ricordavo all’inizio, depotenzia oggettivamente, almeno sulla carta, il progetto di dar corpo ad una nuova formazione che abbia i numeri per non dover andare al secondo turno, visto che il ballottaggio potrebbe riservare sorprese, talché il risultato uscito dalle urne può indurre i più prudenti a frenare la voglia di una rivincita immediata, in attesa per l’appunto di una modifica dell’Italicum.

    Come ho detto più sopra, le mie sono soltanto supposizioni, che potranno essere benissimo smentite dai fatti, ma che devono essere consentite a chi segue con interesse le vicende politiche, e se un po’ di logica le stesse dovessero avere, mi chiedo che spazio e peso poteva avere una forza “minore” alleata con un tale “gigante” numerico”, se fosse nato o avesse a nascere, talché mi pare un’incongruenza anche il fatto che la Dirigenza P.S.I. abbia sostenuto il SI’ con tanta risolutezza.

    Paolo B. 08.12.2016

  3. Io infatto votai a favore della riforma del 2006 e a maggior ragione di quella di oggi. Trovo contraddittorio che qualcuno oggi abbia votato no solo perchè la riforma del 2006, che per la verità era anche più pesante, introducendo il potere del presidente del Consiglio di sciogliere le Camere, non passò. Tanto più che il testo di questa riforma era stato concordato con Forza Italia e da quest’ultima votato in prima lettura.

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