venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Commercio, tornano
gli aiuti numerari
per chi cessa l’attività
Pubblicato il 26-01-2017


Le domande vanno presentate all’Inps entro il 31 gennaio

COMMERCIANTI: ANCHE PER IL 2017 TORNA L’INDENNIZZO

Nel settore del commercio tornano gli aiuti numerari per chi cessa l’attività. La originaria norma che prevedeva l’indennizzo per il triennio dal 1996 al 1998 è stata più volte prorogata e viene, ora, ripristinata fino al 31 dicembre 2017. Una misura fortemente voluta confermata dalla Confcommercio, vista la persistente crisi del settore. La prestazione infatti funziona come un vero e proprio ammortizzatore sociale, e serve ad accompagnare fino alla quiescenza coloro che lasciano definitivamente l’attività. In pratica la riconsegna delle licenze al comune potrà consentire di percepire dall’Inps, per il periodo intercorrente dalla chiusura fino alla data della pensione di vecchiaia, una somma di poco più di 502 euro al mese. L’intervento è finanziato con un contributo dello 0,09 per cento a carico dei commercianti, che sarebbe andato in scadenza al 31 dicembre 2014 e che è stato anch’esso prorogato al 31 dicembre 2018. Le richieste di ammissione al beneficio previdenziale dovranno essere presentate entro il 31 gennaio del 2017. La previsione è contenuta nel comma 490 della legge di stabilità 2014, che è intervenuta modificando l’articolo 19-ter del decreto-legge n. 185/2008 convertito in legge n. 2 del 28 gennaio 2009 (c.d. decreto anti-crisi). Destinatari del provvedimento sono in particolare: i titolari di attività commerciali al minuto in sede fissa o loro coadiutori (a nulla rilevando la eventuale somministrazione al pubblico di alimenti e bevande; i titolari di attività commerciali su aree pubbliche o loro coadiutori; gli esercenti di attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande; gli agenti e rappresentanti di commercio. Per accedere all’operazione devono essere perfezionati alcuni precisi requisiti che consistono in: aver compiuto 62 anni di età se uomo o 57 se donna, al momento della cessazione (secondo l’interpretazione seguita dai Ministeri vigilanti ed enunciata espressamente dall’Inps con il messaggio n. 9656 del 13 giugno 2013 e successivi adeguamenti relativi all’incremento della speranza di vita) fino all’età massima di 66 anni e 7 mesi per gli uomini e 66 anni e 1 mese per le donne (sempre che non si consegua, prima di tali limiti, la decorrenza del trattamento pensionistico). A questo proposito non può non osservarsi la sanatoria della precedente distonia fra la finalità dell’indennizzo (accompagnare il commerciante in crisi economica fino al momento della quiescenza) e la soglia indicata in precedenza dai Ministeri, che all’inizio era assai lontana dal dato anagrafico occorrente che all’epoca valeva per il pensionamento di vecchiaia delle lavoratrici autonome; al momento della cessazione il soggetto deve essere iscritto alla gestione speciale commercianti dell’Inps da almeno cinque anni; l’attività deve essere terminata in maniera definitiva; le licenze per l’esercizio commerciale devono essere restituite al comune. Con riferimento al contributo obbligatorio dello 0,09 per cento a carico dei commercianti; va evidenziato che anch’esso viene differito al 31 dicembre 2018, ed è posto a carico degli iscritti alla gestione degli esercenti attività commerciali presso l’Inps, in aggiunta ai contributi previdenziali dagli stessi dovuti. Per ottenere l’erogazione dell’assegno in questione, sono quindi necessari: la chiusura definitiva dell’attività commerciale; la consegna dell’autorizzazione per l’attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande (nel caso in cui quest’ultima sia esercitata congiuntamente all’attività di commercio al minuto); la cancellazione del titolare dell’attività dal Registro delle imprese presso la Camera di commercio competente; la cancellazione del titolare dal registro degli esercenti il commercio per l’attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande; la cancellazione dal ruolo provinciale degli agenti e rappresentanti di commercio. Importante, L’indennizzo è incompatibile con l’esercizio di qualsiasi attività di lavoro autonomo o subordinato ed è pertanto revocato a far data dal primo giorno del mese successivo a quello nel quale sia stata ripresa l’attività lavorativa sia essa dipendente che autonoma, circostanza che deve essere segnalata dall’interessato entro trenta giorni dalla ripresa. L’importo dell’indennizzo – come detto – è pari al trattamento minimo di pensione spettante ai commercianti iscritti alla gestione ed il periodo in cui viene riscosso è riconosciuto figurativamente ai fini del diritto e della misura al trattamento pensionistico.

Agevolazioni

BONUS ENERGIA ELETTRICA, COME CHIEDERLO

Il bonus elettrico è uno sconto annuale sulle bollette dell’energia elettrica, che può essere richiesto dai clienti domestici economicamente disagiati e che per il 2017 è stato aumentato dal 20% al 30%. Lo sconto, scrive il portale ‘laleggepertutti.it’, viene riconosciuto sotto forma di compensazione applicata alla spesa complessiva sostenuta dal cliente domestico durante l’anno, comprensiva della quota fissa e delle quote variabili relative ai consumi di energia elettrica, incluse le componenti A e UC applicate alla clientela domestica agevolata. L’importo del bonus elettrico viene scontato direttamente sulla bolletta, non in un’unica soluzione, ma suddiviso nelle diverse bollette corrispondenti ai consumi dei 12 mesi successivi alla presentazione della domanda. Ma cosa si intende per cliente ‘economicamente disagiato’? Coloro che hanno un reddito, risultante dall’Isee (Indicatore di situazione economica equivalente) non superiore a 8.107,5 euro (valore aggiornato per il 2017). Successivamente, con cadenza triennale, l’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico aggiorna il valore Isee, arrotondato al primo decimale, sulla base del valore medio dell’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati in ciascun triennio di riferimento. Dunque, possono ottenere il bonus tutti i clienti domestici intestatari di un contratto di fornitura elettrica, per la sola abitazione di residenza, appartenenti ad un nucleo familiare con indicatore Isee non superiore a 8.107,5 euro. La compensazione della spesa sostenuta per la fornitura di energia elettrica è riconosciuta ai clienti domestici in condizioni di effettivo disagio economico, in forma parametrata al numero di componenti la famiglia anagrafica, con riferimento a un livello di consumo di energia elettrica e di potenza impegnata, compatibile con l’alimentazione delle ordinarie apparecchiature elettriche di uso domestico, in modo tale da produrre una riduzione della spesa dell’utente medio indicativamente del 30%. La richiesta del bonus elettrico può essere trasmessa anche per via telematica con le modalità stabilite dall’Autorità per l’energia elettrica il gas e il sistema idrico in accordo con l’Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci). La domanda va presentata presso il comune di residenza o presso un altro ente designato dal Comune (Caf, Comunità montane) utilizzando gli appositi moduli. Alla domanda occorre allegare: documento di identità; eventuale allegato D di delega (se la domanda è presentata da un delegato e non dall’intestatario della fornitura); modulo A compilato. Anche se si richiede un solo bonus è sufficiente compilare i riquadri relativi alla sola fornitura (elettrica o gas) per la quale si sta facendo la domanda di agevolazione. Va fornita, inoltre, l’attestazione Isee in corso di validità e l’allegato CF con i componenti del nucleo Isee. E’ inoltre necessario avere a disposizione alcune informazioni reperibili in bolletta o nel contratto di fornitura, come la potenza impegnata o disponibile della fornitura e il codice POD (identificativo del punto di consegna dell’energia). E’ un codice composto da lettere e numeri, che inizia con IT che identifica in modo certo il punto fisico in cui l’energia viene consegnata dal fornitore e prelevata dal cliente finale. Il codice non cambia anche se si cambia fornitore.

Economia

CRESCE IL REDDITO PRO-CAPITE

Cresce il reddito pro capite degli italiani, ma non in tutto il Paese. Nel 2015 l’entrata media nazionale risulta pari a 17.826 euro, con un incremento dell’1,6% rispetto al 2014 ma, all’interno del quadro nazionale, emergono forti differenze tra il Nord, dove si registra una crescita del 2,3%, e il Sud, che deve fare i conti con un periodo di stallo (-0,1%). I dati sul reddito medio disponibile pro capite contenuti nei rapporti Bes pubblicati dall’Istat (anni 2015 e 2016), ed elaborati dall’Adnkronos, mostrano che la differenza si va ad aggiungere a una base di partenza che è già molto squilibrata. Infatti le persone che vivono al Settentrione possono contare in media su un’entrata annua di 20.838 euro mentre i connazionali del Mezzogiorno, con 13.188 euro, avendo a disposizione un terzo in meno. La forbice tocca i livelli massimi confrontando il reddito medio procapite nel Trentino Alto Adige, che ammonta a 22.188 euro, e in Calabria, che si ferma a poco più della metà (12.237 euro). Dietro la regione prima classificata si posizionano la Lombardia con 21.634 euro (+2,2% annuo) e l’Emilia Romagna con 21.509 euro (+2,3%). A tener compagnia alla Calabria, in fondo alla lista, ci sono la Campania con 12.588 euro (-0,5%) e la Sicilia con 12.838 euro (-0,7%). Confrontando i dati del 2014 con quelli del 2015 emerge che il Trentino si aggiudica il primo posto anche nella classifica degli incrementi, registrando un +4,2%, mentre la riduzione più significativa è quella del Molise, dove con 14.133 euro si segna un -3%. Rispetto al dato nazionale (17.826 euro), i redditi del nord, con 20.838 euro, sono più alti del 16,9%; bene anche il centro che, con 18.652 euro supera la media del 4,6%. Come è facile intuire è il sud che paga la differenza, fermandosi a 13.188 euro (-26%). L’aumento medio del reddito potrebbe far pensare che il rischio di povertà sia diminuito ma, purtroppo, non è così. Nel 2014 l’indice, cioè, la percentuale di persone con un reddito equivalente inferiore o pari al 60% del reddito equivalente mediano sul totale delle persone residenti, era pari a 19,4 su 100 persone e lo scorso anno è salito a 19,9 influenzato soprattutto dal sud. Si può ipotizzare che gli incrementi abbiano riguardato soprattutto i redditi più alti, mentre nelle fasce più basse la situazione è probabilmente peggiorata. Tornando alle differenze territoriali, nel 2015 l’indice di rischio povertà nel mezzogiorno è arrivato a 34 punti (+0,8) mentre al nord si ferma a 11 (+0,2). Dall’ultimo rapporto emerge che la regione in cui si concentra il numero maggiore di persone a rischio povertà e la Sicilia (42,3 su 100), che incrementa il dato di 2,2 punti rispetto all’anno precedente. La situazione migliore è invece quella della Valle d’Aosta, che si ferma a 7 su 19, e riesce a migliorare il dato rispetto al 2014 (-1,4).

Carlo Pareto

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