giovedì, 21 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

ADESSO MEGLIO UN SÌ
Pubblicato il 02-12-2016


referendum_costituzionaleOrmai il tour elettorale sta finendo. Ho incontrato Riccardo ad Arezzo dove eravamo impegnati insieme in una iniziativa politica referendaria promossa dal Psi locale, poi via, lui a Barberino e poi a Roma, io a Reggio e poi a Parma. Sappiamo di aver dato tutto, di aver fatto, il segretario in primis, il nostro dovere. Di avere dato riscontro a decisioni prese dal nostro partito e dai nostri parlamentari all’unanimità. Nencini ci tiene a sottolineare la coerenza del nostro comportamento. Poi, vada come vada.

Cominciamo l’intervista dalla nuova incredibile, scoppiettante sequela di accuse scriteriate di parte della magistratura italiana…
“Be’, rientra nel canone della magistratura militante, in Italia non è una novità”, sottolinea Nencini. “Colpiscono il tenore delle affermazioni, la falsificazione storica, la sostituzione dell’oggettività con la strumentalità. E meno male che sono magistrati. Dovrebbero rileggersi San Buonaventura: ‘la giustizia si pasce di silenzio’ e invece usano il megafono”.

Insieme cerchiamo di costruire un percorso di coerenza con l’elaborazione socialista negli ultimi 40 anni. Il segretario del Psi osserva: “I socialisti non hanno mai sostenuto che la costituzione fosse intoccabile. Magari la prima parte, quella dei valori attorno a cui si è formata la Repubblica, ma non i meccanismi di funzionamento delle istituzioni. Nenni si presentò alla Costituente con uno schema diverso da quello che venne poi approvato, e Craxi, a partire dal 1979, si pone la domanda di come riformare il sistema per renderlo più efficace. Sulla riforma costituzionale, se c’è un partito che ha sollevato il velo, quello è stato il PSI, per anni solo come un cane”.

Spiega bene perché il Psi ha chiesto a più riprese l’elezione di una Assemblea costituente. E perché poi vi ha dovuto rinunciare.
“Abbiamo chiesto l’elezione di una Assemblea costituente perché ogni forza politica avesse il giusto peso su un tema centrale come quello della Costituzione, perché la riforma andava liberata dalla zavorra del lavoro parlamentare, perché l’Esecutivo se ne tenesse più lontano. Abbiamo presentato una proposta al Senato che ha ottenuto solo i nostri voti. Si è scelta un’altra strada e allora erano tutti d’accordo. Poi solo dopo, molto dopo, qualcuno ha parlato di Costituente. Era un po’ tardi.”

Caro Riccardo, questo tema del bicameralismo paritario è stato oggetto di riflessione da parte dei socialisti. Non è la prima volta che esce dalle nostre proposte….
“Il bicameralismo paritario”, mi risponde Nencini, “non è mai stato un totem per i socialisti. Mai, fino dal 1946, tanto che Massimo Severo Giannini aveva preparato una proposta con la Camera eletta direttamente e un Senato delle Regioni”

Poi c’è la questione della riforma del Titolo V che si occupa del rapporto tra Stato e Region. Tu sei stato assessore regionale in Toscana e sei attualmente al governo. Conosci meglio di altri i difetti e le contraddizioni dell’attuale normativa.
La risposta qui è ancora più netta: “Ci sono e sono evidenti. Il 45% del lavoro della Corte nasce dai conflitti di attribuzione. Prima del 2001 rappresentava solo il 5%. Se penso alle infrastrutture, la ripartizione ambigua genera ritardi e dunque aumento dei costi. La riforma riporta chiarezza su chi sia il decisore finale”

Caro Riccardo, il Psi e ancor più l’Avanti, concedimelo, hanno contestato l’Italicum almeno sul premio di lista e poi anche sul doppio turno. Adesso nel Pd è stato firmato, anche da Cuperlo, un documento che accoglie le nostre osservazioni. Ma il Pd non è il Parlamento. C’è da fidarsi che poi quell’intesa verrà tradotta in legge?
“Si, c’è da fidarsi”, mi risponde sicuro Nencini. “L’accordo raggiunto dal Pd ricalca il nostro disegno di legge presentato nel gennaio scorso. Via il ballottaggio, premio di maggioranza alla coalizione, apertura ai collegi. L’Italia è tripolare, piaccia o non piaccia”.

Adesso anche Prodi ha dichiarato che voterà sì mentre Claudio Martelli sul ‘Quotidiano Nazionale’ ha attaccato il fronte del no e in particolare la posizione dei dissidenti del Pd che metterebbero in discussione l’unico governo di sinistra esistente al mondo.
“La posizione di Martelli”, precisa Nencini, “riunifica quasi interamente la cultura socialista. È l’anello di congiunzione con la Conferenza di Rimini. Come Covatta, Acquaviva e molti altri, storici e giuristi. Quanto a Prodi, molto bene. Toglie acqua a certa sinistra del No con la memoria troppo corta”

E che dire anche dei nostri dissidenti, che contrariamente alle posizioni assunte dal partito indicano di votare no?
“La posizione è espressa soprattutto da non iscritti al partito se leggo gli interventi nei convegni e sulla rete”, sostiene il segretario. “Almeno non la giustifichino appellandosi alla storia del socialismo italiano. Si rileggano atti e documenti. E comunque, fino dalla prossima settimana, la cosa migliore da fare sarà ricucire gli strappi. Anche verso chi ha usato toni esagerati”.

Non stiamo giocando al totocalcio, che peraltro non c’è più. Sembra che il sì sia in forte recupero. Azzarda una previsione, dai….
“La previsione”, dichiara Nencini, “è complicata: ancora troppi sono indecisi e nessuna valutazione possiamo fare sul voto dall’estero, ma il SÌ è in recupero. In molti si chiedono cosa succederebbe dopo il 4 in caso di sconfitta. Temo non basteranno gli exit poll a sciogliere il nodo.

Vuoi invitare i socialisti al voto con uno slogan?
“Chiudo così: la riforma è necessaria e perfettibile. Più che ‘basta un Sì’, ‘meglio un Si'”

Mauro Del Bue

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Commenti all'articolo
  1. Alla vigilia del referendum istituzionale del 1946 il re galantuomo Umberto II ebbe a dire che le possibilità della monarchia erano in effetti assai scarse in quanto la repubblica poteva permettersi di vincere con il 51 a 49 ma la monarchia, per essere credibile, avrebbe dovuto vincere con almeno cinque o dieci punti di scarto. A me sembra che si sia un po’in quella situazione: può anche darsi vinca il Si, e lo spero, ma se vincesse con un 51 o 52 per cento sarebbe credibile? O meglio, potrebbe reggersi?
    Cordiali saluti, Mario.

  2. Non per fare il “bastian contrario”, anche perché la mia opinione conta poco o nulla, ma se non ricordo male la Grande Riforma prefigurata in casa socialista negli anni Ottanta prevedeva il “presidenzialismo” – e dunque, di riflesso, un’architettura istituzionale che si sposasse con tale impostazione – nel senso che nell’affrontare il tema dei “poteri” in capo al Primo Ministro si “prendeva il toro per le corna”.

    Va da sé che revisioni di questa natura e portata, quando cioè si parla di presidenzialismo – una vera e propria Riforma come dice qualcuno – necessitano di ampio confronto tra le forze politiche, realizzabile per l’appunto in un’Assemblea Costituente, sulla quale si doveva a mio avviso “puntare i piedi” comunque, proprio per le ragioni qui elencate, e giusto per coinvolgere il meno possibile l’Esecutivo, così da evitare che le tematiche costituzionali divenissero occasione e motivo di scontro politico.

    Sempre in materia di Referendum, quello del 1991 per la preferenza unica non incontrò, che io ricordi, il favore dei socialisti, e di chi al tempo li guidava, e tra le ragioni che adducevamo vi era, se non erro, il timore che in tal modo si riducesse il pluralismo, timore letto da parte mia anche come difesa di un modello poggiante su una base parlamentare espressione diretta del corpo elettorale, tanto che non rammento si parlasse allora di superare il bicameralismo paritario (è vero che sono trascorsi parecchi anni, ma credo che qui la memoria non mi tradisca).

    L’esito di quella prova referendaria fu probabilmente il preludio per l’introduzione del sistema maggioritario, avvenuta ad appena due anni di distanza, cioè nel 1993, credo con non grande entusiasmo del popolo socialista, il quale ha sempre preferito tendenzialmente il proporzionale, che ultimamente sembra peraltro aver rifatto capolino, e non so quindi spiegarmi il perché venga invece appoggiata, da quanto ne so, l’ipotesi del “collegio uninominale”, quale modifica dell’Italicum.

    Può essere poi che la posizione del NO sia espressa soprattutto da non iscritti al partito, i quali rimangono comunque socialisti, e possono quindi partecipare ad una ricomposizione della “diaspora”, se ve ne sono le condizioni, a meno che non si pensi che il distacco tra le parti sia ormai consumato e irrimediabile, e in ogni caso non vedo perché ci si proponga di “ricucire gli strappi” a posteriori quando potevano essere presumibilmente evitati fin da subito se i vertici del PSI non si fossero spesi così tanto per le ragioni del SI’ (questa è almeno la mia impressione).

    Quanto al “correggere” le modifiche al Titolo V apportate nel 2001, e al superamento del CNEL, sono “capitoli” che, trattati a parte, potevano plausibilmente ottenere la maggioranza qualificata in Parlamento, senza cioè bisogno di un passaggio referendario, il che non avrebbe perciò comportato uno “scontro” che sta dividendo il Paese, e che qualcuno ha definito “test stress”.

    Va dato in ogni caso atto che in questa intervista non vengono evocate instabilità e turbolenze varie, nella eventualità che il 4 dicembre avessero a prevalere i NO, il che contribuisce quantomeno a rasserenare e raffreddare un poco il “clima” piuttosto infuocato di queste giornate e settimane.

    Paolo B. 02.11.2016

  3. Non per fare il “bastian contrario”, anche perché la mia opinione conta poco o nulla, ma se non ricordo male la Grande Riforma prefigurata in casa socialista negli anni Ottanta prevedeva il “presidenzialismo” – e dunque, di riflesso, un’architettura istituzionale che si sposasse con tale impostazione – nel senso che nell’affrontare il tema dei “poteri” in capo al Primo Ministro si “prendeva il toro per le corna”.

    Va da sé che revisioni di questa natura e portata, quando cioè si parla di presidenzialismo – una vera e propria Riforma come dice qualcuno – necessitano di ampio confronto tra le forze politiche, realizzabile per l’appunto in un’Assemblea Costituente, sulla quale si doveva a mio avviso “puntare i piedi” comunque, proprio per le ragioni qui elencate, e giusto per coinvolgere il meno possibile l’Esecutivo, così da evitare che le tematiche costituzionali divenissero occasione e motivo di scontro politico.

    Sempre in materia di Referendum, quello del 1991 per la preferenza unica non incontrò, che io ricordi, il favore dei socialisti, e di chi al tempo li guidava, e tra le ragioni che adducevamo vi era, se non erro, il timore che in tal modo si riducesse il pluralismo, timore letto da parte mia anche come difesa di un modello poggiante su una base parlamentare espressione diretta del corpo elettorale, tanto che non rammento si parlasse allora di superare il bicameralismo paritario (è vero che sono trascorsi parecchi anni, ma credo che qui la memoria non mi tradisca).

    L’esito di quella prova referendaria fu probabilmente il preludio per l’introduzione del sistema maggioritario, avvenuta ad appena due anni di distanza, cioè nel 1993, credo con non grande entusiasmo del popolo socialista, il quale ha sempre preferito tendenzialmente il proporzionale, che ultimamente sembra peraltro aver rifatto capolino, e non so quindi spiegarmi il perché venga invece appoggiata, da quanto ne so, l’ipotesi del “collegio uninominale”, quale modifica dell’Italicum.

    Può essere poi che la posizione del NO sia espressa soprattutto da non iscritti al partito, i quali rimangono comunque socialisti, e possono quindi partecipare ad una ricomposizione della “diaspora”, se ve ne sono le condizioni, a meno che non si pensi che il distacco tra le parti sia ormai consumato e irrimediabile, e in ogni caso non vedo perché ci si proponga di “ricucire gli strappi” a posteriori quando potevano essere presumibilmente evitati fin da subito se i vertici del PSI non si fossero spesi così tanto per le ragioni del SI’ (questa è almeno la mia impressione).

    Quanto al “correggere” le modifiche al Titolo V apportate nel 2001, e al superamento del CNEL, sono “capitoli” che, trattati a parte, potevano plausibilmente ottenere la maggioranza qualificata in Parlamento, senza cioè bisogno di un passaggio referendario, il che non avrebbe perciò comportato uno “scontro” che sta dividendo il Paese, e che qualcuno ha definito “test stress”.

    Va dato in ogni caso atto che in questa intervista non vengono evocate instabilità e turbolenze varie, nella eventualità che il 4 dicembre avessero a prevalere i NO, il che contribuisce quantomeno a rasserenare e raffreddare un poco il “clima” piuttosto infuocato di queste giornate e settimane.

    Paolo B. 02.11.2016

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