giovedì, 22 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

Come è nata l’economia moderna secondo Joel Mokyr
Pubblicato il 24-01-2017


Joel MokyrNell’articolo “Una cultura della crescita. Alle origini dell’economia moderna” (Il Mulino, n. 6/2016), lo storico dell’economia Joel Mokyr, nato in Olanda nel 1946, oggi docente all’americana Northwestern University, offre un’interessante ed innovativa spiegazione sul come è nato in Europa il modo moderno di produzione, cioè l’economia della crescita o del “grande arricchimento”. “Nonostante le infinite descrizioni e discussioni sull’argomento, – afferma Mokyr – le risposte continuano tuttavia a sfuggirci”; motivo, questo, che porta l’autore a porsi le seguenti domande: perché la crescita è iniziata nel XVIII secolo? Perché in Europa occidentale? E perché le forze storiche che in precedenza avevano reso impossibile un progresso economico ininterrotto, in questo caso non sono riuscite ad arrestarlo? Le risposte a queste domande consentono di rimuovere due difficoltà connesse alla comprensione del fenomeno del “grande arricchimento”: di natura storica; la prima, e di natura economica, la seconda.

A parere di Mokyr, la rimozione della prima difficoltà alla comprensione del fenomeno della crescita sinora è avvenuta per merito di economisti e di storici economici, che hanno derivato le loro spiegazioni dall’importanza che, sulla scorta della prospettiva d’analisi di Douglass North, l’organizzazione istituzionale di un dato contesto sociale avrebbe rivestito nella promozione della crescita. Secondo questa spiegazione, l’avvio del processo di crescita e sviluppo sarebbe dipeso dalla presenza, nei contesti sociali nei quali esso è iniziato, di istituzioni in grado di assicurare al processo stesso il supporto di un sistema di diritti per il rispetto della proprietà e dei contratti stipulati, di un basso livello di opportunismo, di un alto grado di partecipazione politica al governo dell’economia, di una condivisa distribuzione dei benefici e di un’organizzazione statuale in cui potere e ricchezza fossero adeguatamente separati.

I limiti di questa spiegazione stanno, secondo Mokyr, nel fatto che tutti gli elementi che avrebbero concorso alla costituzione di un’organizzazione strumentale allo svolgersi del processo di crescita non potevano “essere le uniche determinanti” a spiegarne l’avvio; ciò perché essi non sono in grado di spiegare l’attività d’innovazione e la creazione delle tecnologie che hanno dato il via al grande balzo che ha caratterizzato, con la Rivoluzione industriale, la seconda metà del XVIII secolo; ben poco si sa, a parere di Mokyr, del tipo di istituzioni che avrebbero favorito e stimolato “il progresso tecnologico e l’innovazione intellettuale”.

La rimozione della seconda difficoltà alla comprensione del fenomeno della crescita, quella di natura economica, sta nel fatto che, anche quando al centro del processo della crescita economica c’è stato il miglioramento continuo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, è sempre rimasto il punto oscuro della comprensione delle “motivazioni e degli incentivi” all’acquisizione delle nuove conoscenze e alla loro applicazione ai processi produttivi. La spiegazione economica più ricorrente viene ricondotta al fatto che la conoscenza, come da tempo sostengono gli economisti, ha le caratteristiche di “bene pubblico”, per il quale è sempre stato molto difficile impedire che altri potessero condividerne, a costo zero, l’uso con il “proprietario” originario; di conseguenza, la teoria economica ha potuto sostenere che sia stato gioco forza produrre in quantità subottimali il “bene pubblico-conoscenza”, in quanto coloro che lo producevano avevano difficoltà ad appropriarsene per intero.

La conoscenza in sé, osserva Mokyr, ha sempre presentato due aspetti: uno teorico-formale (conoscenza scientifica) ed uno prescrittivo o normativo (conoscenza tecnologica). La conoscenza tecnologica ha potuto essere sottratta, anche se in modo parziale, agli effetti del “free riding”, attraverso l’adozione di un sistema di brevetti, che ha consentito al proprietario di una data tecnologia di poterne disporre in senso monopolistico per un tempo sufficiente a consentirgli di appropriarsi dei ritorni attesi; un’identica soluzione, invece, non è stato possibile per la conoscenza scientifica.

L’aspetto duale della conoscenza si è però rivelato di natura problematica, in quanto la crescita di quella tecnologica, senza il supporto costante di una di quella scientifica, non “sarebbe stata in grado – afferma Mokyr – di generare la crescita e lo sviluppo ai tassi osservati”; fatto, quest’ultimo, che è all’origine della questione, sinora irrisolta, del “ruolo esatto della scienza nella rivoluzione industriale”. Ciò non ostante, a parere di Mokyr, non esiste alcun dubbio sul fatto che, ”con l’accelerazione della crescita, il contributo della scienza sia aumentato divenendo la principale forza propulsiva” della fase successiva alla Rivoluzione industriale.

Tale forza è stata alimentata dall’Illuminismo, divenuto il fondamento a sostegno della crescita economica del XIX secolo; questa constatazione – afferma Mokyr – è largamente condivisa dalla generalità degli storici economici e degli economisti, “salvo che a una frangia di pensatori postmoderni inclini a denigrare l’Illuminismo in quanto movimento intellettuale profondamente retrogrado cui addebitare i disastri del XX secolo”. L’Illuminismo non è stato un movimento di massa, bensì un fenomeno elitario, espresso da intellettuali e da persone istruite “d’indole pratica quali ingegneri, industriali e fabbricanti di strumenti, e che tuttavia nell’insieme costituivano pur sempre un piccola fetta della popolazione”.

Le nuove scoperte scientifiche e l’invenzione di nuovi strumenti da parte dell’élite istruita, unitamente all’applicazione delle scoperte e delle innovazioni a fini produttivi, hanno sorretto senza precedenti la dinamica della crescita europea, il cui accadimento non è stato solo la conseguenza di una particolare organizzazione istituzionale, ma anche del come i componenti dell’élite hanno concepito “la relazione tra esseri umani e ambiente fisico e il ruolo di quella che essi hanno chiamato ‘conoscenza utile’ finalizzata al miglioramento del benessere materiale”; tutto ciò, nella convinzione che la sorte dell’umanità potesse essere continuamente elevata “attraverso una migliore comprensione dei fenomeni e della regolarità della natura e l’applicazione di questa conoscenza alla produzione è stata la svolta culturale che ha reso possibile quanto è poi avvenuto”.

Ma come è perché sono sorte e si sono diffuse queste credenze? Mokyr ritiene che la risposta debba essere cercata in quanto è avvenuto nei due secoli trascorsi da Colombo a Newton, ovvero nel mutamento radicale intervenuto nella cultura dell’élite scientifica e sperimentale; lo storico olandese, servendosi, in primo luogo, degli studi delle “scienze sociali” e dell’”economia” e, in secondo luogo, di quelli della “storia intellettuale” e della “storia della scienza e della tecnologia”, sostiene che è stato quel mutamento della cultura europea della prima età moderna che ha “preparato il terreno ai grandi cambiamenti del XVIII secolo”: l’Illuminismo, la Rivoluzione industriale, ma anche la Rivoluzione francese, nonché l’aumento della conoscenza teorica e tecnologica hanno costituito il “motore” del “grande arricchimento” dell’età contemporanea.

La diffusione delle nuove conoscenze è avvenuta proprio grazie alla loro natura di “bene pubblico”; ciò perché, una volta che esse sono state condivise, lo scienziato e l’inventore originario ne hanno perso il controllo, mancando della possibilità di impedirne l’ulteriore diffusione. E’ specifico dell’Europa il fatto che, dopo il 1600, con la condivisione a costo zero delle nuove conoscenze, si siano create le condizioni affinché le conoscenze stesse continuassero ad accumularsi ad un ritmo sempre più sostenuto, in modo tale da esercitare un “peso” sempre più determinante sui ritmi di produzione; in altri termini, in Europa, la crescente condivisione delle conoscenze ha concorso a creare le condizioni perché si affermasse l’”ideologia della scienza aperta”, che è valsa a favorire a costo zero la diffusione, oltre che dei risultati della ricerca scientifica, anche di quelli della ricerca tecnologica, in quanto imperfettamente esclusivi, malgrado l’introduzione dei brevetti.

Tutto ciò, secondo Mokyr, è potuto accadere perché nell’Europa della prima età moderna si è creata una “gestione comunitaria” delle nuove conoscenze teoriche e tecnologiche, proprio in virtù delle loro caratteristiche di “bene comune”. Sebbene una tale forma di gestione delle nuove conoscenze possa essere pensata fortemente improbabile nell’Europa dell’epoca in quanto politicamente frammentata, e la gestione comunitaria, da parte di una qualche istituzione, peraltro inesistente, delle risorse comuni su scala più che locale operativamente impossibile, in realtà quest’istituzione esisteva ed era operante, nota all’epoca col nome di “Repubblica delle lettere” (Republica Literaria), alla quale, a parere di Mokyr, gli storici, soprattutto quelli economici, non hanno dedicato la necessaria attenzione.

La Repubblica delle lettere è valsa ad elaborare l’idea di un cosmopolitismo fondato sull’idea di comune origine degli Stati da norme morali e giuridiche stabilite dalla natura. Essa, infatti, era costituita da studiosi e intellettuali, connessi tra loro a livello internazionale attraverso la concezione che la conoscenza fosse appunto un bene naturale “da distribuirsi e condividersi a livello comunitario”. Gli appartenenti alla “Repubblica” erano perciò convinti che le nuove conoscenze dovessero circolare liberamente, attraverso “reti di rapporti epistolari, pubblicazioni a stampa e adunanze locali di studiosi”; essi, conoscitori della lingua del loro Paese e del latino, erano motivati a giustificare il loro cosmopolitismo attraverso l’intensificazione dei loro rapporti, per sostenere che “la reputazione e la gloria di un Paese sarebbero stati esaltati dalla celebrazione, da parte straniera, dei successi dei suoi studiosi”.

La Repubblica delle lettere ha raggiunto il culmine delle sua affermazione e della sua notorietà nell’età dei Lumi, divenendo in tal modo la causa del “salto di qualità” della performance economica che l’Europa sperimenterà con la Rivoluzione industriale. Pertanto, ciò che conta, secondo Mokyr, ai fini della comprensione del come è nato il moderno modo di produzione e del come ha preso il via il “grande arricchimento”, non è l’individuazione della relazione diretta instaurata alle fine del XVIII secolo tra aumento delle conoscenze e Rivoluzione industriale; è, invece, la constatazione che il cosmopolitismo delle élite intellettuali e istruite europee dell’età moderna ha saputo rendere condivisibile le nuove conoscenze, indirizzando le acquisizioni scientifiche e tecnologiche alla crescita economica, con il coinvolgimento di un numero crescente di persone.

Questo processo, conclude Mokyr, è stato un fenomeno proprio dell’Europa occidentale, diffusosi poi in gran parte del mondo e sorretto da un sempre più approfondito approccio allo studio della natura, “attraverso una scrupolosa misurazione, una precisa formulazione, esperimenti ben progettati, la verifica empirica che tali attività fossero virtuose, rispettabili e foriere di benefici economici e sociali”.

Quale il senso della tesi di Mokyr riguardo alla spiegazione del come è nata l’economia moderna? La risposta non può essere che una: la cultura, in tutte le sue declinazioni, avendo natura di bene pubblico secondo quanto dimostrato dagli economisti, non può essere, in linea di principio (se non nel caso della traduzione in conoscenze tecnologiche delle conoscenze scientifiche da parte di privati, ma solo per un tempo ben determinato) oggetto di appropriazione privata; perciò, i fautori del libero mercato “senza se e senza ma” che sostengono che il supporto della crescita debba essere ricondotto sempre all’estensione dei diritti privati senza alcuna distinzione circa la natura del “prodotto intellettuale” da privatizzare, non sono meno retrogradi di coloro che ancora oggi demonizzano l’Illuminismo, in quanto considerato fenomeno cui addebitare i disastri del XX secolo.

La gravità delle idee di coloro che sostengono l’estensione della privatizzazione su tutto, è resa maggiore dal fatto che essi, pur essendo dei teorici della scienza economica, dimenticano che la conoscenza, in quanto bene pubblico, se privatizzata, è destinata ad essere prodotta in modo subottimale; in ragione di ciò, la loro proposta di estendere ad ogni forma di conoscenza la tutela della privatizzazione, anziché concorrere al sostegno della crescita, concorre solo a contenerla al di sotto dei tassi possibili, se non ad un loro totale azzeramento.

Gianfranco Sabattini

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