martedì, 25 aprile 2017
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Opinioni e commenti
 

Arriva Trump, la sua è un’America spaccata
Pubblicato il 20-01-2017


 

Donald Trump giura da 45.mo Presidente degli Stati Uniti

Donald Trump giura da 45.mo Presidente degli Stati Uniti

Alle 17, ora italiana, – ma l’intera cerimonia del passaggio delle consegne è durata cinque ore – si è formalmente insediato il nuovo presidente degli Stati Uniti. Si è detto così male fino a oggi di Donald Trump che c’è solo da sperare che la realtà sia migliore di quella che si teme.
Un discorso di insediamento brevissimo, di soli 16 minuti, in cui praticamente ha ripetuto gli slogan della sua campagna elettorale. Molto populismo e molte promesse degli scorsi mesi, compresa quella di “vincere ancora, vincere come mai prima di oggi”, sradicare il terrorismo, sconfiggere la disoccupazione, tagliare le tasse e molto altro ancora.
Per ora abbiamo di sicuro solo l’eredità di Barak Obama, il primo presidente di colore che hanno avuto gli americani.
Così come Trump si insedia al vertice di un’America divisa, radicalizzata, soprattutto perché così l’ha voluta lui, così quello che lascia Obama dietro di sé è il sogno di un popolo profondamente unito attorno a valori largamente condivisi.
“Sarò accanto a voi a ogni passo. E quando l’arco del progresso vi sembrerà lento, ricordatevi: l’America non è il progetto di una sola persona. La parola più potente della nostra democrazia è ‘We’, noi. Come in ‘We the People’. ‘We Shall Overcome’. E “Yes, we can”.
Quello di Obama ieri nel suo saluto agli americani, è stato un inno all’unità nazionale in un Paese che ha sempre creduto fortemente nell’unità della nazione e nell’amore della bandiera.

Il ‘Noi’ così ripetutamente citato da Obama è nella Costituzione, una delle più belle del mondo libero, “We the People” è scritto nel preambolo e poi ancora “We shall overcome”, titolo e ritornello della canzone divenuta l’inno del movimento per i diritti civili negli anni ‘60. E poi c’è il suo “Yes We Can”, lo slogan con cui scalò le primarie del Partito Democratico per divenire il 44.mo Presidente degli stati Uniti.

Un messaggio di unità dunque mentre ancora si discute e si ci si interroga sulla sua eredità politica che, comunque la si giudichi, ha lasciato tracce profonde dentro e fuori l’America.
Sul piano interno è davvero difficile negare che abbia fatto molto per il suo popolo in termini di sviluppo, sicurezza e giustizia sociale. Basti ricordare le condizioni in cui si trovavano gli Stati Uniti nel 2008 alle prese con una tempesta economica e finanziaria il cui unico precedente per gravità e intensità era quello del ’29 e confrontarlo ai dati macroeconomici di oggi: Pil positivo al 2,3%, disoccupazione in decrescita costante al 4,7%, inflazione all’2%, crescita dei salari nominali al 2,6%. Riforma fiscale e sanitaria sono stati poi i due grandi impegni portati a termine non senza difficoltà con l’intento di ridurre il divario enorme tra ricchi e poveri, tagliare il deficit di bilancio e aiutare le fasce meno protette della popolazione ad avere per lo meno un’assistenza medica di base.
Nettissimo poi il suo profilo a difesa dell’ambiente, dei diritti civili, per ridurre le tensioni razziali, assorbire l’immigrazione clandestina e combattere la vendita delle armi ai privati.

Non meno netto il profilo in politica estera dove fin dall’inizio si è impegnato a mantenere le promesse della campagna elettorale a cominciare dalla riduzione dell’impegno militare in Iraq alla chiusura di Guantanamo e nettissimi sono alcuni successi, come l’accordo sul nucleare iraniano e la normalizzazione dei rapporti con Cuba. Abile anche nell’evitare di cadere in qualche trappola come quella siriana e libica aperte dall’interventismo britannico e francese per non ripetere il disastro iracheno condotto da Bush padre e figlio dietro l’ipocrita formula dell’esportazione della democrazia.
Infine ha fatto tutto quello che ha potuto per far ripartire il processo di pace tra israeliani e palestinesi, ma si è scontrato col peggior governo che forse Israele abbia mai avuto, guidato da unja brutta destra, conservatrice e reazionaria come mai e alleata con gli ultraortodossi dei partiti religiosi mentre dall’altra parte cresceva in parallelo la forza dei radicali di Hamas a danno dei laici di Fatah.

La partita più difficile ancora aperta è quella con la Russia di Putin dopo l’annessione della Crimea e il tentativo di invasione dell’Ucraina. Ed è proprio da qui che si cominceranno a vedere le differenze col nuovo inquilino della Casa Bianca.

Trump non nasconde di voler ‘normalizzare’ le relazioni con Putin, ma per far questo dovrà mutare radicalmente la rotta fin qui tenuta in difesa della libertà e della democrazia nei Paesi dell’ex blocco sovietico.

Occhi puntati anche sui rapporti con la Cina, gigante emergente che detiene gran parte del debito americano, e più in generale con tutta l’aerea asiatica e del Pacifico. Fino a oggi il neopresidente ha promesso novità, anzi sconquassi, non solo per la politica estera e quella interna, ma anche in economia. Ma tra la campagna elettorale e la realtà del governo degli Stati Uniti, la distanza può davvero essere molto ampia perché Trump per primo sa che, per esempio, il protezionismo può arrecare danni anche all’America.
Insomma per ora non solo il popolo americano, ma tutto il mondo si pone una lunga lista di domande perché non c’è dubbio che il futuro dipende in gran parte anche dalla scelte della unica superpotenza sopravvissuta alla Guerra Fredda.
C’è solo da sperare che il 45.mo Presidente degli Stati Uniti non mantenga tutte le promesse della campagna elettorale.

Carlo Correr

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