sabato, 27 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

Un popolo a sinistra. Il racconto di Tamburrano
Pubblicato il 14-12-2016


Giuseppe Tamburrano, storico e testimone di un secolo, racconta in un libro la storia della sinistra del nostro Paese dalla fondazione del Partito Socialista Italiano sino ai giorni nostri ovvero al crepuscolo della prima Repubblica.
(“La sinistra italiana 1892-1992”, Edizioni Bibliotheka) sarà al centro di un dibattito a Roma che si svolgerà nella Sala degli atti parlamentari della Biblioteca del Senato, in Piazza della Minerva 38. L’appuntamento è per le 10,30. Sarà un confronto ricco a cui parteciperanno giornalisti, storici e autorevoli protagonisti dell’ultimo tratto del racconto: il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, Emanuele Macaluso, Riccardo Nencini, Cesare Salvi, Giuseppe Vacca, Walter Veltroni, Lucio Villari e Sergio Zavoli. Oltre, ovviamente, a Giuseppe Tamburrano, autore del libro e al presidente della Fondazione Nenni, Giorgio Benvenuto.



tamburrano
“Conoscere la storia per progettare il futuro”

Giuseppe Tamburrano, il più autorevole storico del socialismo, eccellente biografo di Pietro Nenni, ha scritto “La Sinistra Italiana: 1892 1992” un libro interessante, documentato, rigoroso, sulla storia della sinistra italiana. L’ho letto, l’ho riletto. Mi è molto piaciuto. É un contributo importante per dare un giudizio sereno sul ruolo della sinistra, del PSI e dei partiti laici nella storia della democrazia italiana.

Giuseppe Tamburrano ha un obiettivo: raccontare la storia della sinistra, del socialismo. Documentare l’impegno secolare del popolo di sinistra per la libertà, per la giustizia, per la solidarietà.

In un mondo dominato dalla Finanza e dal Mercato, in un mondo dove le differenze sono sempre più insopportabili Giuseppe Tamburrano vuole con il suo libro fornire un autorevole, documentato, approfondito contributo alla conoscenza e alla comprensione della storia dei partiti della sinistra ed in particolare del Partito Socialista. É preciso. É convincente. È, a volte, ironico. È rispettoso con tutto e con tutti. C’è a volte una nota di amara melanconia. Ma non è rassegnato. Non si arrende. Non rinuncia alle sue idee: è convinto che conoscere l’epopea del socialismo può servire a ricostruire la passione e la militanza politica.

Il mondo del lavoro si è sentito tradito perché i vecchi partiti di sinistra si sono sempre di più preoccupati di compiacere il “mercato” sacrificando pezzi di welfare e rinviando sine die le conquiste sociali.

Il libro “La sinistra italiana” non è scritto solo per gli esperti, per gli studiosi, per gli storici. È per tutti, per far sapere, per far conoscere, per approfondire, per ricordare le vicende della storia della sinistra italiana.

Miguel de Cervantes amava sottolineare che “gli storici devono essere esatti, spassionati, veritieri; né l’interesse, né il timore, il rancore o la simpatia devono farli deviare dal cammino della verità di cui è madre la storia, che ben può essere detta emula del tempo, archivio dei fatti, testimonianza del passato, esempio e ammonizione del presente, insegnamento dell’avvenire”.

È quello che fa Tamburrano. Reagisce all’attuale andazzo della politica e al fuggi fuggi dalle responsabilità. È convinto che occorra riportare al centro della politica il tema della giustizia e dell’equità sociale per riannodare i fili tra i settori più deboli, più emarginati, più poveri della società che si sentono alla deriva, convinti come sono di essere stati abbandonati dai loro storici difensori.

“Viviamo – scrive Mario Tronti – un tempo senza epoca. C’è il nostro tempo, manca però l’epoca. La storia è diventata piccola, prevale la cronaca quotidiana, il chiacchiericcio, il lamento, la banalità”.

Tamburrano con il suo libro dà, invece, una sollecitazione, una spinta, un invito a fare, a costruire, a cambiare. La strada che dobbiamo percorrere è cosparsa di problemi che sembrano irrisolvibili. Tamburrano, invece, vede che anche oggi, come è avvenuto nel passato nella storia del socialismo, si aprono spazi politici alla nostra intelligenza, alla nostra volontà. Nessuno è inutile. C’è bisogno di tutti. Ci vuole fiducia. Si deve essere al servizio del mondo del lavoro, dei più poveri, dei più miseri. È necessario reagire, anzi agire, se si vuole progettare e costruire il futuro.

Eugenio Colorni, socialista, appassionato e irriducibile combattente per la libertà, per la giustizia, per la pace e per l’Europa, scriveva nel maggio 1944, pochi giorni prima della sua morte in un conflitto a fuoco con i fascisti: “le dottrine ideologiche, le formule organizzative democratiche, sono vecchie, sono l’espressione di un mondo che non vive, ma sopravvive, non sono più capaci di animare fedi, di suscitare trascinanti passioni, di ispirare etiche di combattimento…. Ma noi non dobbiamo rassegnarci, dobbiamo andare avanti per cambiare, per fare”.

Quelle parole hanno una grande attualità. La sinistra politica e sociale è ora apatica, divisa, sfiduciata. Ha l’ansia di legittimarsi. Vuole “rottamare”. Non si accorge che negando, anzi rinnegando, il proprio passato finisce per rottamare se stessa.

Il libro di Tamburrano ha una straordinaria, intensa forza espressiva. Si rimane affascinati. Si avverte un forte pathos. Le sue pagine evocano antiche nostalgie. I ricordi colpiscono, soddisfano, emozionano. Il libro si articola in tre parti: la prima riguarda la nascita del socialismo, il suo sviluppo, la scissione dei comunisti, il fascismo; la seconda si riferisce alla lotta degli antifascisti durante i diciotto anni di esilio e alla guerra partigiana; la terza è riferita alla prima Repubblica e alla crisi della sinistra.

Sono avvincenti i primi capitoli del libro che si soffermano sulla nascita del Partito Socialista.

Nel terz’ultimo decennio dell’ottocento in Italia la nascita del socialismo è in ritardo rispetto all’Europa. I socialisti si costituiscono già in partito nel 1869 in Germania; poi nel 1879 in Spagna, nel 1883 in Russia, nel 1889 in Austria e in Svezia. Il 14 luglio 1889, a Parigi, nella Sala Petrelle, si svolge la prima riunione dei leader del socialismo mondiale, in rappresentanza di 19 paesi. Ricorre il centenario della rivoluzione francese. I presenti sono convinti che la seconda rivoluzione, dopo quella francese, sarà proletaria.

In una prima fase in Italia, in ritardo con l’industrializzazione e con una agricoltura arretrata, dilaga l’analfabetismo, la miseria, le malattie, lo sfruttamento dei contadini. In quegli anni si sviluppa l’egemonia anarchica. Andrea Costa il 27 luglio 1879 lascia l’anarchia e sulla Plebe scrive la lettera “ai miei amici di Romagna” che segna il passaggio al socialismo. Nasce il Partito Operaio Italiano (POI) e quindi il Partito Socialista Romagnolo. Nel 1892 a Genova si costituisce finalmente il Partito Socialista. Sorgono contemporaneamente le Camere del Lavoro e le federazioni di categoria che costituiranno la CGL (Confederazione Generale del Lavoro) nel 1906.

Il grande merito della costituzione e della crescita del Partito dei Lavoratori Italiani (dopo un anno si chiamerà PSI) è di Turati: trasforma con Anna Kuliscioff la rivista “Cuore e Critica” che ha acquisito da Ghisleri, in “Critica Sociale”.

Il partito nasce, nota con bonaria ironia Tamburrano, con una scissione. I socialisti si dividono dagli anarchici. Il congresso di Genova ha un valore storico anche se gli storici se ne accorsero solo dopo qualche tempo.

È forte l’influenza di Giuseppe Garibaldi. Era un socialista umanitario. Diceva: “sia io che Mazzini siamo repubblicani, però io sono socialista e Mazzini non lo è”. L’eroe dei due mondi era contro gli eccessi, le esagerazioni degli anarchici e dei marxisti, ma era sinceramente contro l’oscurantismo dei preti e i privilegi dei ricchi. In quegli anni era molto diffuso il giornale La Plebe di Enrico Bignami, un mistico mazziniano prima, un simpatizzante socialista poi. Il giornale visse tra il 1868 e il 1883. I suoi principi erano: eguaglianza, fratellanza, libertà, lavoro. Il suo motto era: “i così detti grandi non sono tali se non perché noi siamo in ginocchio: leviamoci”.

Robert Michels definisce Garibaldi come un socialista molto moralista. con atteggiamenti e linguaggio di profeta, un uomo, come Mazzini, estraneo alla gretta lotta politica quotidiana.

Lo scenario sociale e politico della sinistra in quegli anni è molto articolato. Tamburrano enumera le diverse fazioni: anarchici e autoritari; moderati ed estremisti; astensionisti e democratici; operaisti e legalitari; rivoluzionari ed evoluzionisti; radicali e socialisti; socialisti mazziniani; bakuniniani; proudhoniani; marxisti.

Il PSI nasce in un paese che è appena all’inizio dell’industrializzazione. L’Italia ha terribili problemi di arretratezza, miseria, analfabetismo. Il senatore Stefano Jacini, presidente della Commissione d’Inchiesta Agraria nominata dal Governo Deprètis, così descrive nel 1877 le condizioni dei lavoratori agricoli: “pessime abitazioni, vitto malsano, acqua potabile putrida, salari derisori e per conseguenza pauperismo e malattie… La pellagra, le febbri palustri mietono tante vittime. Imponenti le emigrazioni verso regioni incognite pur di liberarsi da uno stato presente insopportabile”.

Il Partito Socialista è un partito che nasce rurale. È il partito dei poveri e delle plebi. È un partito prevalentemente nordista. È, come commenta maliziosamente Robert Michels, un partito di intellettuali, “un partito universitario”.

Il PSI è il primo partito politico nazionale nella storia d’Italia. Si può anzi affermare che i socialisti unificano un paese nel quale ci si esprimeva in tanti dialetti (non si conosceva l’italiano) e dove gli abitanti di un comune ritenevano addirittura “foresti” gli abitanti dei paesi confinanti.

L’idea forza del PSI fu il riformismo, un riformismo vero, concreto, fattivo. I socialisti seppero trasformare la protesta e l’indignazione delle plebi in proposta; non furono mai degli agitatori; erano convinti che le proteste si sarebbero esaurite in disperate sommosse per essere poi stroncate con una accanita e spietata repressione.

Il Partito Socialista si rafforza con le lotte, con le proposte, con la solidarietà. La sparuta pattuglia di parlamentari via via cresce; sono 13 nel 1895; diventano, dopo la sanguinosa repressione di Bava Beccaris, 33 nel 1900. A Natale nel 1896 nasce il quotidiano nazionale Avanti!, ne vengono vendute 40.000 copie. Ha lo stesso nome dell’organo ufficiale del Partito Socialdemocratico tedesco Vorwarts (Avanti). Riprende il titolo dal quotidiano Avanti che in Romagna aveva diffuso diversi anni prima Andrea Costa.

La reazione della classe dirigente è feroce. I “moti della fame” vengono stroncati con efferatezza. Bava Beccaris utilizza l’esercito assassinando a cannonate più di ottanta manifestanti a Milano. Vengono promulgate leggi repressive eccezionali. Sono arrestati e condannati, tra gli altri, Turati, la Kuliscioff, Morgari, Lazzari, Don Albertario. La situazione si esaspera oltre ogni limite. Umberto I viene assassinato a Monza. Il nuovo re e soprattutto Giovanni Giolitti capiscono che occorre aprire un rapporto politico con i socialisti e con i sindacati.

Vennero fatte, sotto la pressione dei socialisti, dei repubblicani e dei radicali, importanti leggi a tutela del lavoro. Il sindacato e i partiti socialisti divennero degli interlocutori. Andrea Costa nel 1902 ad Imola con soddisfazione, in occasione del Congresso del PSI, commentò: “prima eravamo dei malfattori ora siamo dei legislatori”.

In questo nuovo scenario i socialisti elaborano il proprio programma. Lo definiscono “minimo”. Ecco gli obiettivi: 1) Suffragio universale. Indennità ai deputati. 2) Abolizione di ogni legge restrittiva della libertà di stampa. 3) Sostituzione della nazione armata all’esercito permanente. 4) Referendum politico e amministrativo e diritto di iniziativa popolare. 5) Eguaglianza giuridica e politica dei due sessi. 6) Autonomia comunale e indennità a tutte le cariche elettive.

Completavano il programma “minimo” del Partito Socialista le proposte economiche tra le quali hanno un particolare significato: a) la riforma dei patti colonici; b) il divieto di sostituire la forza pubblica agli operai in sciopero; c) la nazionalizzazione di ferrovie, miniere, mezzi di comunicazione; d) l’espropriazione delle terre incolte; e) la tassa unica progressiva sui redditi e sulle successioni; l’esenzione delle tasse per i redditi minimi; f) la cassa pensione per gli inabili; g) le otto ore di lavoro al giorno; i minimi salariali; le 36 ore di riposo settimanale consecutive; h) le agevolazioni per donne e fanciulli; i) l’ istruzione laica obbligatoria alle elementari.

Filippo Turati costruì un partito autenticamente riformatore. Era fautore di un pensiero e di un’azione socialista ancorata ai valori della democrazia, rifiutava la violenza rivoluzionaria e aborriva ogni forma di dittatura del proletariato inevitabile portatrice di oppressione. L’azione politica di Turati fu di estrema coerenza, ispirata ai principi della libertà come metodo e come fine, al gradualismo e al garantismo. I socialisti riuscirono in quella fase della politica a far approvare molte leggi importanti sugli aspetti sociali.

La svolta di Giolitti ha molti oppositori nei ceti conservatori e reazionari. Ci sono molte proteste. Significativa è una notizia apparsa nella cronaca di allora. Un grosso proprietario terriero mantovano, il conte Arrivabene, si lamenta con le istituzioni e scrive a Giolitti: “Oggi io, senatore del Regno, ho dovuto condurre l’aratro, abbandonato dai miei contadini, che fedeli alla mia famiglia da secoli, sono ora in sciopero col beneplacito del governo”. Giolitti così gli replica: “La esorto a continuare; così potrà rendersi conto della fatica che fanno i suoi contadini, e pagarli meglio”.

Il Partito Socialista si rafforza. Ecco alcuni dati significativi: i deputati socialisti sono 7 nella XVIII legislatura (1892-1895); 12 nella XIX (1895-1897); 16 nella XX (1897-1900); 33 nella XXI (1900-1904); 29 nella XXII (1904-1909); 41 nella XXIII (1909-1913); 52 nella XXIV (1913-1919).

Turati cerca di rafforzare le convergenze con Giolitti; appoggia il Governo Luzzatti e poi il Governo Giolitti per modificare la legge elettorale per allargare la platea degli aventi diritto al voto. Viene conquistato il 22 giugno 1913 il suffragio universale ma solo per gli uomini (le donne dovranno aspettare sino al 1945).

Ai congressi del PSI di Reggio Emilia e di Ancona Turati va in minoranza, nasce la stella massimalista di Mussolini. Commenta Tamburrano: “non ci sono più i pochi grandissimi del Risorgimento, ma c’è una miriade di grandi, medi e piccoli, tutti attivi e tutti inquieti. Sono anni di grandi eventi: i moti popolari, le spedizioni coloniali, la Settimana Rossa, la guerra, l’avventura dannunziana di Fiume, l’occupazione delle fabbriche, la marcia su Roma: tutti avvenimenti promossi non da partiti o da sindacati, ma da un “capo”, o da un gruppo di poche persone non legate che da un’idea, spesso da una idea del momento”.

È così che Mussolini in tre anni conquista il partito, ne è acclamato capo al Congresso di Ancona. È l’aprile 1914; ma sette mesi dopo viene espulso dal PSI essendo diventato interventista.

Scoppia la prima guerra mondiale. L’Internazionale Socialista non è in grado di assumere una posizione. È impotente. Prevale in Europa in ogni partito di tradizione socialista una ipocrita linea di neutralità se non di sostegno più o meno mascherato alla propria patria. Ambigua è la scelta del Partito Socialista Italiano (“né aderire, né sabotare”). Molti dirigenti socialisti scelgono la strada dell’interventismo. Alcuni sono suggestionati dalla necessità di completare le guerre risorgimentali per l’indipendenza dell’Italia dall’Austria. Altri sono convinti che la guerra porterà a tanti e tali sommovimenti che potranno favorire la rivoluzione proletaria. Sintomatico è il caso dell’Italia: partono volontari Pietro Nenni, Giuseppe Di Vittorio; vanno al fronte Sandro Pertini e Palmiro Togliatti. Persino il Premio Nobel per la pace Ernesto Teodoro Moneta va a combattere. Rifiutano e condannano invece la guerra Camillo Prampolini e Giacomo Matteotti.

La guerra muta profondamente la società italiana. “Fu – osserva Tamburrano – un potente fattore di unità ideale e sociale (“La patria comune”) perché costrinse cinque milioni di giovani provenienti da tutte le regioni d’Italia, che avevano difficoltà a capirsi tanto diversi erano i loro dialetti (l’unica lingua parlata), a vivere insieme, a conoscersi, a sodalizzare e dunque a nutrirsi di idee e sentimenti comuni”.

Forte, fortissima l’influenza della Rivoluzione in Russia. “Fare come in Russia” diventò l’obiettivo dei massimalisti. I socialisti raggiunsero nel 1919 il top del consenso: alle elezioni elessero 154 parlamentari, diventando il primo partito italiano, seguito dal Partito Popolare. I fascisti in quell’occasione non elessero nemmeno un deputato e presero meno di 5.000 voti. Turati, assecondato anche da Bruno Buozzi, cercò di dare uno sbocco politico di governo. In Parlamento illustrò un convincente programma politico (“Rifare l’Italia”) ma non riuscì nel suo scopo. Ci furono le ostilità e le diffidenze dei popolari. Ma determinante fu la scissione del PSI nel 1921 a Livorno con la costituzione del PCdI (Partito Comunista d’Italia).

I massimalisti socialisti come Serrati e Lazzari credevano nella rivoluzione come in una palingenesi globale. Si direbbe che la ineluttabilità della rivoluzione li dispensasse dal farla loro; si sarebbe fatta da sola. “E così – commenta con amara ironia Tamburrano – i massimalisti predicano la rivoluzione e praticano l’inerzia: il Partito Socialista perde prima i comunisti e poi i riformisti e perde soprattutto l’occasione di salvare la democrazia”.

Il commento più efficace al congresso di Livorno (massimalisti circa 100.000 voti; comunisti 58.000; riformisti 15.000) lo fa Turati. Indimenticabile. Profetico. Così si rivolge agli scissionisti comunisti: “quando avrete fatto il Partito Comunista, quando avrete impiantato i soviety in Italia, se vorrete fare qualcosa che sia rivoluzionaria davvero, che rimanga come elemento di civiltà nuova, voi sarete forzati a vostro dispetto, ma ci verrete perché siete onesti, a ripercorrere completamente la nostra via, a percorrere la via dei socialtraditori, e questo lo dovrete fare perché questo è il socialismo che è il solo immortale, che è quello che veramente rimane di vitale in tutte queste nostre beghe e diatribe”.

La scissione del PCI dal PSI indebolisce la sinistra. Il fascismo dilaga con la violenza. Le elezioni del 1921 portano ad un primo arretramento: i parlamentari socialisti sono ora 123. Non si arresta però la conflittualità nel Partito Socialista tra massimalisti e riformisti. Il 4 ottobre 1922, poche settimane prima dell’avvento del fascismo, al XIX Congresso a Roma del PSI i massimalisti di Serrati ottengono 30.106 voti; i riformisti 29.119 voti. C’è una nuova scissione. Ci si divide consensualmente. I riformisti escono dal PSI e costituiscono il PSU, del quale eleggono segretario Matteotti. Fanno parte del PSU, tra gli altri, Baldesi, Buozzi, Dugoni, Altobelli, D’Aragona, Morgari.

Al XX Congresso del PSI a Milano il 17 aprile1923 viene respinto l’ultimatum del Comintern per la realizzazione della fusione tra PSI e PCI. Nenni, caporedattore dell’Avanti!, costituisce un “Comitato Nazionale di difesa socialista per l’unità delle forze rivoluzionarie, che maturi dal basso e non sia imposta dall’esterno”. Nenni ottiene la maggioranza con 5.361 voti; l’ordine del giorno fusionista di Lazzari-Buffoni raccoglie 3.968 voti.

Alle elezioni del 1924 fallisce il tentativo di una lista unitaria tra gli spezzoni del vecchio Partito Socialista. Ecco i risultati: il PSU di Matteotti ottiene alla Camera 24 seggi, il PSI 22, il PCI appena 19.

Il PSU guidato da Giacomo Matteotti è il più deciso nel richiedere il ripristino delle libertà violate.

Matteotti – ricorda Tamburrano – era un oppositore testardo, uno che criticava con i dati alla mano; non aveva lasciato passare nulla delle illegalità, degli abusi, dei soprusi, degli affari loschi del regime e probabilmente aveva molti dossier ancora da aprire anche sulla Corona. La denuncia alla Camera dei brogli elettorali fece traboccare il vaso della tolleranza del duce “bisogna dargli una lezione” ed i suoi sicari obbedirono.

Giacomo Matteotti viene rapito e assassinato. La sinistra non riesce ad unirsi. La scelta dell’Aventino è maldestra. Si affida alla correttezza costituzionale del re. È un’illusione. Mussolini riprende il controllo della situazione. Le leggi fascistissime del 1925 spengono la democrazia. I partiti e i sindacati vengono sciolti.

La seconda parte della “Storia della Sinistra” di Tamburrano riguarda il periodo dell’esilio. I socialisti si rimettono insieme. I comunisti invece sono sempre più sottomessi all’URSS, a Giuseppe Stalin.

La narrazione della lotta al fascismo in Italia e fuori è avvincente.

È un’epopea. È il racconto di uomini coraggiosi, che lottano per la giustizia e per la libertà. Appaiono – come ha ricordato Gaetano Arfè – simili agli eroi delle chansons de geste che combattevano, erano a volte sconfitti, ma non si ritenevano mai vinti.

Pietro Nenni in un saggio in lingua francese edito a Parigi “Six ans de guerre civile en Italie” che reca nel frontespizio una citazione di Victor Hugo (“être proscrit, c’est être choisi per le crime pour reprèsenter le droit”) scrive “il fascismo durerà ancora degli anni: è terribile per chi muore nelle prigioni, è grave per noi che siamo in esilio, è ingiusto per l’Italia senza libertà e democrazia. Ma cadrà, cadrà ignominiosamente. Cinque o dieci anni sono tanti nella vita di una persona, sono niente per la storia. Torneremo in una Italia nuova e libera”.

Il periodo dell’esilio, la difficile ricerca dell’unità con i comunisti, i sacrifici, il lavoro paziente di elaborazione e di documentazione è raccontato da Tamburrano con dovizia di particolari e con una attenta ricerca delle fonti. Tamburrano ha un grande merito. Sono raccontati tanti episodi interessanti che per molti lettori appaiono inediti, perché troppo spesso sono stati o per conformismo o per opportunismo censurati. Bellissime le pagine che parlano della vittoria del Fronte Popolare in Francia; commovente il ruolo della sinistra italiana e dei socialisti nella guerra civile in Spagna; i drammatici rapporti altalenanti con i comunisti: prima le accuse ai socialisti di socialfascismo; poi l’unità antifascista; poi il dramma dell’accordo tra Hitler e Stalin per la spartizione della Polonia; poi la Resistenza contro i nazifascisti dopo l’invasione della Russia; poi il ritorno in Italia.

Tutto è raccontato con passione, scioltezza, con precisione, con ammirazione. Il tono del linguaggio convince, anzi avvince. Si rimane commossi nel leggere le vicende di tanti protagonisti di quella epopea. Romita, Saragat, Nenni, Rosselli, Turati, Buozzi, Pertini, Amendola, De Rosa, De Bosis, Terracini, Gramsci e tanti altri di cui non si ricorda il nome anche se hanno fatto la storia scorrono dinanzi al lettore in tutta la loro grandezza morale e la loro forza politica. Non si assiste ad una rappresentazione. Non ci si sente estranei. Si partecipa. Ci si immedesima. Si diventa dei partigiani. Si condividono le battaglie. Si milita nella Resistenza che lotta per la nuova patria, la Repubblica.

La sconfitta del nazifascismo, la Repubblica, la Costituzione, il voto alle donne, la scelta con la CGIL dell’unità sindacale, sono le grandi riforme che socialisti, comunisti e democristiani, uniti nel Comitato di Liberazione Nazionale assieme ai partiti laici realizzano tra il 1944 e il 1947.

Grande è il merito di Pietro Nenni e il ruolo del Partito Socialista.

Occorre riformare, non restaurare. I socialisti svolgono un ruolo determinante. Tamburrano ricorda il ruolo intransigente di Pietro Nenni (“O la Repubblica o il caos”): nelle elezioni del 2 giugno della Assemblea Costituente il PSI sopravanza per voti e per seggi il PCI.

Tamburrano amaramente osserva come, ancora una volta, il PSI perde una grande occasione. La situazione internazionale precipita. Il mondo si spacca in due: da una parte gli americani dall’altra i russi.

Giuseppe Saragat organizza all’inizio del 1947 la scissione di Palazzo Barberini. Fu un errore perché, come rimproverò poi Nenni a Saragat, con la presenza dei socialdemocratici avrebbe prevalso nel PSI la linea degli autonomisti. All’errore di Saragat fece seguito quello di Nenni. I socialisti concordano per le elezioni liste unitarie con i comunisti: il 18 aprile 1948 trionfò, alle elezioni, la DC; i socialisti uscirono massacrati alle urne.

La rinascita del Partito Socialista fu lenta, lentissima. La ricostruzione del paese avvenne con un sindacato diviso e con un ruolo marginale dei socialisti nella politica e nel sociale. Anche i socialdemocratici non incisero sulla politica centrista di De Gasperi. La situazione cambiò solo a metà degli anni ‘50. Fallì il tentativo di rafforzare il centrismo con la legge truffa del 1953. Morì Stalin. Cominciarono a verificarsi elementi di dissenso nei paesi dell’Est. I socialisti cominciarono a parlare, anche se con cautela e prudenza, di formule di governo diverse. Avevano in testa il centrosinistra.

Gli avvenimenti si susseguono. Avvengono lentamente. Tamburrano li rende nel suo racconto incalzanti. La morte di Stalin, l’avvento di Krusciov, la distensione, la destalinizzazione, il dissenso in Polonia, la rivolta in Ungheria, il congresso del PSI a Venezia, la nomina a Papa di Giovanni XXIII, rafforzano tra i socialisti le spinte per riprendere in toto la propria autonomia, mandando in soffitta il patto che li univa al PCI.

Si creano così le premesse per la realizzazione del centrosinistra. Ma ci vuole molto tempo. Bisogna aspettare il 1963. Prima però è stato sconfitto nel 1960 il tentativo di bloccare il dialogo tra DC e PSI con il Governo Tambroni appoggiato dai neofascisti del MSI. Nasce con Fanfani e con Moro il primo centrosinistra.

Tamburrano si sofferma molto sugli avvenimenti di quel decennio fornendo elementi preziosi per una lettura non propagandistica, serena, concreta, di quello che significò per l’Italia. È quel decennio, senza se e senza ma, una stagione di riforme vere: diritti civili, scuola media unica dell’obbligo, unità sindacale, istituzione delle regioni, statuto dei lavoratori, riforma delle pensioni, avvio della riforma sanitaria, superamento delle discriminazioni per le donne e per i giovani, unificazione dei minimi tabellari attraverso le eliminazioni delle zone salariali, abolizione della censura nella comunicazione televisiva e cinematografica, nazionalizzazione dell’energia elettrica.

Nella terza parte del libro Giuseppe Tamburrano racconta con rigore, con passione, con uno stile sobrio gli avvenimenti che lo hanno visto come partecipe e come spettatore. Sono pagine di grande spessore narrativo. È un affresco nel quale sono riconoscibili i personaggi di quegli anni: Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Giuseppe Di Vittorio, Ugo La Malfa, Giuseppe Saragat, Pio XII, Giovanni XXIII e via via Amintore Fanfani, Aldo Moro, Sandro Pertini, Giorgio Amendola, Luciano Lama, Giacomo Mancini, Giacomo Brodolini, Riccardo Lombardi, Enrico Berlinguer, Giovanni Paolo II, Francesco De Martino, Bettino Craxi, Giorgio Napolitano. È un giacimento di idee, di considerazioni, di giudizi; molti dimenticati, alcuni inediti, tutti appassionanti.

Il racconto di Giuseppe Tamburrano procede spedito. Con chiarezza. Senza fronzoli. È privo di retorica. Non sottovaluta gli errori e soprattutto indica le occasioni perse. Sono lucide, sincere, coraggiose le osservazioni, le puntualizzazioni evocate nella “Storia della sinistra”. Non c’è nessuna professione di anticomunismo; c’è l’orgoglio di non essere anti ma di essere socialista.

Il compromesso storico, il terrorismo, il governo Craxi, la fine della prima repubblica, la lunga stagione di Berlusconi, della Lega, di Prodi vengono vissuti come momenti decisivi per rafforzare l’unità della sinistra. La caduta del muro di Berlino è l’ultima occasione persa dal Psi e dal Pci. La globalizzazione e la finanziarizzazione mandano in soffitta i valori fondamentali della sinistra.

Lo scontro tra Psi e Pci ha messo fuori gioco la sinistra. Precisi, obiettivi, amari i giudizi contenuti nella rievocazione di Tamburrano. Per rafforzarli è interessante riprendere alcune riflessioni dei protagonisti di allora.

Nelle sue memorie Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds (democratici di sinistra) commenta così la differenza di visione tra Bettino Craxi ed Enrico Berlinguer nella vicenda dell’accordo del 1984 sulla revisione della Scala mobile: «Craxi… coglie un punto di verità: l’Italia degli anni ’80 ha un gran bisogno di innovazione… il nostro è un paese ingessato, con una struttura produttiva cresciuta al riparo di ombrelli protezionistici, un’organizzazione sociale statica e rigida, un sistema politico e istituzionale consociativo e privo di alternanze… La sfida di Craxi coglie i comunisti impreparati e mette a nudo il loro ritardo a misurarsi con la modernità. Craxi interpreta le domande di dinamicità di una società che cambia e chiede alla politica di stare al passo. Il Pci invece vede nei cambiamenti un’insidia anziché una opportunità e si arrocca in un atteggiamento difensivo che ne ridurrà influenza e credibilità politica. Mi ha sempre colpito l’inspiegabile contraddizione per cui la sinistra nasce da un’intuizione di Marx – il movimento è il motore della storia – ma poi guarda spesso con timore e ostilità a tutto ciò che si muove… Come poi si vedrà sarebbe stato più saggio, per lui e per noi, dedicare meno energie a combatterci reciprocamente, perché quella “guerra civile” a sinistra porterà alla distruzione della sinistra, travolgendo non solo il vinto ma anche il vincitore».

È interessante una riflessione sull’argomento di Claudia Mancina: «La battaglia sulla scala mobile come fu subito chiaro, non aveva a oggetto i punti di contingenza, ma qualcosa di molto più importante. Craxi voleva dimostrare che si poteva governare senza il preventivo accordo con l’opposizione. Quindi era un tentativo di superare la democrazia consociativa alla quale, comprensibilmente, il Pci era attaccatissimo, per affermare un modello di democrazia governante… erano a confronto due concezioni della democrazia. L’una assembleare e fondata sulla cosiddetta centralità del Parlamento; l’altra fondata sulla responsabilità degli esecutivi (neoparlamentare, la chiamano i politologi). La prima era propria della peculiarità italiana, parte dell’anomalia di un sistema politico caratterizzato dalla mancanza di alternanza. La seconda – al di là della declinazione aggressiva datale da Craxi – era propria dei sistemi parlamentari più avanzati».

La sinistra accettò lo scontro come un evento ineluttabile, quasi con lo stesso atteggiamento fatalistico con cui si metabolizza un terremoto o una inondazione. Eppure, sbaglierebbe chi pensasse che il referendum fu l’atto finale dell’incomunicabilità tra due monoliti. Perché monolitico non era il Pci e monolitico non era il Psi. I canali di comunicazione esistevano, alacremente lavorarono i cosiddetti “pontieri” ma venne deciso dai leader (e su questo terreno appare ormai confermata la responsabilità di Berlinguer) che con quei canali di comunicazione bisognava regolarsi come fanno gli eserciti in ritirata quando per rallentare la marcia del nemico fanno saltare i ponti. Il referendum divenne inevitabile per volontà umana non per prescrizione divina. A una soluzione si andò vicinissimi. Lo ha spesso raccontato negli ultimi trent’anni Emanuele Macaluso che all’epoca ricopriva all’interno del Partito Comunista un ruolo strategico: direttore dell’organo del partito, “l’Unità”, quasi una sorta di vestale della “linea”. Ebbene, Macaluso ha ricordato come Giorgio Napolitano e Rino Formica, capigruppo alla Camera di Pci e Psi, una intesa per rimettere insieme i cocci della “guerra a sinistra” evitando il referendum, l’avessero trovata ma Berlinguer decise di andare avanti consegnando alla fine della direzione del 5 giugno a Gerardo Chiaromonte, capo del gruppo al Senato, un semplicissimo mandato: annunciare al termine del dibattito (i comunisti abbandonarono l’aula e non parteciparono al voto) la raccolta di firme per la convocazione della consultazione popolare. Anche le urne, un anno dopo, dimostrarono che in campo non si erano schierati due monoliti. La lettura dei dati elettorali, infatti, dimostra che per la prima volta nella storia della Prima Repubblica, l’elettorato dei due partiti di sinistra, almeno in parte, aveva “tradito” le indicazioni delle segreterie annunciando quella “fluidità” che sarebbe diventata il segno distintivo delle urne della Seconda Repubblica. Un “tradimento” che nel Psi aprì una sorta di crisi personale tra Bettino Craxi e Rino Formica colpevole, a parere del leader, di non essersi speso a sufficienza, soprattutto al Sud, per la vittoria del “no” alla cancellazione del decreto di San Valentino. D’altro canto, che Formica apprezzasse poco l’idea di una guerra senza quartiere al Pci e alla Cgil (relativamente alla componente comunista) lo sapevano tutti, anche Craxi, anzi, soprattutto Craxi. Oggi sembrano quasi sfuggire le ragioni di un voto che avrebbe potuto essere tranquillamente evitato.

Giorgio Benvenuto
Blog Fondazione Nenni

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