sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Australian Open: appuntamento con la storia di Roger Federer
Pubblicato il 31-01-2017


roger federerIl 2016 aveva visto un continuo rincorrersi di Andy Murray e Novak Djokovic per la lotta al primo posto, con quest’ultimo spodestato dall’altro proprio nel finale di stagione. Nel 2017, invece, il primo Major annuale vede il colpo di scena del ritorno di due numeri uno. Ad aggiudicarsi gli Australian Open sono, infatti, Roger Federer (partito da testa di serie n. 17) e Serena Williams che torna ad essere la regina del ranking femminile (dopo la finale vinta con un doppio 6/4 sulla sorella Venus, dopo ben 14 anni: non accadeva dal lontano 2009 quando le due si scontrarono a Wimbledon).
Tuttavia è stato soprattutto il tabellone maschile a regalare più emozioni in Australia. Prima l’uscita di scena ai primi turni, inaspettata, di Nole e dopo quella successiva di Murray. Poi la finale che tutti desideravano, ma che forse pochi si aspettavano o su cui erano pronti a scommettere: nessuno avrebbe mai potuto credere che a contendersi il titolo sarebbero stati lo spagnolo Rafael Nadal e lo svizzero Roger Federer. Ma, del resto, nel tempio del talento e nell’olimpo dei campioni non potevano mancare (e ritornare) due nomi come i loro. Sono stati necessari cinque set per decretare il vincitore: l’elvetico si è imposto per 6/4 3/6 6/1 3/6 6/3, ma entrambi i tennisti hanno dato sfoggio di un tennis esemplare di altissima qualità. Quasi una premunizione, ben presto la finale si è trasformata anche in una guerra di sponsor tra due dei principali brand che sostengono lo Slam e rappresentati dai due atleti: la Kia da Rafa e la Rolex da Roger appunto. Se la ditta automobilista cita nello slogan “the power to surprise”, ovvero “nato per stupire”, “il potere di stupire letteralmente”, la testa di serie n. 9 ha saputo sorprendere l’avversario proprio nel quarto set, quando tutto sembrava concluso: lectio magistralis nel terzo set del tennista di Basilea quando mette a segno un 6/1 senza possibilità di replica da parte di un Nadal in difficoltà; eppure sempre lì: quando Federer si è un attimo rilassato, ha concesso qualche errore gratuito in più, subito ne ha approfittato per portare il match al quinto e decisivo set. Un campione come lo svizzero, però, non poteva mancare l’appuntamento con la gloria di chi ha fame di vittoria. Se il marchio che promuove (l’orologio svizzero Rolex appunto) ha come motto il fatto di aderire alla campagna pubblicitaria e promozionale degli Australian Open raccontando non solo il tennis, ma la storia stessa, Federer ha davvero contribuito a scriverla e a riempirne una nuova pagina memorabile fatta di lavoro, umiltà, sacrificio, problemi, ma anche voglia di riscatto e di ritornare ad essere il n. 1 di sempre, con la modestia e la signorilità che lo hanno sempre contraddistinto. Con l’eleganza e la precisione di un orologio svizzero stesso appunto, con puntualità è tornato e ha risposto alla chiamata dell’appello rivolto ai pochi che hanno la sua maestria: i fan e il tennis ne avevano bisogno perché Federer non è uno che ama stare in copertina, darsi delle arie, in campo è sempre compito, ma ha una lucidità tattica, una freddezza di visione di gioco, una calma e una tranquillità con cui esegue i colpi più eccellenti ed eccezionali con la massima facilità, una concentrazione che non gli fanno mai perdere il controllo, una forza di volontà che lo fa restare sempre in partita, come del resto è sempre nel match Nadal. Ed è per questo che sono loro che meglio descrivono lo spirito degli Australian Open.

Presentatisi questi ultimi con un nuovo logo, Ʌ O, potrebbero essere le iniziale di Absolute Order, ovvero il rigore di schema tattico e di esecuzione che ci vuole per vincere in un torneo particolare come questo Slam e su una superficie veloce ed insidiosa come il cemento di Melbourne. Oppure, se si leggono le due lettere capovolte (VO), the Value of Order: il valore e l’importanza dell’impostazione (con ordine appunto) di una partita; preparare un match al meglio, studiare ogni minimo dettaglio è quanto mai indispensabile qui in Australia e i due campioni lo sapevano bene e nessuno meglio di loro poteva farlo al top del livello. E se si parla di “ordine”, precisione, rigore, Federer è davvero uno dei pochi che può ben venir associato a ragione a questo termine. Ma non è solo per il nuovo logo che il primo Grand Slam dell’anno si è presentato con un nuovo look: una sorta di restyling in nome del prestigio ormai riscosso, ben visibile dai moderni e tecnologici ombrelloni per proteggere gli atleti dal sole ai cambi campo. Alle spalle dei tennisti ad ogni pausa abbiamo visto sollevarsi questa sorta di ombrelloni enormi (a ricordare quasi dei tetti di gazebo) rigidi, ma non fissi, reclinabili in modo da poter essere sollevati ed abbassati agevolmente all’occorrenza.

Tuttavia gli Australian Open non sono (e non lo sono stati neppure stavolta) solo fashion, tecnologia, modernità, innovazione, sponsor e pubblicità. Sono un turbinio di emozioni e sensazioni forti e contrastanti: abbiamo visto Venus saltare di gioia dopo la vittoria in semifinale per una contentezza irrefrenabile e incontrollabile. E poi le lacrime incontenibile di Mirjana Lucic-Baroni per essere arrivata in semifinale (dove avrebbe in seguito incassato un 6/2 6/1 da Serena), dopo un passato tormentato e tutte le difficoltà che ha dovuto affrontare la croata. Ma il suo ritorno, così come quello di Venus, non sono le sole cose da segnalare nel femminile in questi Australian Open 2017. Altre due tenniste hanno dimostrato di dover essere tenute particolarmente d’occhio: l’americana Coco Vandeweghe (che prima si sbarazza della spagnola Garbine Muguruza per 6/4 6/0 e poi va a perdere in semifinale al terzo set per 7/6 2/6 3/6 contro la maggiore delle sorelle Williams; le manca solamente di prendere più confidenza con i match decisivi più importanti e fondamentali per abituarsi meglio a giocare bene turni come una semifinale o una finale, che spesso perde per un attimo di troppa emozione). E poi soprattutto la britannica Johanna Konta: dopo aver vinto il torneo di Sydney nella sua città natia (battendo la polacca Agnieszka Radwańska per 6-4, 6-2 e giocando in maniera memorabile), qui agli Australian Open è giunta fino ai quarti dove ha perso dalla futura neo n. 1 con il punteggio di 6/2 6/3.

Nel maschile, invece, da registrare come, ad affiancare Federer e Nadal, vi siano altri due campioni: lo svizzero Stan Wwarinka, un po’ sottotono forse per un problema al ginocchio, ma che ha comunque saputo regalare una semifinale al quinto set contro il suo connazionale, conclusasi per 7/5 6/3 1/6 4/6 6/3 a favore di Roger, ma con la testa di serie n. 4 che ha dovuto vedersela con un Federer a tratti ingiocabile. E poi forse la vera sorpresa degli Australian Open: il bulgaro Grigor Dimitrov, che si è arreso a Nadal perdendo con onore al quinto (avrebbe meritato la vittoria se non avesse sciupato troppe occasioni e palle break, tra cui match point): 6/3 5/7 7/6 6/7 6/4 il punteggio; una partita equilibratissima, sancita dai numerosi tie brek che si sono dovuti giocare e dai continui break e contro break (soprattutto nel secondo set) dei due ai turni di servizio. Buon torneo anche del giapponese Kei Nishikori, che ha giocato comunque un ottimo tennis proprio contro Federer perdendo al quinto (per 6/7 6/4 6/1 4/6 6/3); è uscito al quarto turno come l’azzurro Andreas Seppi: l’italiano si è arreso con onore solo dopo tre tie break a Wawrinka; infine bene anche Milos Raonic: il canadese è stato fermato ai quarti da Nadal per 6/4 7/6 6/4. Continua il momento positivo nel doppio femminile di Safarova e Mattek-Sands, che vincono il titolo al terzo set con una danza finale che è stata un cerimoniale di esultanza. Nel doppio maschile perdono, al contrario, i fratelli Bryan in due set (con un doppio 7/5 da parte di Peers e Kontinen).

Barbara Conti

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