martedì, 25 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

“Più libri più liberi”.
A Roma la Fiera della Piccola e Media Editoria
Pubblicato il 09-12-2016


piu-libri-piu-liberi-02_fullDal 7 all’11 dicembre si terrà, al Palazzo dei Congressi de l’Eur l’edizione 2016 della Fiera della Piccola e Media Editoria “Più libri più liberi”. Ci viene in mente un film che Rai Uno ha mandato in onda poco tempo fa: “La classe degli asini”, per la regia di Andrea Porporati; con Flavio Insinna e Vanessa Incontrada. La Fiera, giunta ormai alla XV edizione, è un evento da sempre dedicato in particolare alle scuole. Se essa spinge per l’invito alla lettura e vuole sensibilizzare per una sua fruizione a 360 gradi, il film di Porporati insiste sull’importanza del diritto all’istruzione per tutti, senza più discriminazioni. Estremamente realistico, si ispira alla storia vera della docente Mirella Antonione Casale (interpretata da Vanessa Incontrada), che divenne preside nel 1971-1972 e contribuì all’abolizione delle classi ‘speciali’ cosiddette “differenziali”, per i bimbi con handicap più o meno gravi. Cercando di eliminare ogni forma di emarginazione e di abbattere il muro dei pregiudizi, tentando così di far uscire dall’isolamento questi bimbi meno fortunati, provava a offrire a tutti una possibilità di inserimento sociale e soprattutto voleva dare loro un’opportunità di formazione culturale. Molto pacato il tono tenuto dalla Incontrada, evidente la sua stima reverenziale personale per questa figura così emblematica. Ma Mirella non sarà sola in questa battaglia. A lottare con lei al suo fianco ci sarà Felice Giuliano, di cui veste i panni Flavio Insinna.

È stato lo stesso attore a proporsi per la parte, colpito dal ruolo così attivo e partecipativo di questo insegnante che si mobiliterà con convinzione e fermezza, combattendo a modo suo con i mezzi che conosce, cercando di fornire tutti gli strumenti di crescita a questi ragazzi cui è affezionato. Ed è in particolare legato a Riccardo Mancuso (giovane ribelle da tutti rifiutato ed evitato perché ritenuto pericoloso). L’interpretazione di Insinna è molto intensa e appassionata, come il suo personaggio, e ricorda molto il teatro più che il cinema o la tv. Per lui, come per Mirella, “il mestiere dell’insegnante non è solo quello di educare, ma quello di trasmettere quella cultura necessaria per costruire il futuro e, disegnandolo, tramandare una memoria storica in eredità”.

La differenza tra i due é nei metodi. Lei è per le regole, per farle rispettare e diffonderle tra i suoi ragazzi. Lui per infrangerle: vuole restare nella scuola per cambiarla, convinto che le punizioni non servano e non funzionino (soprattutto con quelli come Riccardo). Non solo non crede nel valore di queste ultime, ma pensa addirittura che “la legge é una cosa, la realtà un’altra”. Vuole fare quella “rivoluzione” che tutti paventano, ma nessuno ha il coraggio di attuare. Viceversa é fermamente ostinato nello spingere i compagni all’aiuto reciproco. Regala a Mancuso una matita (per fare i compiti o scrivere metaforicamente le pagine del suo futuro e della sua storia e nuova vita) in luogo di sigarette: richiesta provocatoria del ragazzo per attirare l’attenzione e scuotere gli animi di chi lo considera “strano”, quando è l’unico ‘normale’ a suo avviso. E così, un po’ alla Robin Williams ne “L’attimo fuggente”, lui lancia quel “Carpe Diem”, quell’esortazione a cogliere l’attimo fuggente appunto.

Non sale sui banchi di scuola, ma sicuramente porta fuori i suoi alunni, che libera in un certo qual modo. Lo fa attraverso l’apertura di un doposcuola “per tutti quelli che a scuola non ci possono andare”, dice, sebbene non sia riconosciuta. Invece lui vuole abbattere i muri dei pregiudizi; un po’ come è stato per i malati mentali nei manicomi, lui apre quei cancelli, le porte alla nuova vita di questi bimbi “diversi”, “speciali”, dando loro una speranza. Non a caso all’inaugurazione (cui invita anche la Casale), c’era uno striscione all’ingresso che portava la scritta “Successo”: che ha in sé la “s” di scuola, di speciali o scolari e studenti, ma è pure l’iniziale di “Sogni”, quelli cui hanno diritto questi giovani; oppure ancora quella di speranza e serenità, che lui vuole dare loro e insite nel suo nome Felice. La felicità però è una dura conquista. Siamo nella Torino del 1964 e l’istruzione sembra non essere per tutti, ma un diritto di nicchia riservato a pochi; l’élite privilegiata é tenuta ben lontana e distante, distaccata da questi bimbi con handicap: le classi differenziali li escludono per sempre. E poi ci sono i convitti differenziali dove vengono anche picchiati, ma che spesso per loro e per le proprie famiglie povere sono l’unica possibilità: a casa non c’è da mangiare per tutti i membri e almeno lì c’è di che sopravvivere e un letto dove dormire (sebbene quelli più vivaci, troppo forse) vi vengono legati (e ammanettati) per essere tenuti a bada. Riccardo Mancuso viene visto come un bimbo “malato” da sedare, mentre vorrebbe solamente una carezza e non essere abbandonato. “L’emergenza é tanta, l’integrazione é rischiosa e interrompere la sperimentazione (di classi uniche e unite, così come quella del doposcuola) appare la scelta più facile e la decisione più comoda per i privilegiati”, si afferma nel film. I convitti sono “orfanotrofi di bimbi disperati in cerca d’affetto”. Ed è per questo che Felice sarà per Riccardo come un padre, quel papà che non ha mai avuto perché lo ha lasciato in balia di se stesso. Rimarrà sempre al suo fianco, sarà per lui un punto di riferimento e gli darà sicurezza e protezione, offrendogli vicinanza e comprensione. Perché quello che comprendono sia la Casale che Giuliano è che se questi bimbi non restano soli a casa imparano, crescono, migliorano, sono più sereni: devono poter andare a scuola e studiare insieme agli altri per ‘guarire’. E soprattutto che basta accendere una lampadina (metaforicamente, come il doposcuola) per illuminare le coscienze, aprire le menti e mostrare che cambiare si può. E fare quella rivoluzione tanto auspicata. Abbattere i cancelli della scuola dove Mirella é preside equivale un po’ alla presa della Bastiglia durante la Rivoluzione francese appunto. Dopo di che resta solo ‘festa e libertà.

La figura di Felice Giuliano sembra essere persino più carismatica e a tratti centrale rispetto a quella di Mirella Casale: è quello che dà il la, l’esempio e combatte con coraggio per primo andando contro-corrente anche agendo da solo di sua iniziativa; mentre l’altra pensa di più a fare la cosa giusta, a seguire ed applicare le regole “come soldati al fronte che combattono senza pensare, eseguendo gli ordini senza ragionare con la testa e il cervello”, riflette con il marito nel film (riprendendo la metafora della guerra quale battaglia da sostenere). Tuttavia, nel finale, lei sarà quella che più cambia, comprendendo il limite e l’errore di voler essere troppo ‘conforme’. Cambiamento sociale, civile, culturale e umano che all’inizio porta un po’ di incertezza sul fatto se davvero la collettività intera (anche internazionale) sia pronta ad accettarlo. Questo il senso della canzone, che fa da sigla a “La scuola degli asini”, dei Ricchi e poveri mandata alla tv: “Che sarà della mia vita chi lo sa; son far tutto o forse niente chi lo sa, da domani si vedrà. Che sarà? Sarà quel che sarà”. Queste parole sanciscono il dubbio forte che prende i due protagonisti di stare sbagliando tutto, mentre si mettono in discussione tormentati e combattuti: sentono la responsabilità e la grandezza, la rilevanza del passaggio epocale che vanno a compiere. Tutti ne usciranno trasformati, persino il marito di Mirella. Infine l’immagine più bella e tenera é quella di Riccardo Mancuso che trova un gattino piccolo, infreddolito e stanco e lo prende con sé e ne ha cura, vedendo in lui un essere solo come egli stesso si sente ed è. Ma questo micio darà compagnia anche alla piccola Flavia, la figlia malata di Mirella. Per lei accarezzarli sarà come tornare a sentirsi viva, a parlare con quel corpo ‘paralizzato’, che troppo a lungo non aveva potuto usare, e comunicare le sue emozioni. I suoi sentimenti con la ‘s’ di scuola dove andrà anche lei. Così anche Riccardo capirà di non essere solo e di poter fare molto, nel suo piccolo, come ciascuno degli altri  personaggi. Per diventare una sorta di famiglia, quale dovrebbe essere la scuola, andando a lezione e scusa di vita. Non a caso è realtà, seppur i toni non vengano estremizzato. Perché certe cose si imparano solo vivendole in prima persona e non si possono insegnare, se non facendone esperienza indiretta.

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