giovedì, 30 marzo 2017
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Opinioni e commenti
 

L’umanità e la politica di Giuseppe Avolio
Pubblicato il 15-12-2016


Nel decennale della morte di Giuseppe Avolio, è stato ricordato al CONVEGNO DELLA CIA – ROMA 13 DICEMBRE 2016. Il socialista è stato più volte eletto Consigliere comunale ad Afragola, prima con il PSI e poi con il PSIUP.
È eletto deputato la prima volta nel 1958 e rieletto nel 1963 nelle liste del Psi; nel 1968 è eletto deputato nelle liste del PSIUP, sempre per la circoscrizione Napoli-Caserta. Avolio ricevette un importante riconoscimento per il suo impegno a favore dell’agricoltura europea anche dalla Repubblica di Francia che gli conferì la Gran Croce al Merito.


Il ricordo di Giuseppe

di Fabio Fabbri

avolio-2Esprimo la mia viva gratitudine ai familiari di Giuseppe Avolio e alla Confederazione Italiana Agricoltori che mi hanno chiesto di unire anche la mia voce a questa giornata di ricordi e riflessioni sulla personalità e sulla vita politica di Giuseppe Avolio. Rivolgo un saluto particolarmente affettuoso al Presidente emerito della Repubblica, Senatore Giorgio Napolitano.
Di Giusppe Avolio negli anni ‘70 avevo letto, con il piacere dell’idem sentire de Repubblica, scritti e discorsi. Poi ci siamo conosciuti da vicino quando nel 1976 sono stato eletto senatore nelle liste del PSI, candidato nel Collegio di Parma e in quello di Borgotaro-Salsomaggiore.
Fui chiamato a far parte della Commissione Agricoltura del Senato. Del settore primario mi ero intensamente occupato come Vice-Presidente della Provincia di Parma, eletto in un Collegio dell’Appennino. Mio padre, geometra di Tizzano Val Parma, decimo figlio di una famiglia di agricoltori, mi portava con sé, fin da ragazzo, quando era chiamato disciplinare i rapporti fra proprietari e mezzadri alla fine o all’inizio del contratto di mezzadria. Si occupava anche di forestazione e regimazione delle acque.
Il Presidente della Commissione era Emanuele Macaluso. Fu lui, a quanto ho potuto capire, che patrocinò la mia nomina quale suo Vice-Presidente. Fu ancora lui che mi nominò relatore per l’esame e l’approvazione del disegno di legge di riforma dei contratti agrari.
Ho sempre sospettato che a questa scelta non fosse estraneo Giuseppe Avolio, che a quel tempo, rientrato nella casa madre del socialismo italiano, era il mio “superiore politico” .
Ricordo i primi convegni che Peppino organizzò come responsabile della Commissione Agraria di un partito impegnato allora sul terreno squisitamente politico nella costruzione di quello che fu chiamato “il nuovo corso” del PSI.
All’incontro di carattere nazionale promosso da Avolio con i quadri provinciali impegnati nelle organizzazioni agricole, venne e prese la parola anche il nuovo segretario, Bettino Craxi. Ricordò un ammonimento di Pietro Nenni: “la terra è bassa”, per chi la deve coltivare. Parlai anch’io e fui promosso di fatto come il parlamentare del PSI esperto della questione agraria.
Iniziò allora il mio dialogo on Giuseppe Avolio, che divenne sempre più intenso di settimana in settimana. Lui era dotato del carisma che deve possedere un leader.
Era anche assai colto. La sua narrazione era organizzata per concetti chiari ed efficaci. Qualche volta si lamentò con me perché alcuni dei nuovi dirigenti del partito gli sembravano incolti. Conosceva bene, e talora citava, i maestri del marxismo, ma possedeva una vasta cultura generale e specificamente politica. Il nostro comune maestro e ispiratore fu allora Manlio Rossi Doria.
Frequentandolo imparavo a conoscere la sua capacità di esprimere e difendere, anche in modo appassionato e polemico, le sue tesi politiche: ma sempre al riparo dalla faziosità: anzi con l’orecchio attento alle ragioni dei suoi interlocutori, compresi gli avversari, sapeva realizzare rapporti cordiali ed anche amichevoli.
A quel tempo i nostri dirimpettai erano Giandomenico Serra, parmigiano e mio compagno di scuola al Liceo, allora Presidente della Confagricolutura, Arcangelo Lobianco, presidente della Coldiretti. A latere, ma protagonista combattivo e come me membro della Commissione Agricoltura del Senato, il mantovano Ferdinando Truzzi, Presidente della famosa o famigerata Federconsorzi.
Il nostro sodalizio fu rafforzato dalla decisione di Macaluso di nominarmi relatore per l’elaborazione ed approvazione, prima in Commissione poi in Aula, della legge di riforma dei patti agrari, che prevedeva la trasformazione della mezzadria e colonia in contratto di affitto. Mezzadri e coloni diventavano imprenditori agricoli, protagonisti del loro lavoro nelle campagne in cui avevano operato come subalterni dei proprietari del fondo.
Questa iniziativa riformatrice ebbe un impatto sociale molto aspro. Ricevevo ogni settimana lettere minatorie, spesso a nome delle vedove del proprietario del podere.. A causa delle ricorrenti minacce, mi fu assegnata la scorta. Peppino ed Emanuele mi incoraggiavano: la vita politica porta con sè qualche pericolo.
La legge fu approvata al Senato, sotto la guida dell’allora Presidente Amintore Fanfani, protagonista della prima Riforma Agraria. Fin da allora egli aveva così ammonito: “In due sulla terra non si può stare.”.
Questa mia prima esperienza in campo legislativo propiziò il mio successivo incarico di Sottosegretario all’Agricoltura, a fianco di Albertino Marcora.
Il dialogo fra i due, il socialista e meridionalista Avolio e il partigiano ed agricoltore Marcora, divenne subito amichevole.
Ma c’è un altro debito, che desidero saldare in questa occasione, nei confronti di Avolio. Il mio lavoro sui patti agrari fu talmente apprezzato da Fanfani da costituire fattore determinate per la mia prima nomina di Ministro della Repubblica. A Macaluso ho già raccontato come si svolsero i fatti.
Ero Sottosegretario all’Agricoltura quando Fanfani, nel dicembre del 1982 ebbe l’incarico di formare un nuovo governo. Mi chiamò Craxi per dirmi che “dovevo cambiare posto”. Protestai flebilmente, enfatizzando che stavo benissimo dove ero. Craxi mi fermò subito: “Guarda che farai il Ministro”. Lo statista di Pieve Santo Stefano mi raccontò poi questo suo dialogo con Craxi, che gli aveva trasmesso la lista dei parlamentari socialisti proposti come Ministri. Fanfani gli contestò che l’elenco era squilibrato per l’assenza di senatori socialisti. Rispose Craxi: “Nessuno me lo ha chiesto”. Fanfani: “Tu hai un senatore che merita di fare il ministro, è Fabbri”. Craxi: “Va benissimo.”. Fu così che diventai Ministro degli Affari Regionali nella vituperata Prima Repubblica.
Ho già ringraziato Emanuele Macaluso per la funzione maieutica che ha svolto per questa mia promozione. Oggi sento il dovere di gratitudine di dire ai familiari di Avolio che il merito di questa e di altre mie esperienze istituzionali è anche di Peppino.
Ricordo infine, ma non da ultimo, che fu Giuseppe Avolio a promuovere il mio rapporto di amicizia con Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte, ospiti con me a cena della indimenticabile signora Elisa. Ho memoria viva e grata di quelle sere: il piacere della conversazione politica era accompagnato dall’eccellenza del menù. Spesso, dulcis in fundo, arrivava “la pastiera”.
Bettino Craxi era a conoscenza di queste mie frequentazioni. Gli avevo spiegato che l’empatia – oggi si direbbe il feeling – con questi autorevoli senatori comunisti era iniziato da un mio incontro con Paolo Bufalini a Langhirano, a pochi chilometri da casa mia, dove insieme ricordammo la figura e l’opera del langhiranese Giacomo Ferrari, il leggendario comandante partigiano “Arta”.
Craxi incoraggiava queste mie relazioni, nell’ottica di quella che lui chiamava allora “la prospettiva laburista”.
Giuseppe Avolio – lui che ha militato nel partito di unità proletaria – è stato un riformista di successo, trasformando l’Alleanza dei Contadini prima nella Confederazione Italiana Coltivatori, poi nell’attuale Confederazione Italiana Agricoltori, caratterizzata dal primato del connotato imprenditoriale e dalla caratura europea dell’azione politica in campo agro-alimentare: non più zappaterra, non più la “turba di pezzenti effigiata da Rocco Scotellaro, ma imprenditori a pieno titolo.
Lo rivedo con il basco sul capo, alla guida dei suoi agricoltori che manifestavano a Bruxelles

con le loro bandiere, in difesa dei loro diritti.
Peppino era orgoglioso dei suoi imprenditori agricoli, con i quali intratteneva un intenso dialogo politico, economico e culturale, ravvivato da una intensa ed efficace attività editoriale. L’ultima sua creatura è la prestigiosa rivista “Nuova agricoltura”.
Giuseppe Avolio ha vissuto la milizia politica come esercizio spirituale.
La sua creativa azione riformatrice, caratterizzata dall’umanesimo imprenditoriale nella realtà agricola del Paese, appartiene alla storia della democrazia italiana.
La sua testimonianza di nobiltà della politica ci conforta ancor oggi, mentre il Paese vivi giorni difficili e confusi.
Per questo è stato giusto e doveroso ricordarlo oggi qui, in casa sua, con ammirazione e rimpianto.

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