domenica, 25 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

Make America great again
Pubblicato il 20-12-2016


Il successo di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane ha smentito la quasi totalità delle previsioni di tutti gli opinionisti progressisti benpensanti; questi sono stati presi in “contropiede” dal fatto che, anziché rivolgere la loro attenzione verso i problemi sociali dell’America, hanno preferito aprirsi alle “certezze” del suo establishment, considerando poco più di un pifferaio colui che, invece, si è posto come ricettore della protesta popolare. Fuori dal coro si pone l’Editoriale del numero di novembre di “Limes”, recante il titolo: “L’America americana”; a ragione, nell’Editoriale si sostiene che l’elezione di Trump è “non tanto sisma […] quanto sismografo dei mutamenti sociopolitici in corso”, i quali, nell’Occidente allargato e in crisi, sono di solito valutati politicamente reazionari.
Come ha osservato il 10 novembre scorso, all’indomani delle elezioni presidenziali Ezio Mauro, sul Blog on line de “la Repubblica/Speciali/Esteri”, “Forgotten men” sono “le prime parole che Donald Trump ha pronunciato da presidente eletto, per dire che uomini e donne “dimenticati” d’America non saranno dimenticati mai più. Istintivamente, scientificamente, Trump ha evocato davanti alle telecamere di tutto il mondo la sua costituency reale, quel soggetto politico anonimo e in gran parte sommerso, quindi sconosciuto perché senza voce e senza volto che lo ha preso dal ruolo di outsider e lo ha portato fin dentro la Casa Bianca. Non l’establishment, non il mondo, non il partito, non il Paese. Uomini e donne, singole persone ‘dimenticate’. Il ‘forgotten man’, potremmo dire, è il nuovo Dio sconosciuto d’America che Trump fa uscire dal buio del misconoscimento e porta alla ribalta, suonando la campana del riscatto”. Quella campana, però, oltre che per il resto dell’Occidente allargato, suona soprattutto per i Paesi europei, cioè per gli antichi Stati litigiosi dell’Unione Europea.
Cosa chiedono a Trump i “forgotten men”, cioè i populisti d’America? Chiedono che si ponga rimedio agli effetti sociali disastrosi della globalizzazione, in particolare alle ingiustizie economiche e al modo di operare delle istituzioni internazionali che non hanno saputo, e continuano a non sapere, come opporre a quegli effetti un’efficace azione di contenimento; i populisti si sono ribellati al modo in cui sinora è stata governata la società americana dalle élite dell’establishment che, in quanto detentrici del potere economico e del controllo dell’informazione, hanno avuto modo di curare i loro interessi particolari, ma non quelli generali. Quelle élite, agli occhi dei populisti “made in USA” si sono rivelate non un’avanguardia, ma un oligarchia. Alle critiche dei populisti circa il modo in cui è stata sinora governata e plasmata la società americana, le élite non hanno reagito in modo “politicamente corretto”; esse, invece, dopo il risultato elettorale, hanno continuato a rifiutare di aprirsi alla comprensione del perché un personaggio come Trump, un loro uomo fattosi capopopolo, abbia attratto su di sé il consenso di chi maggiormente ha pagato la politica di apertura dell’America al mondo, attuata per il tramite della globalizzazione.
Negli anni Novanta, la globalizzazione è stata una prospettiva di azione politica ed economica che ha goduto di un largo consenso; la sua diffusione è stata ampiamente egemonizzata dagli Stati Uniti, con un approfondimento che nel lungo andare – sottolinea l’Editoriale di “Limes” – ha condotto l’America a non essere più percepita dall’Occidente allargato come “nazione indispensabile” nel governo degli equilibri economici e geostrategici mondiali. Tutto ciò si è ripercosso negativamente sulla situazione sociale interna della Repubblica stellata, a causa, secondo la visione apocalittica della società americana da parte di Trump, della “soggezione della potenza benigna a maligni (in)flussi alieni”, che occorre ora annullare, come recita lo slogan elettorale: “Make America Great Again”.
Il successo di Trump è una diretta conseguenza di questa presunta soggezione, giustificata sulla base di diversi indicatori che evidenziano un’”inversione di tendenza” circa il “peso” degli USA nel mondo, sul piano politico ed economico. A partire dal 2008, in effetti, l’anno in cui è scoppiata la crisi dei mutui subprime, che ha investito l’economia americana, “quindi la società, la politica, l’idea stessa di comunità, ovvero della convivenza fra uguali e diversi”, gli USA hanno “subito” un ridimensionamento del loro status di superpotenza mondiale.
Secondo l’Editoriale di “Limes”, i più evidenti segnali di questo ridimensionamento sono tre: innanzitutto, la diminuzione della mobilità del capitale, dovuta al fatto che i flussi finanziari in relazione al prodotto interno globale sono diminuiti dal 67% del 2007 al 36% del 2015; in secondo luogo, la contrazione del volume complessivo del commercio mondiale, il cui rapporto con la produzione globale risulta, a partire dal 2008, sostanzialmente costante, quasi pari al 60%; infine, gli investimenti diretti esteri si sono dimezzati rispetto al 3,3% registrato nel 2007. Se a tutto ciò si aggiungono gli effetti delle politiche protezionistiche praticate da molti Paesi e l’intenzione di Trump di ridimensionare o annullare i progetti strategico-commercaili, portati aventi dall’amministrazione uscente, per Atlantico-Europa (TTIP) e Pacifico-Asia(TPP), si deve concludere, a parere dell’Editoriale di “Limes”, che la prospettiva dei “destini globali dell’economia” può “dipingere” tutt’al più il recente passato, ma non certo un possibile prossimo futuro.
In conseguenza di tutto ciò, la riemersione del diffuso nazionalismo e della diffidenza verso il mondo esterno di cui sono portatrici robuste frange dei “forgotten men” americani, ma anche dei movimenti populisti che si stanno affermando in tutti i Paesi dell’Occidente allargato, scaturisce “dallo spaesamento eccitato dal globalismo, dalla frizione fra politicamente corretto e senso comune, dal bisogno di calore che l’individuo trova nell’appartenenza alla terra ancestrale, non negli algoritmi della finanza elettronica”; in altre parole, la diffidenza dei populisti americani verso il mondo esterno nasce, secondo una metafora cara ai tedeschi, dalla “nostalgia di focolare (Heimat) prima che di patria (Vaterland). Dalla politica non ci si attende l’interconnessione con i mercati altrui, si pretende la difesa degli interessi nazionali, che ciascuno identifica con i propri”.
Nei Paesi dell’Occidente allargato in cui prevale la democrazia, l’opposizione populista è ancora contenuta nelle proteste delle piazze o affievolita dal ricorso alle urne, ma se si continua a demonizzarne i leader e a svilire il senso della protesta di coloro che la esprimono, non si può escludere il pericolo che essa assuma forme poco appropriate rispetto alla natura democratica delle istituzioni dei Paesi nei quali la protesta sta continuamente lievitando.
Per quanto riguarda le conseguenze che possono derivare dal perseguimento, da parte del nuovo presidente, dell’obiettivo di fare di nuovo grande l’America, occorre prendere in considerazione le politiche estere alternative che potrebbero presumibilmente essere attuate da Trump: una prima politica potrebbe scaturire dall’assunto che l’America sia davvero in declino; mentre una seconda politica potrebbe essere quella fondata sull’ipotesi opposta, che la Repubblica stellata stia attraversando una crisi transeunte, per cui possano valere adeguati interventi coi quali rilanciarne l’antico ruolo.
A parere dell’Editoriale di “Limes”, se è vero che gli Stati Uniti sono in “relativo declino”, non è meno vero che essi siano destinati a rimanere a lungo la principale potenza del pianeta; innanzitutto, per la loro capacità di irradiamento ideologico egemonico, sorretto da un “soft power” che deriva loro dall’essere il Paese dotato di una qualità della ricerca scientifica e della tecnologia “capaci di attrarre e mettere alla prova i migliori cervelli del pianeta”; ma anche perché, si può aggiungere, dispongono di un “hard Power” col quale gli Stati Uniti garantiscono la stabilità dell’area valutaria che ha sinora sorretto, e continuerà a sorreggere in futuro, l’ordinato svolgersi del commercio internazionale
Quali che siano gli atteggiamenti critici dei “forgotten men” statunitensi nei riguardi della globalizzazione, è probabile, tuttavia, che la politica estera di Trump più rispondente alle esigenze interne, sia una “terza via”, che esclude tanto un ripiegamento isolazionista ispirato allo slogan “America First”, quanto una rinnovata proiezione verso l’esterno, alla ricerca revanscista del perduto primato d’un tempo. Quindi, ciò che è plausibile prevedere, in fatto di una possibile politica estera compatibile con gli impegni elettorali assunti verso coloro che l’hanno votato, è che Trump si orienti a ridurre la proiezione esterna degli Stati Uniti, per contenere la spesa e l’indebitamento pubblici con cui sinora è stata attuata, previa riduzione di tutti i rischi geopolitici, per combattere prioritariamente il pericolo del terrorismo jihadista.
Quali implicazioni potrà avere per l’Europa una politica estera americana meno impegnata verso il resto del mondo? Per l’Europa, l’elezione di Trunp, come afferma Ulrich Speck, esperto di relazioni internazionali presso l’Ufficio di Bruxelles dell’Istituto Escano (“Berlino teme di restare sola al comando”, nel numero di novembre 2016 di “Limes”) determinerà per l’Europa “la necessità di rendersi meno dipendente dagli Stati Uniti […], soprattutto in tema di sicurezza”; la maggiore indipendenza in fatto di sicurezza, tuttavia, non potrà essere perseguita senza la Nato, considerato che il sistema di difesa interatlantico è inconcepibile senza l’America, dato che agli europei “mancano capacità, ma anche leadership per provvedere in autonomia alla propria sicurezza”. Ciò, però, non esclude la possibilità per l’Europa di una maggiore indipendenza dagli USA sul piano dell’iniziativa politica.
Durante l’amministrazione americana uscente, la Germania è sembrata appagata per il ruolo di “proconsole” assegnatole nella cura degli interessi “imperiali” nella “provincia” europea; allo stato attuale, un analogo ruolo appare improbabile per il futuro. Se però esistesse realmente come unità politica autonoma, l’Europa potrebbe svolgere invece un ruolo compensativo, di fronte alla possibilità che la futura politica estera americana risulti essere imponderabile nel perseguimento del nuovo equilibrio di potere globale. La vittoria elettorale di Trump avviene in un momento in cui il Vecchio Continente è ancora molto lontano dal risultare politicamente, oltre che economicamente, unito.
In questa situazione, il pericolo maggiore al quale sono esposti quasi tutti i Paesi membri dell’Unione Europea è che la Germania, in virtù del ruolo chiave che si trova a svolgere, per via del suo peso economico, continui ad essere il “cane da guardia” del neoliberismo-ordoliberismo che ha indicato sinora le linee del processo di mondializzazione delle economie nazionali. Se ciò dovesse accadere si potrebbe ben dire, riecheggiando l’Editoriale di “Limes” che, perdurando le difficoltà per un dialogo costruttivo intercomunitario, la fuga della Germania dall’Europa può solo suggerire che due politiche tra loro opposte, quella americana e quella europea “made in Germany”, non favorirebbero certamente la cura degli interessi europei, ma contribuirebbero solo “alla cacofonia del disordine mondiale”.
Per l’Italia, la continuazione del disordine mondiale, originato dall’ulteriore processo di approfondimento senza regole della globalizzazione, avrebbe l’effetto di peggiorare la situazione esistente. Continuare a subire l’egemonia tedesca, senza un reale impegno del Paese per promuovere la ripresa del processo di integrazione politica, significherebbe rinunciare a recepire le istanze del malcontento popolare e a realizzare una politica interna volta a promuovere la ripresa della crescita e l’avvio di una condivisa politica per una maggior giustizia sociale. E’ questo un motivo sufficiente a giustificare un prioritario impegno della classe politica italiana per favorire la ripresa del dialogo intercomunitario volto a portare a compimento il “progetto europeo”; ma è anche motivo sufficiente per aprire le molte istituzioni all’accoglimento delle istanze del diffuso malcontento sociale, anziché demonizzarlo, come sinora è stato fatto, senza il conseguimento di alcun risultato politicamente utile. La vittoria di Trump, deve fungere da campanello d’allarme; il piangersi addosso, dopo che gli eventi negativi, giudicati impossibili, si sono verificati, varrebbe ad approfondire il convincimento che la classe politica che governa l’Italia sia totalmente priva di credibilità.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. C’è sicuramente del vero laddove l’Autore afferma che “Negli anni Novanta, la globalizzazione è stata una prospettiva di azione politica ed economica che ha goduto di un largo consenso”, perché si pensava che avrebbe portato un’espansione dei nostri mercati, e della nostra economia, nonché delle nostre relazioni, anche se fin da allora non è mancato chi temeva effetti per così dire inversi.

    In ogni caso, se “colpa” vi è stata, nel non aver intuito a sufficienza i rischi della globalizzazione, si tratta di una responsabilità collettiva, della quale dobbiamo un po’ tutti farci carico, ma potrà ben esservi una certa qual possibilità per introdurre, o cercare di farlo, taluni correttivi, o per una qualche “marcia indietro”, se non fosse che proprio qui nascono le difficoltà, perché sono le “élite” e le oligarchie ad avere di fatto in mano il timone degli eventi, e dunque “ad orientare la rotta”.

    E sono giustappunto le “élite” che ci dicono con interrotta sistematicità che il multiculturalismo è un fenomeno ineluttabile, e ineludibile, per fare un esempio tra gli altri, e che i confini nazionali hanno perso la loro storica funzione, e chi la pensa diversamente, esprimendosi in maniera non “politicamente corretta”, si espone a venir etichettato come omofobo e xenofobo, il che non è francamente molto simpatico, a parte la libera manifestazione del proprio pensiero che dovrebbe essere concessa a ciascuno di noi, quando invece ci accorgiamo che non è proprio così..

    Di fronte a tale situazione, il ritorno ad una qualche forma di “patriottismo” appare per molti l’unica via di uscita, e si simpatizza pertanto verso chi incarna e simboleggia l’identità nazionale, o ci dà l’idea di saperlo fare, e il cui “carisma” viene ritenuto in grado di reggere e reagire alla “pressione” delle élite, e sembrano nel contempo perdere via via importanza ed ascolto le accuse di “populismo” che vengono rivolte a chi si affida a dette personalità (le quali sanno farsi per l’appunto capopopolo).

    Paolo B. 27.12.2016

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