venerdì, 18 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Alimentazione e comportamento etico del consumatore
Pubblicato il 27-12-2016


“Di solito non pensiamo a quello che mangiamo come a una questione etica […]. Nell’etica tradizionale ebraica, musulmana, ebraica, hindù e buddista, il dibattito su ciò che andrebbe o non andrebbe mangiato ha un posto di primo piano. In epoca cristiana, invece, fu prestata minore attenzione alle scelte alimentari: l’unica grande preoccupazione era evitare l’ingordigia, indicata dai precetti cattolici come uno dei sette peccati capitali”. Così iniziano il loro nuovo saggio Peter Singer e Jim Mason; questi autori, dopo “Animal Factories” hanno dato corpo ad una nuovo volume, comparso anche in traduzione italiana, col titolo “Come mangiamo. Le conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari”. Singer e Mason, che non sono dei naturalisti occasionali, ma lo sono da tempo, indirizzano una critica radicale all’atteggiamento dell’uomo verso il mondo animale.

Peter Singer è un filosofo e saggista australiano; la sua notorietà è dovuta soprattutto all’essere stato il pioniere del movimento per i diritti degli animali, di cui è tuttora uno degli attivisti più influenti. Singer, sempre polemico e al centro di dibattiti, sul piano dell’etica comportamentale, ha incrinato le certezze morali dell’uomo occidentale, contribuendo a mettere in crisi la “vecchia morale”, riguardante soprattutto il comportamento del consumatore.

Jim Mason è un attivista e saggista americano, da sempre impegnato ad analizzare le radici storiche e culturali della credenza occidentale riguardante il presunto signoreggio dell’uomo sull’intero mondo naturale. Nelle sue analisi, Mason insiste nel “presentare all’uomo il conto”, per via della pervicacia con cui ha ignorato, e continua ad ignorare, la relazione col mondo naturale; ignoranza che impedisce all’uomo stesso di rispettare la natura con il controllo delle sue derive distruttive.

In “Come mangiamo”, gli autori illustrano il modo in cui oggi è esercitata l’agricoltura e sono gestiti gli allevamenti di animali per scopi alimentari, al fine di stabilire un “codice etico” per la guida delle scelte di consumo più confacenti alle esigenze di ciascuno e al rispetto ambientale; la loro attenzione, però, è anche rivolta a considerare l’impatto che le scelte alimentari tradizionali di ogni consumatore hanno sugli altri. Ciò, come conseguenza di una nuova forma di consapevolezza che sta lentamente crescendo nel mondo, almeno in quello economicamente più avanzato. Molte persone hanno smesso di mangiare carne di animali allevati, dopo essere giunte a conoscenza delle condizioni estreme di vita alle quali gli animali sono stati costretti dagli allevatori, ma anche per “ragioni che spaziano da preoccupazioni etiche per l’ambiente al desiderio di evitare di ingerire pesticidi”; il consumo di cibi biologici è oggi promosso e stimolato, oltre che dalla diffusa convinzione che essi siano più gustosi di quelli ottenuti attraverso l’impiego di tecniche produttive moderne, anche da quella che la loro produzione sia sorretta dal comparto produttivo agricolo più dinamico, caratterizzato da ritmi di crescita sostenuti.

Oggi, a porsi problemi di scelta di fronte al consumo di prodotti carnei e ittici non sono solo i “vegetariani”; a questi si sono aggiunti anche i “vegani”, i quali, oltre a non assumere come cibo prodotti carnei, non mangiano neppure i prodotti di origine animale (formaggi, uova, miele, ecc.). Inoltre, Singer e Mason osservano che in tutti i Paesi sviluppati, i consumatori stanno imparando a porsi domande sulle modalità di allevamento degli animali e sulla provenienza dei prodotti, chiedendosi anche se ai contadini sia corrisposto un giusto salario e, quando i prodotti provengono da Paesi arretrati, se sono stati importati a condizioni di scambio equo.

I comportamenti di consumo responsabili sono pertanto in aumento, alimentando l’espansione del numero di quelli che sostegno la necessità di un “consumo etico”; inteso, questo, non come esito di un comportamento imposto, ma come risultato dell’osservanza di regole alle quali ognuno è libero di conformarsi. Scegliere alimenti migliori, avvertono gli autori, “non significa dover passare ore a leggere le etichette o aderire rigidamente ad una dieta particolare”; basta attenersi alle regole comportamentali che essi stessi provvedono a formulare, evitando che nei consumatori si radichi il convincimento che se esistono ragioni etiche per “fare una certa cosa” sia obbligatorio farla sempre e a qualsiasi costo. Un approccio al consumo etico basato su regole rigide, a parere degli autori, non è l’unico possibile, né il migliore; basta che ognuno valuti responsabilmente le conseguenze del proprio agire, nei confronti di se stesso, ma anche nei confronti delle altre persone del mondo. Nel consumo etico non è sbagliato dare importanza ai propri desideri, a patto, però che ciò non vada a ledere gli interessi di coloro che sono involontariamente coinvolti dalle proprie scelte.

Prima di indicare le regole cui attenersi per un consumo etico, gli autori formulano alcuni principi che essi ritengono possano essere condivisi dai più; tali principi, pur non comprendendo tutto ciò che può essere di rilevanza morale, possono però aiutare a risolvere molti dei più tormentosi dilemmi che affliggono il consumatore responsabile. I principi sono: quello della “trasparenza”, implicante il diritto del consumatore di sapere come viene prodotto ciò che acquista per alimentarsi; quello dell’”equità”, che vuole che la produzione alimentare non debba imporre costi su terze persone, nel senso che il cibo dovrebbe rifletterei costi globali della sua produzione (per cui se nessuno vorrà pagare l’alto prezzo conseguente di quel cibo, sarà il mercato a farne cessare la produzione); quello dell’”umanità”, in considerazione del quale deve considerarsi ingiusto infliggere sofferenze agli animali di terra e di mare, costringerli a venire al mondo, allevarli in condizioni innaturali e condurli al macello, previo inquinamento dell’ambiente terrestre e marino, per ragioni di mera accumulazione di “potere” economico; quello della “responsabilità sociale”, a tutela del diritto dei lavoratori a ricevere un salario adeguato e a vedersi garantite condizioni dignitose di lavoro; infine, quello del “bisogno”, che vuole la tutela della vita e della salute anteposta alla soddisfazione di altri desideri.

Le regole comportamentali alle quali dovrebbe attenersi il consumatore etico includono innanzitutto quella secondo la quale si deve dare per scontato che la quasi totalità degli alimenti carnei ed ittici sono prodotti dall’industria alimentare moderna con largo uso di metodi poco condivisibili, poco sostenibili e molto poco ecologici. In queste condizioni, secondo gli autori, nel caso di consumi carnei ed ittici, il consumatore critico deve tener presente che essi sono stati ottenuti attraverso allevamenti dannosi per l’ambiente e, perciò, anche per gli esseri umani; l’alternativa, in questo caso, può essere rappresentata dalla possibilità di poter disporre di prodotti provenienti da zone dove si praticano allevamenti sostenibili e dove sia possibile organizzare “gruppi di acquisto solidali”. Laddove questa alternativa è disponibile, comprare prodotti altamente biologici significa garantire un minor deflusso di fertilizzanti chimici nelle acque circostanti, meno erbicidi e pesticidi nell’ambiente e una miglior conservazione dell’equilibrio ambientale.

Tuttavia, affermano gli autori, se diventare vegani è un passo troppo grande per molti dei milioni di abitanti dei Paesi industrializzati, occorre fare affidamento su un’alternativa ai prodotti da allevamento intensivo; un’agricoltura ecologicamente sostenibile, attenta al benessere dell’uomo e degli altri animali, redditizia sul piano economico, è l’alternativa proponibile e il “vegetarianesimo” più praticabile del “veganismo”. Se ciò fosse responsabilmente perseguito a livello politico, si concorrerebbe, tra l’altro, a dare credito al “vecchio detto” che il risparmio sia il miglior guadagno; è quanto potrebbe realizzarsi, evitando gli sprechi di cibo che normalmente si verificano nei Paesi sviluppati e ricchi; gli sprechi, ricordano gli autori, risultano ben maggiori se si considerano anche quelli che si hanno quando il cibo è prodotto in sovrabbondanza, allorché si considera “ciò che si mette in bocca ben oltre le normali esigenze nutritive”.

Mangiare troppo comporta non solo un problema di salute, ma anche uno di natura etica; ciò, perché il sovrappeso causa delle patologie che richiedono cure mediche, il cui costo è coperto dalle imposte necessarie a finanziare il sevizio medico nazionale; scegliere una dieta poco salutare non è quindi una questione rilevante solo a livello personale, è anche una scelta immorale nei confronti di chi poi sarà chiamato a pagare i costi.

In conclusione, tenuto conto dei disagi che risultano connessi ai comportamenti poco critici dei consumatori, gli autori concludono auspicando che il movimento crescente in pro del consumo biologico sia incoraggiato e sostenuto, perché insieme alla “virtù ormai fuori moda”, la frugalità, sia rinforzato anche il convincimento che non “è giusto essere ingordi”.

La narrazione di Singer e Mason circa i “guasti” provocati dal comportamento irresponsabile del consumatore risponde senza dubbio al vero; ciò che nel discorso critico complessivo dei due autori appare carente è l’idea che il movimento che vede impegnati i consumatori ad apportare modifiche consapevoli alle loro scelte dietologiche possa crescere e diventare dominante “motu proprio”. Purtroppo non è così; il consumo etico, infatti, è un “lusso” che possono permettersi solo quelli che non hanno il problema di fare quadrare i conti alla fine di ogni mese, mentre coloro tra questi che si sottraggono al “peccato dell’ingordigia”, limitando le loro scelte di consumo, lo fanno solo perché costretti a “tirare la cinghia”.

Nel libro di Singer e Mason sono date per scontate la dinamica della popolazione e la persistenza dell’ideologia liberista nel governo dell’attività produttiva. Tali variabili hanno un impatto notevole sul comportamento di scelta dei consumatori; non si potranno controllare i ritmi con cui cresce la popolazione del mondo, soprattutto quella esterna all’Occidente industrializzato, sin tanto che non saranno eliminate le attuali differenze di reddito tra Paesi ricchi e Paesi poveri e quelle esistenti all’interno di tutti i Paesi (inclusi quelli ricchi) tra i diversi gruppi sociali. Le due variabili, interagendo tra loro, creano le condizioni perché i comportamenti di consumo diventino irresponsabili, nel senso di Singer e Mason: l’aumento incontrollato della popolazione costituisce il presupposto per la continua espansione della produzione industriale dei prodotti alimentari, con tutte le conseguenze negative denunciate dagli autori; mentre il neoliberismo, propagandando l’ideologia che ogni singolo individuo sia il miglior giudice di se stesso, indipendentemente dal fatto che il suo comportamento sia dannoso oltre che per sé anche per gli altri, nega l’opportunità che siano attuate politiche pubbliche volte, sia a regolare la dinamica demografica, che a regolare le modalità di funzionamento dei mercati.

Sin tanto che durerà questa situazione di impasse, i discorsi circa il comportamento etico del consumatore e quelli sul consumo responsabile sono destinati a ridursi a belle “prediche inutili”, mentre è assai dubbio che i pochi che potranno permettersi il controllo della qualità della loro dieta, grazie al potere d’acquisto del quale dispongono, lo facciano pensando anche agli altri e non solo a sé stessi.

Gianfranco Sabattini

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