giovedì, 25 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

Le considerazioni nebulose di Stella, Roth e la “patria ritrovata”
Pubblicato il 07-12-2016


Joseph Roth

Joseph Roth

La coincidenza del centenario della morte dell’imperatore Francesco Giuseppe (21 novembre 1916) e la vittoria elettorale del verde Alexander Van der Bellen alle presidenziali austriache ha dato spunto a Gian Antonio Stella di svolgere alcune riflessioni sul sentimento patriottico («Corriere della Sera», 7 dicembre 2016, p. 53). Esse prendono avvio dal capolavoro Il busto dell’Imperatore dello scrittore ebreo Joseph Roth, nato a Schwabendorf nei pressi di Brody il 2 settembre 1894 e morto a Parigi il 27 maggio 1939. Dopo aver tratto da «la Repubblica» del 6 agosto 2011 la notizia relativa alla sua lapide («scrittore austriaco, morto in esilio», il giornalista del quotidiano milanese si lascia andare ad alcune considerazioni nebulose sul protagonista, il conte Franz Xaver Morstin, che – come si legge nella recensione pubblicata da «la Repubblica» – discende da una famiglia di origine italiana e descrive con nostalgia il mondo elegiaco dell’Impero austro-ungarico e il suo «complesso sistema di popoli e di razze».

Quale sia il nesso tra Van der Bellen, il protagonista del romanzo Il busto dell’Imperatore e Francesco Giuseppe I è noto solo al giornalista, che trova chiarezza alle sue considerazioni su Wikipedia per la molteplicità di nomi utilizzati per definire lo statista austro-ungarico. Sembra che egli accetti i giudizi del protagonista, senza tenere presente il percorso esistenziale di Roth, il quale verso il 1925 abbandona la sua fede socialista, difende la monarchia ed esalta la tradizione ruotante intorno ai valori religiosi e patriottici. Le sue scarse simpatie per il socialismo, dettate da una particolare sensibilità verso i più bisognosi, vengono meno durante il suo soggiorno in Russia, dove vi si recherà nel 1926 come inviato del «Frankfurter Zeitung».

Da quell’anno fino al 1933 la sua vita si caratterizza per un indefesso peregrinare in varie città europee (Parigi, Berlino, Francoforte) e in Russia per poi passare in Albania, in Polonia e in Italia, da dove invia precise corrispondenze alla stampa sulla realtà politica di quei Paesi. Con l’ascesa al potere di Hitler, Roth coglie nella Chiesa e nella monarchia le uniche forze capaci di opporsi alla prepotenza nazista. Accanto ad una intensa attività pubblicistica, sconvolta dalla crisi mentale della moglie, Roth pubblica il reportage Viaggio in Albania (1927), i romanzi Giobbe (1930), La marcia di Radetzky (1932), Il busto dell’Imperatore (1934).

Proprio in questo racconto, ripubblicato nel 2011 dall’editore Passigli, il protagonista esalta la monarchia, che si regge sulle «virtù nazionali» della fede, della patria e del valore militare, su cui si erge l’aquila asburgica. Un ideale già espresso da Roth ne La marcia di Radetzky, là dove scrive: «Quando fu seppellito, ero lì, uno dei tanti soldati della guarnigione di Vienna, con la nuova uniforme grigioazzurra che di lì a qualche settimana avremmo portato al fronte, uno dei tanti che riempivano le strade. La commozione che nasceva dalla consapevolezza di vivere una giornata storica che si accompagnava alla contraddittoria tristezza per il declino di una patria che aveva educato i suoi figli all’opposizione. [… ] E mentre misuravo esarcebato la vicinanza della morte, cui mi mandava incontro il defunto imperatore, mi sentivo preso dalla cerimonia per la sepoltura di Sua Maestà (e quella era l’Austria-Ungheria)» (cit. in F. Herre, Francesco Giuseppe. Splendore e declino dell’impero asburgico nella vita del suo ultimo grande rappresentante, Milano 1979, p. 465).

In altri brani del racconto Il busto dell’Imperatore, riportati a casaccio da Gian Antonio Stella e ripresi da Internet, il conte sembra identificarsi nel senso del dovere diffuso nell’età dominata da Francesco Giuseppe, il cui simbolo personifica l’asburgica coscienza basata sulla religione e sulla derivazione teologica del potere. Così la «patria ritrovata» deve essere riferita ad un contesto storico ormai tramontato, mentre l’ideale regio del «buon padre di famiglia» non può che essere visto come un mito ormai travolto dalla sovranità popolare e dai valori democratici.

Nunzio Dell’Erba

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Commenti all'articolo
  1. Non mi piace Stella.
    Tuttavia il pezzo si risolve in una critica severa e stereotipata a Roth e alla Felix Austria.
    Lo scrittore, la società absburgica, la belle époque mitteleuropea, sono persona, ambiente ed epoca controversi, ma non così univocamente negativi come l’autore dell’articolo pare ritenete.
    Al netto delle evidenti differenze letterarie, il movente sentimentale e psichico di Roth non è poi così diverso da quello del nostro De Amicis.

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