lunedì, 27 marzo 2017
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Opinioni e commenti
 

Calenda, nasce una stella
Pubblicato il 16-01-2017


Uno, due, tre. Trasporto aereo, auto, televisioni. Carlo Calenda in pochi giorni ha assestato, uno dopo l’altro, tre micidiali colpi. Il primo è arrivato sull’Alitalia, per l’ennesima volta nell’occhio del ciclone, sull’orlo del collasso, con i conti in profondo rosso e a rischio di altri 1.500 esuberi. Il ministro dello Sviluppo economico è intervenuto sull’esplosiva vicenda chiamando in causa le responsabilità di dirigenti e proprietari: «È inaccettabile che paghino i lavoratori». Ha puntato il dito contro il vertice, i vecchi soci privati italiani e i nuovi arabi di Ethiad: «L’azienda è stata gestita male, serve un piano industriale».
Il secondo colpo. Ha strigliato il governo tedesco che ha sollecitato la commissione europea ad indagare sulla Fiat Chrysler Automobiles: «Berlino, se si occupa di Volkswagen, non fa un soldo di danno». L’agenzia per l’ambiente Usa, infatti, ha messo sotto accusa il gruppo automobilistico italo-americano, denunciando eccessive emissioni di due modelli diesel, ma nel 2015 era toccato alla Volkswagen, incappata quindi in salatissime multe. Il ministro, nel caso di Fiat-Chrysler, come possibile spiegazione delle accuse ha fatto riferimento al cambio della guardia tra Obama e Trump alla presidenza americana: «Le agenzie Usa di solito sono abbastanza indipendenti. Ma ora non so, bisogna vedere le carte».
Il terzo colpo è piombato sull’assalto della francese Vivendi alla proprietà di Mediaset. La scalata alle televisioni di Silvio Berlusconi lo ha lasciato interdetto: «Penso che quella di Vivendi sia un’operazione di mercato condotta in modo opaco perché non chiarisce il punto di caduta. Un investitore deve venire in Italia spiegando cosa fare». Ha chiarito: «Non si tratta della difesa dell’italianità di Mediaset, ma della dignità del Paese perché l’Italia non è un Paese di scorrerie».
Aerei, auto, televisioni: tre settori economici molto diversi, ma tutti rilevanti, di prima grandezza. Tre interventi nei quali Calenda ha superato i confini tecnici per porre problemi politici. Il tecnico è diventato politico chiedendo il rispetto di regole sociali, economiche, di politiche industriali anche in un quadro di rapporti internazionali delle imprese italiane con quelle estere. È l’antico concetto della supremazia della politica sull’economia, degli interessi generali del paese rispetto a quelli personali o di gruppi economici, nazionali o stranieri.
Carlo Calenda, 43 anni, dirigente d’azienda (dalla Ferrari a Sky alla Confindustria), già collaboratore e amico di Luca di Montezemolo, finora era stato più un apprezzato tecnico che un politico. Prima aveva aderito a Italia Futura, l’associazione dell’imprenditore Montezemolo, poi a Scelta Civica, il partito dell’economista Mario Monti, due movimenti nati per rinnovare la politica. Nelle elezioni del 2013 non fu eletto deputato nelle liste di Scelta Civica, ma Enrico Letta lo portò nel suo governo come vice ministro dello Sviluppo economico. Quando nel 2015 si dissolse il partito di Monti passò al Pd di Matteo Renzi. È seguita una folgorante ascesa ricca di risultati: rappresentante italiano presso l’Unione europea, ministro dello Sviluppo negli esecutivi di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni.
Fino a poco tempo fa Calenda era considerato solo un tecnico, un valente tecnico. Adesso c’è stato il salto politico. Renzi, dopo la sconfitta subita nel referendum costituzionale del 4 dicembre, è impegnato a rinnovare il programma e la classe dirigente del Pd. Il segretario democratico sta cercando giovani e “facce nuove” da valorizzare. Forse in politica è nata una nuova stella, quella di Carlo Calenda.

Rodolfo Ruocco

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