mercoledì, 20 settembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Sul populismo e il declino della cultura
Pubblicato il 02-12-2016


Ciò che stupisce e irrita rispetto all’assegnazione del premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan è la presenza mediatica del consenso “senza se e senza ma”, ossia della difficoltà a produrre pubblicamente (salvo poche eccezioni), un pensiero critico, “altro” rispetto a quello ormai dominante, non soltanto in Italia ma anche nel resto d’Europa. Coloro, infatti, (e sono molti), che dicono di avversare con forza le derive populiste nella politica (peraltro davvero preoccupanti!), in realtà, populisti lo sono, eccome, nella cultura, intesa come percezione, produzione e consumo. La strenua difesa delle ragioni e delle regole del mercato globale, conduce inevitabilmente, come è logico che sia, all’equiparazione del prodotto culturale (sia esso letterario, cinematografico o musicale), a qualsiasi altro presente sul mercato.

Da tali premesse sempre consolidatesi nel tempo, discende anche quella serpeggiante insofferenza, spesso tra le righe di molti interventi culturali, verso opere ritenute difficili o comunque non conformi al nuovo canone letterario o musicale. Qualcuno, a questo punto del ragionamento, sarà tentato di chiedersi se esso esista davvero; diciamo allora che non ne esiste uno scritto, codificato, tuttavia, tacitamente, da molti anni ormai, circola ovunque, dalle redazioni editoriali a quelle dei giornali, dai programmi scolastici alle idee comuni che si trasformano in scelte di acquisto, sempre più condizionate da una massiccia pubblicistica che quel canone non detto suggerisce, trasmette e impone come il più visibile, il più credibile, il più consumabile. Lo si legge con chiarezza nello sdoganamento perfettamente riuscito dell’idea che non debba più esistere alcun confine tra cultura alta e cultura bassa, cosicché la seconda possa tranquillamente cannibalizzare la prima, senza rimpianti né sensi di colpa. Ci siamo emancipati, dopo vent’anni di berlusconismo, da qualsiasi imbarazzo o soggezione nei confronti di tutto ciò che non capiamo o riteniamo difficile, in altre parole, non alla portata del cittadino medio!… A cui reagiamo rimuovendo o annullando l’elemento estraneo come inutile o superfluo, poiché è cresciuta in noi, sempre di più, il “desiderio di essere come tutti gli altri”. E’ il nuovo conformismo che avanza, laddove alla dialettica e alla critica, un tempo strumenti insostituibili nell’arte e nella politica e nella politica, sostituiamo, il consenso.

Ciò che sembra renderci sereni e impermeabili, potrebbe farci sentire culturalmente più soli in un deserto delle idee e delle emozioni. E il nuovo ordine prevede che il termine istruzione sopravanzi quello di cultura. Che debbano esistere due sole opzioni: cultura di massa e cultura accademica. Nel mezzo, dove si dibattevano le idee, costruivano manifesti, sperimentavano linguaggi, ora c’è quasi il nulla. In letteratura, concetto tutto da ridisegnare, o meglio, da allargare, (ma fino a dove?), a detta dei fautori del nuovo sistema cui francamente ci opponiamo, il voler a ogni costo equiparare (con tanto di argomentazioni dotte!) la letteratura narrativa al graphic novel, la canzone alla poesia, il genere noir a un qualsiasi romanzo di Franz Kafka o di Thomas Mann, non può che significare una resa incondizionata alle lusinghe di una retorica della comunicazione (ecco di nuovo venir utile la lezione di Mcluhan), che è soprattutto finalizzata alla propria perdurante onnipotenza.

In musica, invece, il definitivo trionfo della canzone leggera come massima espressione della creatività che, ovviamente esclude le altre, ha, anche in questo caso, spalancato il divario tra la musica cosiddetta “classica”, consegnata alla storia, e la musica più corriva, lasciando in mezzo quell’enorme vuoto che un tempo non troppo lontano era occupato dalle “musiche”, siano esse semplici o complesse, comunque, caratterizzate da un’estrema vitalità.

Quanto al cinema, da troppo tempo si sente apostrofare questa o quell’opera ritenuta “profonda” o “lenta”, quindi difficile, come, banalmente “film da festival per pochi spettatori”. La richiesta sempre più pressante di un cinema medio che accontenti tutti; ma siamo davvero sicuri di desiderare proprio questo?

Ma se cercassimo le ragioni di questa mutazione genetica, ne troveremmo tre: la prima, di ordine storico, si basa su quel “falso” che è stata la teoria della “fine della storia” (1992) dell’economista e politologo americano Francis Fukuyama, la seconda, di ordine estetico, all’origine della quale si situa il cosiddetto “pensiero debole”, teorizzato in Italia da Gianni Vattimo e il Post-moderno, linguaggio artistico che teorizzava la fine delle avanguardie preconizzando lo sguardo, pur sempre ironico e disincantato, verso il passato. La terza, di ordine economico, riguarda la nuova visione globale in cui ogni espressione della creatività richiede un adattamento a sempre più ferree e inderogabili leggi di mercato. Da tali premesse è facile giungere, come sappiamo, alla presa d’atto di una possibile sebbene non immediata capitolazione del critico dal proprio ruolo di mediazione tra il pubblico e l’opera. Una figura che negli ultimi decenni ha smarrito parte della sua ragion d’essere. E’ la pubblicistica ottimista e positiva, in accordo con il mercato della cultura, a orientare il gusto del pubblico. Il bisogno di acculturazione, che nella seconda metà del XX° secolo, si diffondeva a larghi strati della popolazione con una nuova cultura di massa avanzata, diremo, talora di ottimo livello, oggi si ritrova confinato nel ristretto ambito accademico, che a sua volta, si vede progressivamente svilito a favore del puro utilitarismo.

Pare, dunque, giunti fin qui, che la scelta di conferire il premio Nobel, al menestrello Bob Dylan come al comico Dario Fo (peraltro rispettabilissimi nel proprio ambito artistico), debba essere letta come una delle tante (ma certo la più eclatante) conseguenze del clima o temperie culturale, sopra descritta, ambigua, forse, certamente non innocua, poiché in grado di legittimare paradossi imbarazzanti e di sdoganare un’idea di cultura il cui segno espressivo ed estetico, sempre più debole, non ne decreterà certamente la scomparsa, ma la indurrà a confondersi sempre più con il magma indifferenziato del puro intrattenimento.

MAURIZIO FANTONI MINNELLA

Blog Fondazione Nenni

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Seguo Bob Dylan dal 1976 e possiedo tutti i suoi album ufficiali. Certo è una cafonata non andare a Stoccolma a ritirare il Nobel ma il personaggio è così e invecchiando, contrariamente al vino, peggiora. Nel suo “Never Ending Tour” che è in piedi da 20 ed è costituito da circa 300 concerti all’anno, il menestrello di Duluth si diverte a stravolgere completamente i suoi brani fino a renderli irriconoscibili. E il pubblico sta al gioco! Tipo dopo cinque minuti di note e armonie apparentemente prive di senso, esclama “ma questa è Like a Rolling Stone!”
    Andrea Malavolti,
    Correggio (RE)

Lascia un commento