venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Ascesa e caduta di Marco Di Lello,
giovin signore partenopeo
Pubblicato il 03-01-2017


Gennaio 2009: Walter Veltroni e Silvio Berlusconi decidono, nottetempo, di siglare un accordo sulla legge elettorale per le imminenti elezioni europee, al confronto del quale il famigerato patto del Nazareno che tanto scandalo ha suscitato, appare come un gentlemen agreement. In sostanza Veltroni, uscito sconfitto nelle elezioni del 2008, mollato da Di Pietro con cui aveva stipulato un pactum sceleris stracciato all’indomani delle urne dall’irsuto exmagistrato molisano (che nel frattempo aveva fatto eleggere al Parlamento nazionale cime del pensiero occidentale come Razzi e Scilipoti), decide di completare l’opera di desertificazione attorno al suo Pd. Si accorda con il Cavaliere per introdurre una modifica alla legge elettorale, che sanzioni una soglia di sbarramento al 4% per accedere alla ripartizione dei seggi spettanti all’Italia al Parlamento europeo. Già che ci sono, i due emuli dei ladri di Pisa, decidono di disporre che avrebbero potuto accedere ai rimborsi elettorali solo le liste che avessero superato lo sbarramento. Norme liberticide perché lesive del principio della rappresentatività ed inutili perché il P.E. non doveva e non deve misurarsi con temi quali la governabilità.

Superfluo ogni commento sulla questione dei rimborsi.

A dover pagare dazio al patto tra le forze politiche  c’è anche il Partito Socialista che, uscito a pezzi dalle elezioni dell’anno precedente ma ancora presente autonomamente nel PE, si sta  apprestando a presentare le proprie liste in totale autonomia con la prospettiva di eleggere almeno un parlamentare a Strasburgo. L’idea è di schierare nelle 5 circoscrizioni tutto il gruppo dirigente uscito dal Congresso di Montecatini del luglio 2008.

L’introduzione della soglia di sbarramento votata in gran fretta da Camera e Senato la rende impraticabile.

Si apre un tavolo di trattative per formare un cartello elettorale con l’Mps (gli scissionisti del Prc, guidati da Nichi Vendola, SD (il raggruppamento guidato da Mussi e Claudio Fava, nato dopo la confluenza dei Ds nel Pd )e i Verdi.

La trattativa non è facile ma si lavora a una lista fondata sulla pari dignità che sia il più possibile omogenea e credibile. Nasce Sinistra e Libertà.

4 marzo 2009.: a pochi giorni dalla prima manifestazione del neonato soggetto politico, alla vigilia della riunione della direzione socialista per la ratifica dell’accordo, giunge la notizia che l’auto con a bordo Riccardo Nencini, in viaggio da Firenze a Roma, sbanda a causa della pioggia nei pressi del casello di Orte, si ribalta e  finisce la sua corsa nell’ area esterna di un deposito di materiali edili vicino al raccordo autostradale.

Un pauroso incidente: Nencini riporta gravi lesioni, viene ricoverato all’ospedale di Viterbo e per 48 ore resta in prognosi riservata.

Durante la degenza e nella successiva lunga convalescenza trascorsa nella sua abitazione il segretario, seppure provato dai forti traumi e dall’aver vissuto un episodio così drammatico, non smette di attendere alla sua responsabilità di leader del partito, pur dovendo rinunciare, per espresso divieto dei medici, a candidarsi al PE e a svolgere in prima persona  la campagna elettorale .

La gestione delle liste elettorali e del partito viene assunta pro tempore dal coordinatore della segreteria nazionale Marco Di Lello che, da subito dimostra evidenti limiti derivanti dal combinato disposto di una smisurata ambizione personale, un’indolenza tipica di chi predilige le comode scorciatoie degli onori lasciando ad altri gli oneri  e un’evidente e prevalente interesse verso la propria autopromozione che, come vedremo, lo porta da un lato a sopravvalutarsi e dall’altro a ritenere gli interlocutori e i compagni di strada pedine utili solo al suo personale Risiko.

Le magagne della gestione Di Lello si appalesano all’indomani delle europee. Il giovin signore partenopeo è incapace di resistere alle sirene dei postcomunisti, irresoluto nel contrastare l’evidente disegno di Vendola e C di fagocitare i socialisti in un soggetto politico di sinistra radicale, talmente accomodante al punto di fare sorgere molto di più del sospetto che prepari un poco onorevole embrassons nous con costoro. Nel partito suona il campanello d’allarme e fortunatamente Nencini, nel frattempo ristabilitosi, giunge in tempo utile per arrestare sul nascere la deriva complottarda del giovin signore.

Di Lello, obtorto collo, deve rientrare nei ranghi, pur mantenendo ruolo e funzioni che gli consentono nel 2013 di essere, di fatto, nominato deputato, potendo svolgere(si fa per dire) la campagna elettorale dalla sua elegante dimora napoletana.

Sin dall’inizio della legislatura tuttavia, pur essendo stato nominato coordinatore dei parlamentari socialisti, mostra evidenti segni di insofferenza e inquietudine.

Forma negli uffici del gruppo parlamentare una piccola corte affidata alle amorevoli cure della frignante segretaria uscente dalla Fgs, una suffragetta che per mesi non ha fatto altro che dipingere il suo precedente Méntore come il peggiore dei mobbizzatori, e decide con il sostegno di alcuni dei mancati parlamentari in cerca di vendette di dare la scalata alla segreteria nazionale del Psi. Passano poche settimane e il giovin signore che non gode neppure dell’appoggio della sua federazione, resosi conto che sarebbe andato incontro ad una figuraccia, batte in ritirata.

Il disagio, lo smarrimento e la confusione del giovin signore sono evidenti. Prova a candidarsi alle primarie del centrosinistra in Campania e rimedia un clamoroso flop.

Nel partito la sua cifra di popolarità è scesa vorticosamente e dunque non gli resta che studiare un piano b. Che però non funziona: decide di abbandonare il Psi per aderire al Pd. Ma il giovin signore non ha fatto i conti con la dea Nemesi.  Il Pd napoletano, i cui dirigenti sono in gran parte socialisti da lui emarginati e/o cacciati nel corso degli anni, dichiarano ai media che di Di Lello non ne vogliono neppure sentire parlare, anche se sembrerebbe godere del patronage di Andrea Orlando, eterno commissario dei dem napoletani. Non basta: per lui e per il suo amico Di Gioia (un altro miracolato dal Psi che lo ha seguito nella sua uscita insieme alla figlia e pochi famigli) non c’è posto neppure nel gruppo parlamentare alla Camera del Pd.

Insomma una rapida discesa nell’irrilevanza che ha pochi eguali.

Anziché rassegnarsi e  godersi infine gli ultimi mesi da deputato uscente e prepararsi a tornare all’attività forense per la quale probabilmente è più versato, il giovin signore ha perso l’occasione della vita per tacere e non conoscendo né dignità né vergogna ha voluto interferire, nelle ultime ore, con una vis polemica degna di miglior causa, a sostegno degli attori della vertenza giudiziaria intentata contro quel partito che lo ha immeritatamente valorizzato e che lui, unilateralmente, ha abbandonato.

Arduo trovare adeguate definizioni per descrivere  un simile personaggio.

A pensarci bene, in fondo, è meglio occupare tempo e mente in attività più utili.

Emanuele Pecheux

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Commenti all'articolo
  1. però bisogna spiegare come sia stato possibile che abbia retto la segreteria in occasione dell’incidente a Nencini e gestito le liste elettorali ! sopravalutato? ultima risorsa? essendo arrivato così in alto chi lo ha spinto???

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