venerdì, 20 gennaio 2017
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Opinioni e commenti
 

L’impatto della globalizzazione sulla Storia
Pubblicato il 23-12-2016


globalizzazioneSerge Gruzinski, storico francese, affronta il problema delle conseguenze della globalizzazione sulla storia del mondo e del tendenziale appiattimento del presente sul mondo globalizzato. Maria Matilde Benzoni, nella prefazione all’edizione italiana del libro dello storico francese (”Abbiamo ancora bisogno della storia? Il senso del passato nel mondo globalizzato”), giustamente afferma che non si tratta di una questione che possa interessare solo gli “addetti ai lavori”; si tratta invece di un argomento che investe la sensibilità di tutti, “giacché esso riguarda la continuità della trasmissione, da una generazione all’altra, di una consapevolezza, sia pur minima, della profondità del passato, strumento imprescindibile per orientarsi nel presente e guardare al tempo che verrà”.

In realtà, l’appiattimento del presente sul mondo globalizzato è solo apparente; ciò perché, com’è nell’esperienza di tutti, oggi il contesto globale è contrassegnato da una pervasiva conflittualità sociale, culturale ed economica, che mobilita e spinge all’azione individui e società, producendo esiti inattesi e, a volte, accentuando le contrapposizioni sino a causare lo scoppio di conflitti armati di varia natura.

A parere di Gruzinski, per quanto sia difficile pensare di poter definire una storia globale, se però ci si colloca dal punto di vista dell’intero mondo, essa può essere intesa come “storia delle relazioni internazionali”; ciò implica la concentrazione dell’attenzione “sui rapporti che le società intrattengono tra loro, sulle articolazioni e sulle aggregazioni che costruiscono, ma anche sul modo in cui tali organizzazioni umane, economiche, sociali, religiose o politiche omogeneizzano il globo oppure resistono al movimento”; ma implica anche – afferma Gruzinski – che una storia siffatta non possa non riflettersi sui processi di globalizzazione in atto sulla Terra, ieri come oggi. Per questo motivo, la storia delle relazioni internazionali offre degli strumenti efficaci “per far dialogare i passati del nostro pianeta con i suoi presenti”. Come considerare il dialogo tra organizzazioni umane tanto distanti tra loro, non solo in termini culturali, ma soprattutto in termini economici e delle opportunità che le singole organizzazioni possono offrire ai propri membri? Cos’hanno in comune comunità tanto diverse, dopo il loro ingresso nel mondo globalizzato?

Dal punto di vista della storia, le differenze che intercorrono tra le diverse società del mondo fanno parte dell’eredità con cui lo storico è chiamato a confrontarsi. Per quanto le fonti, gli ambiti di ricerca e i diversi modi di affrontare la storia delle società suscitino incessanti dibattiti – afferma Guzinski – “è raro che si critichino le barriere in sé, vale adire le articolazioni geografiche e cronologiche” in cui è diviso per tradizione il settore che cura e custodisce la memoria delle società. L’Europa, ad esempio, a parere dello storico francese, all’inizio del terzo millennio non riesce ancora ad affermarsi in quanto tale; per non dire “della storia del resto del mondo, sostanzialmente sorvolata nella maggior parte dei paesi europei e in America”. Non è però il predominio della storia nazionale di un paese o di un gruppo di paesi a costituire il maggior ostacolo alla narrazione della storia del mondo vista solo da un particolare ed esclusivo punto di vista.

La storia in Europa, afferma Gruzinski, “si è a lungo considerata come l’equivalente della storia del mondo. O meglio, a lungo, al di fuori delle frontiere del Vecchio Continente, dal Giappone agli Stati Uniti e all’America latina, molti l’hanno creduto e si sono comportati come se ratificassero simile pretesa”. Alla fine del secolo scorso, però, il vento che soffiava in favore di tale pretesa ha cambiato direzione, per cui “le certezze delle tradizioni storiografiche che riconducevano l’evoluzione delle altre società a categorie e problematiche strettamente europee ne sono uscite fortemente incrinate”; ciò è valso ad affermare il convincimento che applicare la storia d’Europa a quella del resto del mondo non fosse sicuramente il modo migliore per comprendere tutte le storie del passato del pianeta.

La visione eurocentrica della storia del mondo, se da un lato può permettere di eliminare alcune barriere, da un altro lato ne eleva altre, dal momento che trasforma il punto di vista europeo in una visione unica e universale del passato globale del pianeta. Ma come può essere superato l’erocentrismo – si chiede Gruzinski – senza trascurare il fatto che nessun punto di vista può prescindere  da un osservatorio specifico?

La storia comparata ha certamente contribuito a “fare arretrare nel passato” la storia del mondo; ma una storia comparata, in sé e per sé considerata, non può tradursi in una storia globale; affinché ciò possa essere reso possibile, mettendo fuori discussione ogni pretesa di far valere un particolare punto di vista, devono essere “reinquadrate e ricalibrate” tutte le storie locali. Comunque, il compimento di tutte queste operazioni, non è sufficiente – afferma Gruzinski – a “configurare una storia globale”.

A parere dello storico francese, assumere il punto di vista locale, quale fulcro per una trasformazione delle storie locali in una storia globale, non è un’operazione corretta dal punto di vista del metodo storico. Ciò perché gli storici non sono “avvezzi a ricostruire il profilo della dimensione locale nei suoi rapporti con una pluralità di realtà esterne, a volte estremamente lontane”; ma anche perché l’esaltazione di una data società per il suo patrimonio identitario non è che un legame esclusivo che vincola i suoi componenti al suolo e alla terra che essi abitano.

Questo legame esclusivo è portatore di una “miopia” quasi assoluta da parte dei componenti le società locali nei confronti dell’altrove, ed il legame che li vincola al luogo d’origine è cosi profondamente sentito che, normalmente, quando vengono loro offerte “possibilità di mobilità su scale planetaria”, sono destabilizzati, sino ad essere indotti a considerare il loro luogo un “cordone ombelicale da non recidere mai, perfino il santuario delle purezza etnica”. Di fronte alla destabilizzazione, molte società locali hanno risposto erigendo delle difese e “declinando ogni sorta di etnocentrismo e di mito su scala locale, regionale o nazionale”. Tutte queste reazioni spiegano le difficoltà che si oppongono all’assunzione del punto di vista locale per la scrittura di una storia globale; esse, le reazioni, sono infatti la negazione dei rapporti che le diverse società del mondo dovrebbero intrattenere, al fine di offrire allo storico il punto di partenza per la costruzione di una storia del mondo condivisa.

La globalizzazione, a parere di Gruzinski, ha originato la massima intensità delle reazioni locali, in quanto l’appiattimento sul presente di tutte le storie locali ha determinato, e continua a determinare, in molte circostanze una resistenza, il cui unico scopo è quello di giungere all’espulsione dal contesto locale di ogni forma di intrusione. Ciò è facilmente intuibile, in considerazione del fatto che, nel realizzare l’appiattimento del presente sulle diverse storie locali, la globalizzazione ha sostituito all’esclusivo punto di vista europeo quello, ancora più esclusivo, della presunta superiorità della civiltà dell’Occidente.

La storia del passato di ogni società è narrata – afferma Gruzinski – al fine di generare senso; di garantire, cioè, punti di riferimento a tutti i componenti della società, perché possano “meglio affrontare le incertezze del presente e del futuro”; ma per molte società, egemonizzate dalla pretesa dell’Occidente d’essere portatore di valori superiori, la storia del loro passato serve solo per affrontare le incertezze del presente e non anche del futuro. Ciò perché per molti componenti delle società egemonizzate dall’Occidente, “i domani che li ossessionano non sono che il prossimo capitolo di vicende” vissute in un passato prossimo o remoto, come conseguenza del processo di colonizzazione sorretto dall’etnocentrismo europeo.

Queste società, che non sanno valutare in termini autonomi il loro presente per affrontare le incertezze del futuro, dopo il crollo dell’utopia marxista alla fine del XX secolo, possono solo disporre dell’assistenza delle grandi religioni, dalle quali possono trarre possibili risposte alle loro attese; accanto a tali certezze, rese opache dai fondamentalismi che affascinano alcune di queste società, la globalizzazione persiste, come se tutte le società del mondo dovessero necessariamente convergere verso un unico presente globale, nel più assoluto disinteresse per la storia dei passati di tutte le realtà sociali del globo.

In conclusione, a parere di Gruzinski, per opporsi agli esiti di una globalizzazione, che ignora i passati di tutte le società che coinvolge, occorre ricuperare parti consistenti di tutti questi passati e, con essi, di tutti i diversi presenti delle realtà locali, per inquadrare le diverse storie in una dimensione internazionale e interculturale; in tal modo, la conoscenza degli accadimenti che caratterizzano specificamente tutti i passati locali cesserebbe d’essere intesa come isolata, bensì come “crocevia” attraverso il quale cogliere le diverse correnti della storia globale. Accettare, perciò, la prospettiva di Gruzinski per lo studio della storia del mondo significa evitare le storie etnocentriche ed eurocentriche che ancora dominano in molte parti del globo e, allo stesso tempo, andare al di là della conoscenza dei particolarismi che impediscono qualsiasi forma di generalizzazione della conoscenza storica dei passati locali.

Serge Gruzinski auspica che si arrivi ad una storia capace di far dialogare criticamente passato e presente di ogni società, per una storia globale che inviti tutti i popoli a riconsiderare da nuovi punti di vista i loro passati; ciò al fine di far convergere in un unico “corpus” narrativo tutte le esperienze sinora vissute, al fine di illuminare, attraverso la loro conoscenza, il presente in cui si vive in termini multiformi. E’ questa la condizione per il superamento di ogni forma di esclusivismo; ma è anche il presupposto per evitare la pretesa di realizzare un appiattimento uniforme delle storie locali su un presente del mondo globalizzato che non tutti condividono.

Gianfranco Sabattini

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