lunedì, 24 aprile 2017
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Opinioni e commenti
 

Vanni Santoni intervista
sul tempo presente
Pubblicato il 30-12-2016


santoni

Vanni Santoni (1978), vive a Firenze. Dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014) Muro di casse (Laterza 2015). Scrive sul Corriere della Sera e dirige la narrativa Tunué.

Con questa intervista si vuole inaugurare una serie dedicata a scrittori contemporanei e ad aprire le danze c’è Vanni Santoni,  autore tra i più originali e atipici della scena nostrana, che ringrazio di cuore.

Raoul Bruni nella recensione a Muro di casse definisce la tua opera un romanzo saggistico, direi una sorta di docufiction. E sempre Bruni trattando dei tuoi “personaggi precari” ha evidenziato la struttura per micronarrazioni. Claudio Giunta nella sua recente antologia per i licei ha inserito un percorso sul pastiche narrativo. In questo contesto appare sempre più chiaro che la peculiarità della tua scrittura stia nel rinnovare i generi e superarli in un equilibrio direi perfetto tra forma e contenuto. E in questo sei un autore assolutamente contemporaneo. Sbaglio?

Non sta a me dire se quell’equilibrio ci sia, o quanto io sia contemporaneo. Sicuramente mi sono sempre interessate più forme espressive, ho sempre visto i generi come comparti non stagni, da cui si può uscire e rientrare (a patto di farlo con consapevolezza) o prendere ciò che ci serve, e credo che il romanzo, oggi, sia una forma così ampia da permettere di includere, in modo armonico, quasi qualunque cosa. Ho scritto due romanzi SFFAF_coverse vogliamo “ortodossi”, Gli interessi in comune e Se fossi fuoco arderei Firenze, un romanzo a tema sportivo strutturato come i novellari medievali (L’ascensione di Roberto Baggio), un ibrido saggio-romanzo come Muro di casse, due fantasy intertestuali come Terra ignota e Terra ignota 2, due libri di epigrammi (le due edizioni, diverse nei contenuti, di Personaggi precari) e due novelle (Tutti i ragni e Emma & Cleo, contenuta nell’antologia L’età della febbre). Inoltre ho coordinato i lavori di un romanzo storico a 230 mani, In territorio nemico. Dato che non sta a me neanche fare bilanci o tracciare linee interpretative di questa produzione, per quanto ora cominci a vederla con la chiarezza dell’esperienza, posso provare a spiegarla alla luce di quanto detto o scritto da altri. Sicuramente il filone centrale della mia produzione è quello che parte da Personaggi precari (che fu il mio “sketchbook” prima di assumere una propria identità letteraria), si amplia e struttura negli Interessi in comune, continua con Se fossi fuoco arderei Firenze e Muro di casse, e andrà avanti con La stanza profonda, romanzo in arrivo a primavera e legato a triplo filo (formale, tematico e editoriale) con Muro di casse, nonché col prossimo romanzo “grosso” che ho da tempo in lavorazione, il quale dovrebbe diventare, dopo Gli interessi in comune, il prossimo centro focale da cui si dipaneranno i raggi dei miei lavori a venire. Le due novelle, pure, per quanto scritte su commissione (mi furono chieste rispettivamente da Giorgio Vasta, curatore della collana Zoo in cui uscì Tutti i ragni, e da Christian Raimo, co-curatore dell’antologia in cui uscì Emma & Cleo), sono una sorta di satelliti staccatisi, o attratti, da questo blocco centrale. In un binario parallelo, poi, ci sono i romanzi fantasy, i quali però col terzo volume, in arrivo nell’autunno 2017, vedranno un collegamento con la mia produzione realistica, e in un binario ancora più distante ma sempre parallelo, quella che potremmo chiamare la mia “attività collettiva” – L’ascensione di Roberto Baggio è stato scritto a quattro mani col drammaturgo Matteo Salimbeni, mentre il coordinamento di In territorio nemico, al di là degli altri 113 autori, è stato svolto a quattro mani con lo scrittore Gregorio Magini – che ha portato alla realizzazione di due libri abbastanza lontani a livello tematico, se non strutturale, rispetto al resto della mia opera. Credo che questa mia vocazione al networking, alla visione della letteratura come attività sociale (ho del resto cominciato a scrivere unendomi a una rivista autoprodotta) abbia trovato la sua continuazione naturale nella direzione della collana di narrativa di Tunué, e che i due libri succitati rimarranno relativamente scollegati rispetto al resto della mia bibliografia, per quanto ci sia stato chi ha voluto vedere in In territorio nemico un’opera speculare rispetto a Personaggi precari: da un lato la moltiplicazione parossistica degli autori, dall’altro quella dei personaggi, sempre nel tentativo di mettere in crisi e ricomporre l’idea di romanzo (è, credo, interessante, il fatto che ci sia chi considera Personaggi precari nient’altro che un romanzo, così come è interessante il fatto che nel mondo anglosassone sia stato immediatamente classificato come “prose poetry”). Ora che il discorso di Personaggi precari si è esaurito – ho continuato a scriverne, ma sempre più occasionalmente, e la prossima edizione, che dovrebbe aver luogo nel 2018, non sarà un libro completamente diverso nei contenuti, come fu per la seconda rispetto alla prima, ma solo un aggiornamento con un pugno di testi nuovi – il mio nuovo sketchbook è diventato 999 rooms, un progetto tra l’intertestuale e il poetico, in cui la presenza di “personaggi” è decisamente ridotta – probabilmente, mi fai venire in mente adesso, proprio perché dopo i settemila e più ritratti che compongono l’intero corpus di Personaggi precari, le mie esigenze “esplorative” sono ora del tutto diverse. Tornando alla seconda parte della tua domanda, credo che oggi l’autore abbia il compito di essere anzitutto un prisma, una “funzione”, potremmo dire, di raccolta, elaborazione e riconfigurazione di contenuti. Tutte caratteristiche che ha sempre dovuto avere, ma che in quest’epoca diventano di primo piano. È chiaro che rispetto a tali modalità operative (e agli obiettivi per i quali prendono forma) gli oggetti narrativi chiusi funzionano meno: la complessità va affrontata con oggetti permeabili, e penso a una permeabilità doppia, tanto in fase di costruzione del testo, ovvero rispetto alla gamma di modalità narrative, punti di vista (il momento fertile della cosiddetta autofiction deriva del resto dalla ricerca di punti di vista non rigidi, che non rischino di rimbalzare su testure del reale ormai troppo complesse e mobili per essere raccontate in modo credibile da voci oggettivanti), generi, tipologie di testo, architetture strutturali, fonti e discipline di riferimento che si possono utilizzare, che in fase di lettura: libri non “chiusi”, quindi, ma aperti, porosi, meticci e modulari, che fungano da collegamento con altri libri e altri discorsi prima e dopo di loro, e che (ma questa è una caratteristica che hanno in generale i buoni libri) si prestino a letture diverse a seconda del contesto e del momento.

A livello di contenuto hai scelto di muoverti in luoghi impervi o meglio ti sposti in terre poco esplorate o vergini come Iacopo, Cleo e Viridiana che vivono a pieno la stagione dei rave, ma penso anche ai lacerti che compongono l’umanità composita di quell’invenzione stilistica che sono i personaggi precari o gli uomini e le donne che si incontrano in quella atipica guida romanzata che è Se fossi fuoco arderei Firenze. Cosa ti spinge a scegliere quelle “personae”, quel tessuto narrativo?

In generale prendo ispirazione dal mondo intorno a me, da me stesso e dalle persone che mi circondano, o almeno così è avvenuto per Gli interessi in comune e Se fossi fuoco arderei Firenze (avviene anche in Personaggi precari, ma lì le suggestioni che danno origine a questo o quel personaggio sono spesso anche puramente letterarie). Per certi cover_MDC_smallversi può valere anche per Muro di casse, ma il caso dei suoi tre protagonisti è particolare. Lì sapevo di lavorare a un libro, se non “a tesi”, sicuramente “a tema”, quindi ho raccolto prima tanti materiali, che andavano dai report dei miei viaggi per feste e teknival, a quelli dei miei amici e conoscenti, fino a quelli, raccolti appositamente per il libro attraverso interviste, ai primissimi protagonisti, inglesi, della scena rave. Poi sono arrivati i materiali concettuali, frutto delle letture programmate per il libro – penso ai vari Bey, Hofmann, Lapassade, Rouget, Turner, fino a Deleuze, Lyotard e Thoreau. Solo dopo aver capito cosa volevo raccontare e di quali contenuti volevo innervare tali racconti, ho cominciato a pensare ai personaggi. Il primo che ho definito è stato quello di Viridiana, perché lo avevo già in parte sviluppato in un altro romanzo, incompiuto, una parte del quale si svolgeva nell’ambito della scena free tekno. Viridiana era la crasi di varie donne forti e controverse che avevo conosciuto nella scena rave, e con le quali in alcuni casi avevo fatto anche un po’ di strada assieme, ed era dunque perfetta per condurre la parte del romanzo in cui si raccontano i “duri e puri”, l’anima profonda e irriducibile della controcultura tekno. È stato lì che ho capito che si poteva avere un libro in tre parti, corrispondenti a tre progressivi stati di coscienza e a tre progressivi livelli di partecipazione a quel movimento. Se Viridiana rappresentava lo spirito e il grado massimo di partecipazione, allora doveva collocarsi nella terza parte, e prima di lei ci dovevano essere i due gradi logicamente precedenti: una figura che rappresentasse l’intelletto e una partecipazione media (e mediata da altre ragioni), e una che rappresentasse i sensi e una partecipazione solo occasionale. Per quest’ultima figura, mi serviva quindi un edonista, abbastanza sveglio da poter “reggere” i discorsi e le riflessioni che gli avrei fatto fare, ma anche scanzonato, spigliato con l’altro sesso e dotato magari di una vena malinconica (giacché comunque uno dei temi di Muro di casse è quello dei paradisi perduti). Mi accorsi che lo avevo già, era Iacopo Gori degli Interessi in comune. Si trattava solo di far passare dieci anni dalla fine di quel libro e immaginarlo diventato raver, cosa che del resto era nel personaggio. È stato anche interessante vedere come un personaggio, nato come mio alter-ego o quasi, fosse oggi completamente un’altra persona: eravamo diventati adulti in modo differente. Fatti Iacopo e Viridiana, restava da ideare la figura di mezzo. Quella parte centrale del libro avrebbe avuto caratteristiche differenti dalle altre due: se la prima e la terza erano per lo più narrative, nella seconda, anche per il suo essere dominata dalla dimensione intellettuale, ci sarebbe stato il grosso della “teoria” che avevo accumulato, quindi mi serviva una figura adatta a una sorta di dialogo platonico, qualcuno che fosse molto competente sia a livello sociologico che storico-politico, magari un po’ polemico e tranchant, se non un filo respingente, così da animare il dialogo e non rendere pedante o, peggio, propagandistica, la somministrazione di così tanto materiale teorico. Così è nata Cleo. Un personaggio che però aveva anche, ben nascosto, un lato sentimentale. Da quel filone è nato il racconto lungo Emma & Cleo contenuto nella raccolta L’età della febbre uscita per minimum fax in contemporanea a Muro di casse.

Sei anche autore di una prospettata trilogia di romanzi fantasy. Evento atipico per il nostro panorama, se si eccettua il caso Morselli, che omaggi firmandoti posponendo al tuo nome le sue iniziali o penso anche alla poetessa Gilda Musa che ha dedicato un’intera vita alla narrazione di fantascienza, anche curando la collana Urania. Da dove nasce questa tua passione? E come riesci a coniugare in qualche modo queste due facce di uno stesso scrittore?

La passione nasce nel 1986, quando mio padre, quasi per caso, portò a casa dalla sua libreria di fiducia la “scatola rossa”, il set base di Dungeons & Dragons. Fu un’epifania istantanea: fin da piccolo mi dedicai ai giochi di ruolo come dungeon master. Tuttavia questa passione rimase sempre confinata alla dimensione ludica, o al massimo al cinema, dove apprezzavo quella stagione fantasy anni ’80 che ci ha dato diverse pacchianate (che comunque amo incondizionatamente) ma anche un paio di capolavori come il Conan di Milius e l’Excalibur di Boorman. Ho sempre apprezzato molto il fantastico “colto” dei vari Borges, Calvino, Buzzati, Landolfi, e ovviamente la mia passione per Ariosto, Carroll, Tolkien e Lovecraft, cominciata, pure, nell’infanzia, non era mai venuta meno, ma le mie letture di riferimento erano comunque altre: mi sono formato veramente come lettore sui romanzi russi e francesi dell‘800 e sulla poesia, sempre ottocentesca, francese e inglese; quando poi, a ventisei anni, mi sono messo pure a scrivere, ho sviluppato un interesse e una passione, dettati anche dalla necessità di “recuperare terreno”, per la letteratura contemporanea nord e sudamericana. L’idea di scrivere un fantasy la devo infatti a Martina Donati, che ai tempi era in Giunti (inizialmente la saga doveva uscire lì, poi è subentrata Mondadori). Un giorno me la buttò là: “hai fatto il master IMG_9879per anni, sai scrivere romanzi e non hai ancora fatto un fantasy?”. Quella sera, quasi per gioco, dopo aver riletto qualche passo del Sandman di Gaiman, tirai giù qualche pagina. Erano quelle che oggi costituiscono i primi due capitoli del primo Terra ignota: anche se in versione embrionale, avevo “visto” la triade di protagonisti Ailis-Breu-Vevisa. Potevano esistere. Anzi, esistevano, perché stavo già scrivendo una nuova scena… Via via che andavo avanti, iniziavo a rendermi conto che, per quanto i miei gusti (e i miei interessi) letterari puntassero altrove, il fantasy, attraverso altri medium, era stato una parte cruciale della prima metà della mia vita. Con i fumetti, come col Sandman che andavo rileggendo o col Berserk di Kentaro Miura, col cinema, coi giochi di ruolo, con le grandi saghe videoludiche come Ultima, fino a quei veri e propri feuilleton fantastici, anche se non strettamente fantasy, che erano cartoni animati come Ken il guerriero, il primo Dragon Ball, Conan il ragazzo del futuro, I cavalieri dello zodiaco… Il materiale c’era: anzi, la mia distanza dalla parte più manierista e derivativa del genere, quelle interminabili serie di paperback che riuscivano solo a fatica a staccarsi dal magistero tolkeniano (quando non gygaxiano) poteva diventare un punto di forza. Mi rilessi allora tutto il Signore degli Anelli, mi procurai i romanzi considerati i nuovi capisaldi del genere, da Queste oscure materie al Trono di spade a Harry Potter, misi mano anche a vecchi ma cruciali testi come il Tito di Gormenghast di Mervyn Peake o The worm Oroboros di Eric Rücker Eddison e cominciai a inquadrare il tiro. Capii che poteva essere interessante creare un’opera intertestuale (oltre che transmediale nelle fonti) che includesse elementi dell’intero canone fantastico occidentale, ma senza sfoggi manifesti di cultura o, peggio, distacco ironico, quanto piuttosto “prendendolo sul serio”, ovvero inquadrando il tutto in modo più aderente possibile dentro gli schemi narrativi e gli stilemi del romanzo fantasy avventuroso classico. Mondadori mi è venuta dietro con molta attenzione e disponibilità anche nel packaging, che è perfettamente “heroic fantasy”, proprio come desideravo.

Sei anche direttore della collana di narrativa di Tunué. Come vedi la situazione sul versante italiano? Quali sono secondo te i punti di forza soprattutto dei giovani autori?

La situazione è di estremo interesse, ma non solo oggi: direi che da almeno un decennio sono apparsi, e continuano ad apparire, molti giovani autori e autrici che mostrano un grande potenziale, specie a livello stilistico. Adesso alcuni dei primi autori a essere comparsi stanno entrando nella loro fase di maturità e ciò sta portando e porterà a molti lavori interessanti.

Dal nostro specifico punto di vista, la situazione è eccellente, visto che abbiamo portato al successo libri di esordienti che puntavano tutto sulla lingua, libri a volte anche del tutto privi di un apparente potenziale commerciale, come è stato il caso di Dettato di Sergio Peter, sostanzialmente privo di trama, o etichettabili come “difficili” per la presenza di elementi dialettali, come nello Scuru di Orazio Labbate, o ancora dotati di temi secondo alcuni troppo forti, come per Dalle rovine di Luciano Funetta. Il fatto che lettori e librai abbiano invece accolto da subito e con grande entusiasmo la collana credo dimostri che in realtà bisogna puntare sul lettore da trenta o cinquanta libri l’anno, non su quello, se mai esiste ed è intercettabile, da uno.

Anche la bella partenza dell’ultimo nato, lo schizoide Medusa di Luca Bernardi, pare confermare tutto questo, ma per continuare a vincere bisogna anche saper cambiare mentre tutto va bene, e per questo in primavera usciremo con un libro atipico anche per noi, La stanza di Therese di Francesco D’Isa, che stupirà molti per i rischi stilistici e soprattutto formali che si prende.

Qual è il tuo prossimo progetto narrativo?

Sto lavorando a tre romanzi. Uno lo sto ultimando in questi giorni e sarà, come ti accennavo sopra, un libro gemello di Muro di casse, dedicato a un’altra sottocultura giovanile molto diversa da quella rave, ma che ha con essa in comune il fatto di essere stata stigmatizzata, derisa e, in alcuni casi, criminalizzata, quando in realtà si trattava di un’avanguardia: quella dei giocatori di ruolo. Il libro è simile a Muro di casse nell’ibridare saggio e romanzo, sebbene vada forse ancora un po’ più verso il romanzo, si intitolerà La stanza profonda e uscirà per Laterza la prossima primavera.

Ho poi in lavorazione un terzo libro fantasy per Mondadori, che sarà il completamento, in forma di prequel, della saga di Terra ignota. A differenza dei primi due volumi, però, pur mantenendo l’approccio intertestuale, non sarà un heroic fantasy “puro”, ma quello che oggi viene definito, non sempre appropriatamente, “urban fantasy”, ovvero un romanzo in cui gli elementi fantastici agiscono e sono presenti nel mondo contemporaneo. Ciò perché la funzione di questo “capitolo zero”, che avrà anche un titolo a sé stante, sarà anche di collegare i due Terra ignota al resto della mia continuity, o micro-canone, generale. Qualcuno ha infatti cominciato a notare, credo da quando ho messo lo Iacopo Gori degli Interessi in comune anche tra i protagonisti di Muro di casse, che tutti i miei romanzi sono collegati tra loro, quindi non è più un segreto, lo si può dire: in realtà, pur mantenendo la loro totale indipendenza, i miei libri sono tutti parte di un’unica macronarrazione. Anche La stanza profonda avrà infatti tra i protagonisti quel Paride già visto tra i personaggi degli Interessi in comune, e vi compariranno altri personaggi noti ai miei lettori.

C’è poi, come ti dicevo sopra, un terzo progetto, un romanzo molto grosso a cui sto lavorando già da diversi anni. Il titolo di lavorazione è I fratelli Michelangelo, ma è ancora troppo presto per parlarne nel dettaglio.

Consiglieresti ai lettori un tuo libro e il libro di altro autore che in quest’ultimo anno hai particolarmente amato?

Quest’anno, per la straniera, mi sono piaciuti particolarmente Satantango di László Krasznahorkai (Bompiani), Terminus radioso di Antoine Volodine (66and2nd), Abbacinante – L’ala destra di Mircea Cărtărescu (Voland) e Bussola di Mathias Énard (E/O). Tra i libri italiani ho apprezzato Absolutely nothing di Giorgio Vasta e Ramak Fazel (Quodlibet/Humboldt), Storia umana della matematica di Chiara Valerio (Einaudi), Candore di Mario Desiati (Einaudi), Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci (minimum fax). Ho apprezzato anche Il grande animale di Gabriele di Fronzo (Nottetempo), un esordio interessante sia per atmosfera che per struttura, che mi sarebbe davvero piaciuto fare nella mia collana. Circa i miei libri, non posso sceglierne uno – niente favoritismi tra i propri “figli” – ma spero che i lettori continueranno a seguirmi e ad apprezzare anche i prossimi.

Andrea Breda Minello

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