sabato, 22 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

Senza parole
Pubblicato il 08-12-2016


Decisione almeno discutibile quella dei vertici del Pd di non aprire un dibattito dopo la relazione di Renzi alla luce della sconfitta referendaria. Solo Walter Tocci ha tentato fi prendere la parola subissato da grida e da improperi. Ora, che ancora non si sia sviluppato un confronto all’interno del maggior partito italiano, sulle cause di un risultato così clamorosamente negativo, non può che preoccupare. Anche perché tutto è legato al silenzio pubblico e alle confessioni private.

I vari gruppi, dei quali non conoscevamo neppure la completa esistenza, pare si siano riuniti in vari locali e ristoranti romani. Difficile pensare che nessuno avesse voglia di dire la sua. Al Nazareno dentro parlava solo Renzi, fuori i militanti insultavano i dissidenti, mentre altri rilasciavano dichiarazioni in contrasto con la linea del loro (ex?) leader. Oggi il presidente del gruppo del Pd al Senato parla di un governo che può arrivare fino al 2018. Zanda fa parte della corrente di Dario Franceschini che pare in armonia con quella del ministro Orlando e con quella cosiddetta dei giovani turchi (sic) di Matteo Orfini. Costoro paiono piuttosto freddini ad assecondare i propositi di Renzi e più propensi ad allungare i tempi.

Non ci sono solo leggi elettorali di Camera e Senato, ci sono appuntamenti internazionali rilevanti, e i problemi reali del paese da affrontare. In più c’é un dato politico di non scarso rilievo. E cioè il fatto che una maggioranza esiste ancora sia alla Camera sia al Senato, come il voto di fiducia sulla legge di bilancio ha confermato. Mattarella, non a caso, ha accolto con riserva le dimissioni del presidente del Consiglio. Vuol dire che si tiene la riserva di poterlo rinviare alle Camere come sarebbe istituzionalmente corretto. Le crisi, si è detto più volte, si aprono con un voto del Parlamento. E il Pd dovrebbe sciogliere lì la sua riserva sulla permanenza in carica dell’esecutivo.

Anche oggi tutto tace. E’ giorno di festa e qualche indiscrezione filtra dai vari palazzi. Si fa più tiepida l’appassionata rincorsa alle urne. Il problema é che il Pd non parla con documenti ufficiali, non si interroga sulle ragioni della sconfitta. Non sappiamo fino a che punto segua la linea che porta quasi subito alle elezioni lanciata dal segretario. Cosi come il Parlamento tace. Anzi, ha parlato il Senato con la fiducia. E Renzi con le dimissioni. Da domani inizieranno le consultazioni, tra i consultati anche i socialisti che diranno tre cose: no a elezioni subito e perplessità su un ricorso anticipato alle urne, sì a un governo di ampie intese e anche a un eventuale reincarico a Renzi. Ma domani è un altri giorno…

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Commenti all'articolo
  1. Se il Direttore resta “senza parole” di fronte a quanto sta succedendo adesso, io faccio un salto indietro perché non ho capito per quale ragione l’impegno che venne preso attraverso un documento, relativamente alle modifiche da apportare alla legge elettorale – documento che non si è conosciuto, o forse è noto solo ai vertici dei partiti interessati, e che non ricordo di aver visto pubblicato sull’Avanti – si sia poi fermato lì.

    Mi sono anche chiesto se possa essere qualcosa di riservato, ma non lo credo per quanto posso capirne in materia di procedure, e anzi pensavo che dovesse tradursi in un atto “ufficiale”, vedi un disegno di legge se è questo il termine giusto, così da rendere più preciso e definito, e “vincolante”, l’impegno preso.

    Visto che quanto sta succedendo lascia “senza parole” il Direttore, mi domando giocoforza quale fiducia si possa avere nei confronti di chi, inteso come forza politica, sembra non saper gestire una situazione al cui prodursi non è certo estraneo, e nonostante disponga tuttora della maggioranza parlamentare, almeno così pare e ci dicono.

    Paolo B. 08.12.2016

  2. Quando la casa brucia non si può fare filosofia, bisogna spegnere l’incendio. In politica e in democrazia l’estintore è la memoria, memoria che non hanno i giovani del movimento qualunquista Cinque Stelle e i fascisti della Lega e Alleanza Nazionale. La memoria era fresca nei primi quindici anni della Repubblica, gli occhi e le narici ancora pieni delle macerie fumanti e dei sessanta milioni di morti. In quei primi quindici anni si compì il miracolo italiano per merito di tanti uomini valorosi. Erano i padri della nostra Patria. Il primo, Alcide De Gasperi, affiancato, prima al Governo poi all’opposizione, da un grande Palmiro Togliatti, assieme tanti altri, cristiani (cattolici e non), atei, comunisti, socialisti, liberali, repubblicani, radicali. Purtroppo ci fu una lacerazione profonda che prese le mosse dal colpo che venne inferto all’Italia, nei primi anni 60, perché la sua economia correva troppo. Non si sa se furono i servizi segreti americani a farlo direttamente oppure se lasciarono fare i colossi multinazionali della nascente elettronica e del petrolio che si avvalsero, senza pudore, della criminalità organizzata. In quegli anni Mosca eresse il muro di Berlino e inondò di rubli il Partito Comunista Italiano. Ma Palmiro Togliatti, che andava maturando idee socialdemocratiche, dopo aver promosso l’amnistia, disarmato i partigiani, impedito la sommossa popolare a seguito dell’attentato, morì a Jalta mentre stava elaborando i famoso memoriale. Morì in anni oscuri: dopo Adriano Olivetti ed Enrico Mattei. Un anno dopo fu incriminato con un pretesto Felice Ippolito e messo in carcere. Il flusso di rubli non si interruppe ed Enrico Berlinguer, che non era Togliatti, non riuscì ad impedire il terrorismo politico delle brigate rosse. Poi arrivò Bettino Craxi che si difese a gomitate dalle ingerenze straniere ma fu castigato. Inventarono tangentopoli per eliminarlo. Nessuno si chiese allora, come non si chiede oggi, se attingere a man bassa a finanziamenti sovietici, in piena guerra fredda, fosse o non fosse tradimento. Silvio Berlusconi fu la risposta. Però in Italia aveva attecchito una casta di burocrati generata dai rubli di Bresnev, casta che era emanazione dell’ex Partito Comunista, annidata nei gangli vitali della società italiana, che si autoalimentava. La magistratura, culturalmente affine a quella casta, si scagliò contro Berlusconi per eliminarlo.
    L’ingresso di Berlusconi in politica fu una anomalia provocata dalla sconfitta, per mano giudiziaria, dei socialisti e di Bettino Craxi. Una anomalia accentuata dalla legge Calderoli del 21 dicembre 2005 che ha modificato il sistema elettorale italiano e ha delineato la disciplina attualmente in vigore. Una disciplina di guerra. Una ulteriore lacerazione! Un colpo basso alla democrazia che servì a consolidare due caste contrapposte: quella che nacque dai rubli sovietici e quella alimentata, vent’anni dopo, dal patrimonio personale di Berlusconi. Ecco perché continuiamo a essere in guerra. E’ una guerra senza esclusione di colpi dove le regole non esistono più e il Paese soccombe con la sua economia, la sua industria, le sue infrastrutture come sotto un bombardamento.
    Matteo Renzi ha tentato, con la sua ascesa ai vertici del PD e poi al Governo, di disarmare i due eserciti contrapposti come Palmiro Togliatti disarmò repubblichini e partigiani. Si è battuto come Bettino Craxi si batté per la dignità dell’Italia nel mondo, l’ammodernamento del Paese e la lotta contro la burocrazia. Siccome dobbiamo dirci la verità anche su Enrico Letta, verificate i legami della famiglia Letta con Mastrapasqua, capofila della casta dei burocrati! Matteo Renzi, a differenza di Bettino Craxi, non è stato contaminato dai faccendieri di partito: non è ricattabile!
    Ha fatto bene ad impedire che la Direzione del PD si trasformasse in una rissa e ad anteporre le istanze di quel 40% che ha votato sì (fra cui l’80% dell’elettorato PD) alle farneticazioni dell’accozzaglia di qualunquisti, fascisti e sbandati che si è alleata contro di lui.
    Si perché è vero che la casa brucia, però l’incendio ancora è sotto controllo e può essere domato. Poi ci sarà tempo per chiarire, per riannodare i fili, emarginare i provocatori, smascherare i professionisti del doppio gioco e aprire gli occhi agli stupidi. E riprendere il cammino da dove è stato interrotto.

  3. Quando la casa brucia non si può fare filosofia, bisogna spegnere l’incendio. In politica e in democrazia l’estintore è la memoria, memoria che non hanno i giovani del movimento qualunquista Cinque Stelle e i fascisti della Lega e Alleanza Nazionale. La memoria era fresca nei primi quindici anni della Repubblica, gli occhi e le narici ancora pieni delle macerie fumanti e dei sessanta milioni di morti. In quei primi quindici anni si compì il miracolo italiano per merito di tanti uomini valorosi. Erano i padri della nostra Patria. Il primo, Alcide De Gasperi, affiancato, prima al Governo poi all’opposizione, da un grande Palmiro Togliatti, assieme tanti altri, cristiani (cattolici e non), atei, comunisti, socialisti, liberali, repubblicani, radicali. Purtroppo ci fu una lacerazione profonda che prese le mosse dal colpo che venne inferto all’Italia, nei primi anni 60, perché la sua economia correva troppo. Non si sa se furono i servizi segreti americani a farlo direttamente oppure se lasciarono fare i colossi multinazionali della nascente elettronica e del petrolio che si avvalsero, senza pudore, della criminalità organizzata. In quegli anni Mosca eresse il muro di Berlino e inondò di rubli il Partito Comunista Italiano. Ma Palmiro Togliatti, che andava maturando idee socialdemocratiche, dopo aver promosso l’amnistia, disarmato i partigiani, impedito la sommossa popolare a seguito dell’attentato, morì a Jalta mentre stava elaborando i famoso memoriale. Morì in anni oscuri: dopo Adriano Olivetti ed Enrico Mattei. Un anno dopo fu incriminato con un pretesto Felice Ippolito e messo in carcere. Il flusso di rubli non si interruppe ed Enrico Berlinguer, che non era Togliatti, non riuscì ad impedire il terrorismo politico delle brigate rosse. Poi arrivò Bettino Craxi che si difese a gomitate dalle ingerenze straniere ma fu castigato. Inventarono tangentopoli per eliminarlo. Nessuno si chiese allora, come non si chiede oggi, se attingere a man bassa a finanziamenti sovietici, in piena guerra fredda, fosse o non fosse tradimento. Silvio Berlusconi fu la risposta. Però in Italia aveva attecchito una casta di burocrati generata dai rubli di Bresnev, casta che era emanazione dell’ex Partito Comunista, annidata nei gangli vitali della società italiana, che si autoalimentava. La magistratura, culturalmente affine a quella casta, si scagliò contro Berlusconi per eliminarlo.
    L’ingresso di Berlusconi in politica fu una anomalia provocata dalla sconfitta, per mano giudiziaria, dei socialisti e di Bettino Craxi. Una anomalia accentuata dalla legge Calderoli del 21 dicembre 2005 che ha modificato il sistema elettorale italiano e ha delineato la disciplina attualmente in vigore. Una disciplina di guerra. Una ulteriore lacerazione! Un colpo basso alla democrazia che servì a consolidare due caste contrapposte: quella che nacque dai rubli sovietici e quella alimentata, vent’anni dopo, dal patrimonio personale di Berlusconi. Ecco perché continuiamo a essere in guerra. E’ una guerra senza esclusione di colpi dove le regole non esistono più e il Paese soccombe con la sua economia, la sua industria, le sue infrastrutture come sotto un bombardamento.
    Matteo Renzi ha tentato, con la sua ascesa ai vertici del PD e poi al Governo, di disarmare i due eserciti contrapposti come Palmiro Togliatti disarmò repubblichini e partigiani. Si è battuto come Bettino Craxi si batté per la dignità dell’Italia nel mondo, l’ammodernamento del Paese e la lotta contro la burocrazia. Siccome dobbiamo dirci la verità anche su Enrico Letta, verificate i legami della famiglia Letta con Mastrapasqua, capofila della casta dei burocrati! Matteo Renzi, a differenza di Bettino Craxi, non è stato contaminato dai faccendieri di partito: non è ricattabile!
    Ha fatto bene ad impedire che la Direzione del PD si trasformasse in una rissa e ad anteporre le istanze di quel 40% che ha votato sì (fra cui l’80% dell’elettorato PD) alle farneticazioni dell’accozzaglia di qualunquisti, fascisti e sbandati che si è alleata contro di lui.
    Si perché è vero che la casa brucia, però l’incendio ancora è sotto controllo e può essere domato. Poi ci sarà tempo per chiarire, per riannodare i fili, emarginare i provocatori, smascherare i professionisti del doppio gioco e aprire gli occhi agli stupidi. E riprendere il cammino da dove è stato interrotto.

  4. Quando la casa brucia non si può fare filosofia, bisogna spegnere l’incendio. In politica e in democrazia l’estintore è la memoria, memoria che non hanno i giovani del movimento qualunquista Cinque Stelle e i fascisti della Lega e Alleanza Nazionale. La memoria era fresca nei primi quindici anni della Repubblica, gli occhi e le narici ancora pieni delle macerie fumanti e dei sessanta milioni di morti. In quei primi quindici anni si compì il miracolo italiano per merito di tanti uomini valorosi. Erano i padri della nostra Patria. Il primo, Alcide De Gasperi, affiancato, prima al Governo poi all’opposizione, da un grande Palmiro Togliatti, assieme tanti altri, cristiani (cattolici e non), atei, comunisti, socialisti, liberali, repubblicani, radicali. Purtroppo ci fu una lacerazione profonda che prese le mosse dal colpo che venne inferto all’Italia, nei primi anni 60, perché la sua economia correva troppo. Non si sa se furono i servizi segreti americani a farlo direttamente oppure se lasciarono fare i colossi multinazionali della nascente elettronica e del petrolio che si avvalsero, senza pudore, della criminalità organizzata. In quegli anni Mosca eresse il muro di Berlino e inondò di rubli il Partito Comunista Italiano. Ma Palmiro Togliatti, che andava maturando idee socialdemocratiche, dopo aver promosso l’amnistia, disarmato i partigiani, impedito la sommossa popolare a seguito dell’attentato, morì a Jalta mentre stava elaborando i famoso memoriale. Morì in anni oscuri: dopo Adriano Olivetti ed Enrico Mattei. Un anno dopo fu incriminato con un pretesto Felice Ippolito e messo in carcere. Il flusso di rubli non si interruppe ed Enrico Berlinguer, che non era Togliatti, non riuscì ad impedire il terrorismo politico delle brigate rosse. Poi arrivò Bettino Craxi che si difese a gomitate dalle ingerenze straniere ma fu castigato. Inventarono tangentopoli per eliminarlo. Nessuno si chiese allora, come non si chiede oggi, se attingere a man bassa a finanziamenti sovietici, in piena guerra fredda, fosse o non fosse tradimento. Silvio Berlusconi fu la risposta. Però in Italia aveva attecchito una casta di burocrati generata dai rubli di Bresnev, casta che era emanazione dell’ex Partito Comunista, annidata nei gangli vitali della società italiana, che si autoalimentava. La magistratura, culturalmente affine a quella casta, si scagliò contro Berlusconi per eliminarlo.
    L’ingresso di Berlusconi in politica fu una anomalia provocata dalla sconfitta, per mano giudiziaria, dei socialisti e di Bettino Craxi. Una anomalia accentuata dalla legge Calderoli del 21 dicembre 2005 che ha modificato il sistema elettorale italiano e ha delineato la disciplina attualmente in vigore. Una disciplina di guerra. Una ulteriore lacerazione! Un colpo basso alla democrazia che servì a consolidare due caste contrapposte: quella che nacque dai rubli sovietici e quella alimentata, vent’anni dopo, dal patrimonio personale di Berlusconi. Ecco perché continuiamo a essere in guerra. E’ una guerra senza esclusione di colpi dove le regole non esistono più e il Paese soccombe con la sua economia, la sua industria, le sue infrastrutture come sotto un bombardamento.
    Matteo Renzi ha tentato, con la sua ascesa ai vertici del PD e poi al Governo, di disarmare i due eserciti contrapposti come Palmiro Togliatti disarmò repubblichini e partigiani. Si è battuto come Bettino Craxi si batté per la dignità dell’Italia nel mondo, l’ammodernamento del Paese e la lotta contro la burocrazia. Siccome dobbiamo dirci la verità anche su Enrico Letta, verificate i legami della famiglia Letta con Mastrapasqua, capofila della casta dei burocrati! Matteo Renzi, a differenza di Bettino Craxi, non è stato contaminato dai faccendieri di partito: non è ricattabile!
    Ha fatto bene ad impedire che la Direzione del PD si trasformasse in una rissa e ad anteporre le istanze di quel 40% che ha votato sì (fra cui l’80% dell’elettorato PD) alle farneticazioni dell’accozzaglia di qualunquisti, fascisti e sbandati che si è alleata contro di lui.
    Si perché è vero che la casa brucia, però l’incendio ancora è sotto controllo e può essere domato. Poi ci sarà tempo per chiarire, per riannodare i fili, emarginare i provocatori, smascherare i professionisti del doppio gioco e aprire gli occhi agli stupidi. E riprendere il cammino da dove è stato interrotto.

  5. Quando la casa brucia non si può fare filosofia, bisogna spegnere l’incendio. In politica e in democrazia l’estintore è la memoria, memoria che non hanno i giovani del movimento qualunquista Cinque Stelle e i fascisti della Lega e Alleanza Nazionale. La memoria era fresca nei primi quindici anni della Repubblica, gli occhi e le narici ancora pieni delle macerie fumanti e dei sessanta milioni di morti. In quei primi quindici anni si compì il miracolo italiano per merito di tanti uomini valorosi. Erano i padri della nostra Patria. Il primo, Alcide De Gasperi, affiancato, prima al Governo poi all’opposizione, da un grande Palmiro Togliatti, assieme tanti altri, cristiani (cattolici e non), atei, comunisti, socialisti, liberali, repubblicani, radicali. Purtroppo ci fu una lacerazione profonda che prese le mosse dal colpo che venne inferto all’Italia, nei primi anni 60, perché la sua economia correva troppo. Non si sa se furono i servizi segreti americani a farlo direttamente oppure se lasciarono fare i colossi multinazionali della nascente elettronica e del petrolio che si avvalsero, senza pudore, della criminalità organizzata. In quegli anni Mosca eresse il muro di Berlino e inondò di rubli il Partito Comunista Italiano. Ma Palmiro Togliatti, che andava maturando idee socialdemocratiche, dopo aver promosso l’amnistia, disarmato i partigiani, impedito la sommossa popolare a seguito dell’attentato, morì a Jalta mentre stava elaborando i famoso memoriale. Morì in anni oscuri: dopo Adriano Olivetti ed Enrico Mattei. Un anno dopo fu incriminato con un pretesto Felice Ippolito e messo in carcere. Il flusso di rubli non si interruppe ed Enrico Berlinguer, che non era Togliatti, non riuscì ad impedire il terrorismo politico delle brigate rosse. Poi arrivò Bettino Craxi che si difese a gomitate dalle ingerenze straniere ma fu castigato. Inventarono tangentopoli per eliminarlo. Nessuno si chiese allora, come non si chiede oggi, se attingere a man bassa a finanziamenti sovietici, in piena guerra fredda, fosse o non fosse tradimento. Silvio Berlusconi fu la risposta. Però in Italia aveva attecchito una casta di burocrati generata dai rubli di Bresnev, casta che era emanazione dell’ex Partito Comunista, annidata nei gangli vitali della società italiana, che si autoalimentava. La magistratura, culturalmente affine a quella casta, si scagliò contro Berlusconi per eliminarlo.
    L’ingresso di Berlusconi in politica fu una anomalia provocata dalla sconfitta, per mano giudiziaria, dei socialisti e di Bettino Craxi. Una anomalia accentuata dalla legge Calderoli del 21 dicembre 2005 che ha modificato il sistema elettorale italiano e ha delineato la disciplina attualmente in vigore. Una disciplina di guerra. Una ulteriore lacerazione! Un colpo basso alla democrazia che servì a consolidare due caste contrapposte: quella che nacque dai rubli sovietici e quella alimentata, vent’anni dopo, dal patrimonio personale di Berlusconi. Ecco perché continuiamo a essere in guerra. E’ una guerra senza esclusione di colpi dove le regole non esistono più e il Paese soccombe con la sua economia, la sua industria, le sue infrastrutture come sotto un bombardamento.
    Matteo Renzi ha tentato, con la sua ascesa ai vertici del PD e poi al Governo, di disarmare i due eserciti contrapposti come Palmiro Togliatti disarmò repubblichini e partigiani. Si è battuto come Bettino Craxi si batté per la dignità dell’Italia nel mondo, l’ammodernamento del Paese e la lotta contro la burocrazia. Siccome dobbiamo dirci la verità anche su Enrico Letta, verificate i legami della famiglia Letta con Mastrapasqua, capofila della casta dei burocrati! Matteo Renzi, a differenza di Bettino Craxi, non è stato contaminato dai faccendieri di partito: non è ricattabile!
    Ha fatto bene ad impedire che la Direzione del PD si trasformasse in una rissa e ad anteporre le istanze di quel 40% che ha votato sì (fra cui l’80% dell’elettorato PD) alle farneticazioni dell’accozzaglia di qualunquisti, fascisti e sbandati che si è alleata contro di lui.
    Si perché è vero che la casa brucia, però l’incendio ancora è sotto controllo e può essere domato. Poi ci sarà tempo per chiarire, per riannodare i fili, emarginare i provocatori, smascherare i professionisti del doppio gioco e aprire gli occhi agli stupidi. E riprendere il cammino da dove è stato interrotto.

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