sabato, 25 novembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Referendum Jobs Act, torna la partita dei diritti
Pubblicato il 15-12-2016


camusso-poletti-420x235-480882Per non lasciare l’Italia in astinenza di tormentoni ecco rispuntare con prepotenza l’articolo 18 soppresso di fatto dal Jobs act e che è oggetto del referendum della Cgil assieme ad altre mine vaganti come quella, ormai di massa, dei voucher.

Di quel referendum si era persa memoria, ma oggi l’appuntamento rimbalza agli onori della cronaca invadendo i media soprattutto in virtù del potenziale che porta con sè: dare la spallata finale a Renzi che del Jobs act ha fatto una bandiera. Incautamente il Ministro Poletti ha messo subito le mani avanti: si vada alle elezioni così si scongiurerà l’eventuale referendum che attende però ancora il via libera. L’uscita dell’impolitico Poletti (complimento involontario?) ha scatenato un putiferio di reazioni che appare come una… ristampa degli schieramenti del 4 dicembre, ma che non fa i conti con il Paese reale il cui sentiment è sempre più difficile da decifrare, anche se la componente protestataria è forte e rischia di diventarlo ancor di più se l’economia virerà verso fasi di stagnazione.

La storia dell’art. 18 è nota: un padre dello Statuto come Gino Giugni lo aveva previsto in una delle ultime stesure solo per tentare di ampliare il consenso parlamentare che vedeva il Pci arroccato su una posizione ideologica che negava diritto di cittadinanza a scelte sul lavoro che non lo vedessero protagonista diretto, malgrado quelle norme fossero il frutto di lotte unitarie di lavoratori e sindacati (in particolare dell’industria). Tanto che i comunisti non andarono oltre l’astensione nella votazione sullo Statuto. Successivamente quella norma si rivelò essere certamente un elemento di rigidità eccessivo che malgrado tutto fu assorbito nel tempo, malgrado ricorrenti mal di pancia industriali.

Negli anni ’90 la questione tornò in auge e vide ad esempio contrapporsi sul tema di una maggiore flessibilità del lavoro D’Alema ed il leader della Cgil Cofferati. In D’Alema la concessione alla revisione non fu altro che il tentativo di allearsi con quei grandi gruppi imprenditoriali e di potere finanziario, orfani della prima Repubblica, per rafforzare il potere post comunista. Per Cofferati fu invece una tappa necessaria per la conquista di una leadership a sinistra, ma anche un modo necessario per non spaccare la Cgil proprio quando balenava l’idea di semplificare il panorama sindacale, isolando il maggiore dei sindacati. Il merito come al solito cedette il passo alle strategie politiche.

A posteriori va detto però che negli anni ’90 aver aperto il rubinetto dei licenziamenti poteva solo aggravare e non di poco una situazione occupazionale sull’orlo del collasso. Oggi però, a parere di chi scrive, tornare totalmente indietro sarebbe anacronistico. Il mercato del lavoro è cambiato profondamente, la difficile priorità sembra essere quella di crearlo il lavoro. Il governo Renzi con furbizia ha accompagnato il varo del Jobs act ad incentivi che per mesi hanno favorito le assunzioni. Peccato che il loro ridimensionamento ha impietosamente messo in luce la modestia del tentativo riformatore. Il perdurare delle incertezze sul futuro, l’assenza di politiche economiche espansive, la carenza di investimenti privati ha fatto il resto. E sono ripresi i licenziamenti. A questo punto andrebbe fatta una riflessione sul comportamento degli imprenditori che molto hanno preso, poco hanno dato in termini di rischio e soprattutto in termini di propensione ad investire.

Il loro debito nei confronti della società italiana sta crescendo senza che da parte loro venga un mutamento reale di rotta. Inoltre il mercato del lavoro presenta le stesse lacune di prima della recessione: un mercato della domanda e dell’offerta del lavoro al limite del ridicolo (o del passa parola come negli anni ’50 e ’60), una precarietà esorbitante, la frattura territoriale nord-sud e, per finire, un ritardo esiziale sul piano della innovazione che però comporterà nuovi affanni sul piano occupazionale.

Con un piede nel passato ed uno in un futuro assai poco tranquillizzante il nodo del lavoro resta un nervo scoperto del nostro assetto economico e sociale. Il Governo Renzi voleva cambiare le regole. In realtà non ha capito che in questo Paese è già un miracolo se si…rispettano le regole. È il caso del secondo punto del referendum: l’abolizione dei voucher. Che sono una riedizione del proliferare delle partite Iva ovviamente molto più…in grande. Un espediente delle imprese, alla faccia del lavoro stabile, per aggirare la scelta di assumere. Con il Jobs act impotente in questo caso ad arginare il fenomeno. Abolire del tutto i voucher forse non sarebbe positivo: troppe piccole imprese finirebbero in difficoltà. Riscoprire la vera natura di compenso occasionale e solo occasionale sarebbe più opportuno. Ma anche in questo caso si sfiorerebbe solo il vero problema: come ridurre la precarietà e le troppe porte di ingresso al lavoro, spesso pertugi furbi ma solo in grado di aumentare diseguaglianze e disaffezione verso il valore lavoro. In questo senso va osservato che la proposta Cgil, criticabile quanto di vuole, va oltre i quesiti referendari e pone all’attenzione, finora disattenzione, generale la questione dei diritti del lavoro. Forse questo tema sarebbe un buon banco di prova per tutti. Rimetterebbe in pista l’intero movimento sindacale e porrebbe la politica di fronte ad una problematica che va oltre i giochi, perdenti, di potere. Ma l’orizzonte nel quale ci si muove appare purtroppo troppo angusto e dominato dalle tattiche, speriamo non autodistruttive, del mondo politico.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento