martedì, 28 marzo 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Leonardo Raito:
Ritornare alla politica
Pubblicato il 19-12-2016


La recente situazione di Roma, dove la povera Virginia Raggi, fin dall’inizio del suo mandato, pare annaspare in un’apnea senza fine, apre una stagione di ripensamento sul ruolo della politica. Fughiamo subito ogni dubbio: la politica non è l’affarismo che i media raccontano, non è tutto marcio. La politica è la capacità di ideare, di programmare, di offrire visioni di mondo, di società, di economia, di istituzioni. E proprio per questo, a mio avviso, sarebbe bene superare il dilettantismo che ne ha caratterizzato uno sviluppo che, dopo tangentopoli, non pare aver prodotto niente di meglio di quella classe dirigente spazzata via dall’ondata giudiziaria dei primi anni novanta. Anzi.
La repubblica italiana è stata modellata sui partiti e sul ruolo di questi nella società, un ruolo che contemplava sia lo sforzo di elaborazione (collegata alle grandi ideologie del novecento), sia l’opera di rappresentanza delle diverse classi sociali, la capacità di selezione delle classi dirigenti. Si tratta di cose che, in sé, hanno solo elementi positivi: in un sistema dove una funzione di rappresentanza vera esista, sono proprio quei rappresentanti a operare tra gli iscritti ai partiti e i cittadini a far passare messaggi e a intercettare bisogni e urgenze. Ma il sistema di rappresentanza funziona solo se i rappresentanti sono persone riconosciute per onestà, competenza, capacità. Se ci mettiamo poi che, a causa dei blocchi internazionali, tutta la nostra storia repubblicana è stata contraddistinta da quella conventio ad excludendum che aveva generato il bipartitismo imperfetto, ci rendiamo conto come l’alternativa impossibile di governo abbia generato una certa instabilità nella stabilità, un incancrenirsi nei ruoli che non è stato foriero di opportunità e occasioni di crescita culturale e politica, anzi.
Con la crisi dei partiti e una democrazia sostanzialmente ingessata, si è giunti a una degenerazione morale del sistema repubblicano che ha prodotto guasti indicibili. Ma è proprio il problema della rappresentatività che è andato in tilt. I partiti si sono trasformati in prodotti personali, quasi in proprietà di leader, spesso grigi e incapaci, che li hanno modellati a propria immagine e somiglianza. Più deboli sono stati i leader e più deboli sono diventate le strutture dirigenti, scelte sulla base della fedeltà agli uomini e non sulle competenze, provocando, di fatto, un grave impoverimento dei partiti, e, di conseguenza, della politica e delle sue funzioni. Il sistema dei partiti, già indebolito, aveva scelto allora la strada nuova, quella del bipolarismo, su cui fu modellata una legge maggioritaria, ma per cui non vennero previste formule anti-ribaltone. Anche la speranza di una stabilità di governo, che tanto aveva animato cittadini e uomini politici, non si è verificata. Il Berlusconi del 1994 fu rovesciato dall’alleato Bossi, il Prodi del 1996 dall’alleato Rifondazione e da D’Alema poi. Lo stesso D’Alema che cedette il passo, dopo meno di due anni, a Giuliano Amato. Poi ancora Berlusconi perdere i pezzi, poi ancora Prodi nel 2006, pugnalato da Mastella. E dopo ancora Berlusconi massacrato dall’Europa e Monti, e Letta e Renzi ecc. ecc. Tutti questi cambi venivano accompagnati dalla nascita di nuovi gruppi, gruppuscoli, cespugli e piantine: embrioni di partiti, movimenti, think tank che hanno provocato un grande disorientamento nell’elettorato sempre meno avvezzo al voto, e sempre più propenso alla protesta e all’astensione.
E al momento non sembrerebbe andare meglio ai tentativi di movimenti che vogliono far politica senza avere a che fare con la politica e con il sistema dei partiti. Le prove di governo, dimostrano che una selezione via social delle figure rappresentative non sempre paga. I Cinque Stelle, che forse sono stati (o stanno continuando a essere) l’ultima speranza di cittadini elettori arrabbiati, iper stimolati dalle tecnologie, lontani dai luoghi e dalle forme della politica tradizionale, non stanno brillando nelle impegnative prove di governo, quando le decisioni vanno prese, per forza, e non ci si può urlare contro.
E allora che fare? Credo che il ritorno alla politica sia inevitabile. Ma proprio qui sta la sfida vera dei partiti, quella di depurarsi, di innovarsi, di recuperare competenze. Ci furono anni in cui i grandi partiti si facevano accompagnare, nelle proprie elaborazioni, da protagonisti, scienziati, saggi. Potrebbe essere l’autorevolezza di una classe intellettuale da qualche tempo emarginata a riportare la politica al centro della scena, nel cuore dei problemi, con quella capacità di proporre soluzioni accettabili che mancano alla gente. In un clima da guerra civile continua, sarebbe già un passo avanti per edificare un sistema competitivo non solo a parole, ma nei fatti.

Leonardo Raito

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