venerdì, 22 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Sinistra: svegliati!
Pubblicato il 01-12-2016


In America la sinistra “liberal” (non proprio liberista, ma quasi), quella che si è alleata con i poteri forti, è stata travolta da un fiume in piena. Andiamo alla radice del problema: come può la sinistra credere nel mercato sregolato, nel profitto fine a se stesso, nell’egoismo generalizzato, nel denaro quale unico metro di valore, nella distruzione sistematica dell’ambiente e degli ecosistemi? Come può la sinistra allearsi impunemente con Wall Street e la finanza speculativa, e poi pretendere un bagno di folle plaudenti? Come può, poi, chiedere agli elettori di stringere la cinghia se l’economia è in ginocchio a causa di mercati impazziti e di banche arroganti, che si sono comportate come piccoli regni feudali? Ormai anche le politiche keynesiane, di intervento pubblico, stentano a rimettere in sesto un’economia drogata da bolle speculative create ad arte. L’America ha vissuto anni di “jobless recovery”: i conti tornavano in ordine un po’ alla volta, ma il lavoro non si materializzava. Ed ecco il bel risultato: la sinistra ha perso la sua base storica, sgretolata dalle politiche neoliberiste, e al tempo stesso non ha guadagnato che una manciata di voti centristi – la “gente” ha votato in massa per il candidato che più di destra non si può. Questo “tradimento” è comprensibile: quanti leader progressisti, o “democratici all’americana”, hanno affrontato seriamente le ingiustizie sociali, piaghe mai veramente rimarginate e che ora si sono riaperte?

Concentriamoci sull’Europa: è qui che si giocheranno le prossime partite, quelle decisive, per i nostri ideali di giustizia sociale e libertà. Anche da noi il nostro popolo – gli operai, i pensionati, gli impiegati, gli insegnanti, i lavoratori, i piccoli commercianti – guardano alle destre e ai populisti. I vari Salvini, Farage e Le Pen sembrano tutelare i loro interessi più della sinistra storica. Se non altro, danno voce – e che voce squillante! – a paure e frustrazioni diffuse. Mica invitano ad aver pazienza e ad ingoiare rospi velenosi mentre gli speculatori, rintanati nella grandi banche, si arricchiscono. E mica organizzano, dalle loro torri d’avorio, seminari accademici sul futuro radioso che avremo fra vent’anni. Anche la sinistra novecentesca fantasticava di mondi futuribili, ma era coerentemente contro il sistema, non parte integrante di esso! O, comunque, si sforzava di cambiarlo dall’interno. Oggi Papa Francesco è più a sinistra di molti leader “progressisti”: lui sì che si preoccupa delle povertà e delle diseguaglianze!

Qui c’è però un nodo intricato: cosa vuol dire porsi contro il sistema? L’opposizione allo stato di cose presente, quando ci sono ingiustizie, può configurarsi in tanti modi diversi: quella di Papa Francesco è una rivolta morale contro l’avidità e l’egoismo (rivolta che spetta ai politici tradurre in prassi concrete).  Un fatto è certo: la sinistra social-democratica, riformista, liberale ecc., può allearsi solo provvisoriamente con il suo “alter ego” (non trovo termine migliore per descrivere la schizofrenia della sinistra) radical-antagonista. Può, anzi deve, dialogarci, come faceva il PSI negli Anni di Piombo. Dal dialogo sorgono analisi e idee nuove; e il confronto con l’ala estrema del proprio schieramento politico, perché no, ritempra con idealità rinnovate quell’entusiasmo che il governo quotidiano rischia di spegnere. Detto ciò, chi ha una visione pragmatica, riformistica appunto, difficilmente è in grado di stipulare un patto duraturo con un’anima irrequieta, irrealistica, contestatrice a tutto campo.

La social-democrazia post-bellica spiccò il volo sulle ali del miracolo economico, che fu anche un “miracolo sociale”: sulle ceneri delle città distrutte, ripartì la produzione industriale (riconosciamolo: grazie al generoso piano Marshall, voluto dagli americani), e sorse altresì un vero Welfare State. I leader di quella sinistra avevano stretto un patto con il capitalismo, e gradualmente lo incivilirono, lo urbanizzarono. La mano pubblica redistribuiva il reddito, costruiva infrastrutture, case, scuole, ospedali. Era, la social-democrazia, la terza via fra capitalismo rampante, generatore di iniquità, e comunismo tirannico.  Il dramma è che questo tipo di capitalismo sociale, che era potenzialmente “patriottico”, in quanto delimitato da confini nazionali, ha subito una metamorfosi: non ha retto all’improvvisa apertura dei mercati e alla velocità di movimento dei capitali (accelerata dalla rivoluzione digitale). Il capitalismo è sempre più speculativo-finanziario, più globalizzato e indipendente dalle sue tradizionali basi produttive.

La social-democrazia è legata mani e piedi al modello capitalistico europeo, se trionfa il turbocapitalismo di impronta americana anche lei finirà per soccombere. Il problema sta tutto qui: gli eredi della social-democrazia, negli ultimi vent’anni, hanno provato a percorrere la stessa strada dei loro padri. Hanno scelto, per coerenza, di non opporsi al mercato unico, alla libera circolazione di uomini e merci. E‘ stato un atto di “buona fede”, il loro; frutto di una speranza: che le lezioni del passato fossero sempre valide e attuali. Il capitalismo, mutatis mutandis, avrebbe continuato a generare quel sovrappiù di ricchezza cui attingere per le politiche sociali. Si pensava, insomma, che il pozzo non si sarebbe prosciugato mai.   Nessuno si è accorto che, cammin facendo, molte cose sono cambiate: il capitalismo è diventato voracemente apolide. Sono così riemersi quegli istinti ferini che Marx aveva così ben compreso: il capitalismo non ha né religione, né patria. Ecco perché è stato così facile l’approdo alla finanza speculativa, attività che non ha alcun rapporto profondo (bensì solo opportunistico) con il territorio. Ovvio che il capitalismo industriale, manifatturiero, aveva tutto l’interesse a sostenere politiche keynesiane, in ogni singolo paese: gli operai salariati della Fiat erano anche acquirenti delle cinquecento e delle mitiche 127. Oggi gran parte dei capitalisti produce da una parte e vende da un’altra. Oppure crea prodotti finanziari; non conta più la merce tradizionale, quella che si tocca con mano. E’ la follia della ricchezza di carta. Le figure come Adriano Olivetti, straordinaria incarnazione dell’imprenditoria progressista, sono ormai una rarità. Il patto con i partiti socialdemocratici nazionali non ha più senso per gli avventurieri della finanza globale, anzi è una gabbia. Sono saltate tutte le barriere.  E la politica è rimasta ferma alle mappe politiche del secolo scorso. Ragion per cui la sinistra ansima e arranca. Nessuno è in grado di costituire una alleanza progressista contro le ingiustizie e i crimini del mercato (sregolato) globale. Quale soggetto politico utopistico universale può imporre regole uguali per tutti?

Senonché la sinistra europea negli ultimi vent’anni ha navigato a vista, incrociando le dita. Altro che programmazione economica o piani quinquennali! Si è vissuto alla giornata, fra una elezione e un’altra. Anche solo a citare il Lombardi delle riforme strutturali, di sistema, si veniva tacciati di vetero-marxismo (il che, in effetti, è vero: ma almeno, lui, alle riforme vere e profonde ci pensava). Veleggiare così è pericoloso. Finché la finanza va a gonfie vele, nessun problema. Appena si scatena la burrasca, ecco che la sinistra viene trascinata sul banco degli imputati. I capi di accusa sono due: a) aver sostenuto questo modello di sviluppo gestito da avventurieri; e b) non saper più padroneggiare gli strumenti che mitigano la recessione e la disoccupazione, conseguenze ineluttabili del capitalismo finanziario-speculativo. Eh, già, perché la sinistra liberal – per compiacere i mercati, “the big corporations”, le banche d’affari, gli investitori – stenta a ricorrere in maniera massiccia all’investimento pubblico come leva per creare lavoro e occupazione. Guai ad ascoltare la sirena dei capitalisti vecchia maniera, quelli che non sanno come gira il mondo oggi, perché si illudono di produrre solo merci tradizionali da piazzare sui mercati del loro Paese. Quel che conta è tranquillizzare gli investitori globali, quindi puntare solo sulla stabilità monetaria e dei tassi di cambio, se poi non c’è piena occupazione questo è un problema secondario. Che i governi mettano i loro bilanci in ordine, questo il nuovo dogma. Che problema c’è se circolano pochi soldi, dopo una abbuffata pantagruelica? In ogni caso, i governi democratici, che sono responsabili, inietteranno nelle banche quel tanto di liquidità che basta. E tutto tornerà come prima, fino alla prossima crisi. Così siamo entrati nel circolo vizioso: recessione, politiche di austerity, crisi che si avvita su se stessa, disoccupazione, nuove povertà.

Sappiamo tutti che, nel lungo periodo, la globalizzazione – che Gramsci, intelligentemente, chiamava l’unità-mondo – porterà benefici a tutti. A una condizione: che sia governata e indirizzata. Nel breve periodo è fonte di sofferenze. E’ una mondializzazione selvaggia in nome del profitto fine a se stesso. Il mercato unico, il nuovo totem, ha travolto tutto, ha imposto cambiamenti troppo veloci anche di tipo culturale a una umanità abituata a mutazioni secolari. La classe media, nei paesi occidentali, si è assottigliata. E ora è impaurita: per la prima volta, dal 1945, i figli staranno peggio dei genitori. L’immigrazione di massa dai paesi ancora sottosviluppati o aggrediti da guerre minaccia le identità dei paesi “ricchi” che li accolgono. E la sinistra, di fronte a tutto questo, appare impotente, o addirittura collusa con i “padroni delle ferriere”. E’ la destra populista quella che, nell’immaginario, protegge dal caos: promette muri e barriere e dazi doganali e quant’altro. Proposte semplicistiche, antistoriche quanto si vuole, ma convincenti. Un film già visto: in Europa, negli anni Trenta, perdevano le sinistre e vincevano i totalitarismi nazionalistici, all’insegna del protezionismo, che è un illusorio rinchiudersi nel proprio guscio. Le sinistre, però, furono battute solo quando erano frammentate e litigiose: in Spagna, in Italia, in Germania. Oggi che non c’è più la grande divisione ideologica tra rivoluzionari e riformisti, si può trovare l’unità. Ma bisogna puntare sui candidati giusti, e individuare il messaggio più forte e convincente. Avevamo una cultura politica solida – il socialismo democratico, il liberalismo laico e il cristianesimo sociale – che ci permetteva di fare l’una cosa e l’altra. Riscopriamola allora, questa benedetta cultura politica, anziché farci abbindolare dal “nuovismo” e dai partiti di plastica, proprietà personale di questo o quel padre-padrone. Una sinistra moderna, che non rinneghi le sue radici storiche, deve rifarsi soprattutto al socialismo liberale/libertario. A quel punto, ai suoi leader verrà spontaneo parlare di giustizia e libertà, di equità e responsabilità, di diritti e doveri. Non è un sogno impossibile. Basta tirar fuori la volontà politica (e gli artigli) per rimettere in gioco i nostri valori.

Edoardo Crisafulli

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Commenti all'articolo
  1. “Basta tirar fuori la volontà politica (e gli artigli) per rimettere in gioco i nostri valori”, sono le parole con cui si chiude questo articolo, e che sembrano rivolte ad una “sinistra moderna, la quale non rinneghi le sue radici storiche”, e i valori in questione dovrebbero comporsi di “giustizia e libertà, di equità e responsabilità, di diritti e doveri”, ossia un insieme di idealità configurabile come patrimonio del “socialismo liberale-libertario”.

    Ho cercato di riassumere il concetto conclusivo, sicuramente importante, auspicando nel contempo di non averlo frainteso, per dire che, a mio avviso, quei valori “politici” oggigiorno non bastano più, e in ogni caso si sono talmente dispersi che vanno probabilmente cercati “con il lanternino”, secondo il vecchio e famoso detto.

    Un tempo avevamo, e riconoscevamo, valori civici e religiosi che sovente si contrapponevano, mentre talora potevano anche conciliarsi, e semmai financo sovrapporsi, ma erano comunque ben nitidi e distinguibili, tali cioè da funzionare come riferimento, e anche “linea di condotta”, vedi ad esempio il cosiddetto “amor di Patria”, che ci dava spirito di appartenenza e identità.

    E succede per solito che quando nel vivere di un popolo spira un’aria identitaria, la stessa funge al bisogno da “protezionismo”, non per chiudersi ermeticamente agli altri ma per attenuare gli effetti delle turbolenze esterne (economiche, finanziarie, ecc….) che la globalizzazione fa inevitabilmente arrivare fin dentro i confini nazionali.

    Ma, come sappiamo, l’amor di Patria è stato spesso associato al tanto deplorato nazionalismo, e andava pertanto osteggiato, il che è avvenuto soprattutto ad opera di chi parteggiava per il “nichilismo”, ma probabilmente anche chi la pensava diversamente si è mostrato piuttosto tiepido e incerto nel dissociarsi, e una cosa abbastanza simile è successa per diversi altri valori, i quali si sono andati perciò indebolendo ed annebbiando, fino a non essere più percepiti nel comune sentire.

    Una volta il capitalismo era sostanzialmente quello imprenditoriale, e vi furono Leader del pensiero social-democratico o liberal-socialista dell’epoca che “ avevano stretto un patto con il capitalismo”, per dirla come scrive l’Autore, proprio per cercare “la quadra” tra esigenze ad aspettative di una società molto articolata, ma si trovarono non di rado ad essere bollati come “servi dei padroni”, per significare come sia stata accidentata ed impervia, e anche sofferta, la strada di quel pensiero.

    Può avere indubbiamente senso il riscoprire “questa benedetta cultura politica”, ma adesso non lo ritengo purtuttavia un “traguardo” sufficiente, ammesso di poterlo raggiungere, se non si riesce a reimmettere nella nostra società una parte almeno dei valori di allora, anche con il contributo delle forze politiche, ma non di quelle che non avevano saputo apprezzare quei valori, anzi li avevano avversati, perché sarebbero poco o nulla credibili (sto esprimendo una opinione personale, senza pretesa di essere nel giusto).

    Paolo B. 04.12.2016

  2. “Basta tirar fuori la volontà politica (e gli artigli) per rimettere in gioco i nostri valori”, sono le parole con cui si chiude questo articolo, e che sembrano rivolte ad una “sinistra moderna, la quale non rinneghi le sue radici storiche”, e i valori in questione dovrebbero comporsi di “giustizia e libertà, di equità e responsabilità, di diritti e doveri”, ossia un insieme di idealità configurabile come patrimonio del “socialismo liberale-libertario”.

    Ho cercato di riassumere il concetto conclusivo, sicuramente importante, auspicando nel contempo di non averlo frainteso, per dire che, a mio avviso, quei valori “politici” oggigiorno non bastano più, e in ogni caso si sono talmente dispersi che vanno probabilmente cercati “con il lanternino”, secondo il vecchio e famoso detto.

    Un tempo avevamo, e riconoscevamo, valori civici e religiosi che sovente si contrapponevano, mentre talora potevano anche conciliarsi, e semmai financo sovrapporsi, ma erano comunque ben nitidi e distinguibili, tali cioè da funzionare come riferimento, e anche “linea di condotta”, vedi ad esempio il cosiddetto “amor di Patria”, che ci dava spirito di appartenenza e identità.

    E succede per solito che quando nel vivere di un popolo spira un’aria identitaria, la stessa funge al bisogno da “protezionismo”, non per chiudersi ermeticamente agli altri ma per attenuare gli effetti delle turbolenze esterne (economiche, finanziarie, ecc….) che la globalizzazione fa inevitabilmente arrivare fin dentro i confini nazionali.

    Ma, come sappiamo, l’amor di Patria è stato spesso associato al tanto deplorato nazionalismo, e andava pertanto osteggiato, il che è avvenuto soprattutto ad opera di chi parteggiava per il “nichilismo”, ma probabilmente anche chi la pensava diversamente si è mostrato piuttosto tiepido e incerto nel dissociarsi, e una cosa abbastanza simile è successa per diversi altri valori, i quali si sono andati perciò indebolendo ed annebbiando, fino a non essere più percepiti nel comune sentire.

    Una volta il capitalismo era sostanzialmente quello imprenditoriale, e vi furono Leader del pensiero social-democratico o liberal-socialista dell’epoca che “ avevano stretto un patto con il capitalismo”, per dirla come scrive l’Autore, proprio per cercare “la quadra” tra esigenze ad aspettative di una società molto articolata, ma si trovarono non di rado ad essere bollati come “servi dei padroni”, per significare come sia stata accidentata ed impervia, e anche sofferta, la strada di quel pensiero.

    Può avere indubbiamente senso il riscoprire “questa benedetta cultura politica”, ma adesso non lo ritengo purtuttavia un “traguardo” sufficiente, ammesso di poterlo raggiungere, se non si riesce a reimmettere nella nostra società una parte almeno dei valori di allora, anche con il contributo delle forze politiche, ma non di quelle che non avevano saputo apprezzare quei valori, anzi li avevano avversati, perché sarebbero poco o nulla credibili (sto esprimendo una opinione personale, senza pretesa di essere nel giusto).

    Paolo B. 04.12.2016

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