giovedì, 29 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

DEBITO SENZA FINE
Pubblicato il 13-01-2017


PIL 2008 IN CALO - SOLDI E BANCONOTENon smette di salire il debito pubblico italiano. Il dato di novembre, infatti, indica un debito delle amministrazioni pubbliche pari a 2.229,4 miliardi di euro, quindi in aumento di 5,6 miliardi rispetto al mese precedente. Bankitalia ha spiegato che l’incremento è dovuto al fabbisogno mensile delle amministrazioni pubbliche per 7,1 miliardi, parzialmente compensato dalla diminuzione delle disponibilità liquide del Tesoro per 1,6 miliardi.

Considerando i primi undici mesi del 2016, il debito delle amministrazioni pubbliche è aumentato di 56,7 miliardi. L’incremento riflette il fabbisogno di 52,4 miliardi e l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro per 10,4 miliardi. In senso opposto ha operato, per 6 miliardi, l’effetto complessivo degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione del tasso di cambio.

Per l’economista Nicola Scalzini si tratta del solito allarmismo di chi non sa o fa finta di non saper leggere i numeri. “Ma è la solita bufala sul nostro debito. Ogni volta che la Banca d’Italia dà i dati – continua Scalzini – tutti i giornali parlano di record dando ovviamente una falsa rappresentazione della verità. Voglio dire che se il debito aumenta, questo è normale in tutto il mondo. Quello che va segnalato come allarme è l’aumento del rapporto tra debito e Prodotto Lordo e questo lo vedremo quando avremo i consuntivi del 2016. Tornando al dato di novembre che risulta pari a 2229 miliardi,  esso va interpretato positivamente. Infatti la cifra è superiore di soli 12 miliardi a quella del novembre del 2015. L’aumento percentuale è di appena lo 0,5%.Se questa percentuale venisse confermata anche a fine anno noi vedremmo ridursi il rapporto debito/PIL dopo tanti anni. Ed è questo – conclude –  l’indicatore che conta e non già l’aumento del volume del debito. Staremo a vedere fra meno di un mese”.

Per quanto riguarda le entrate tributarie a novembre hanno registrato una flessione a 33,8 miliardi dai 34,6 miliardi nello stesso mese del 2015. Nei primi undici mesi del 2016 il dato è però risultato in crescita su base annua del 4,3% a 368,4 miliardi. In ogni caso, al netto di alcune disomogeneità contabili e temporali, riguardanti principalmente l’iva, le ritenute Irpef e l’imposta di bollo virtuale, si può stimare che la dinamica sia stata più contenuta.

Infine, a ottobre, l’ultimo dato disponibile, su un debito pubblico pari a 2.223 miliardi la quota in mano all’estero, ovvero ai soggetti non residenti, è risultata pari a 737,8 miliardi. Sulla quota di debito in mano estera 689,9 miliardi sono rappresentati da titoli pubblici, in aumento di quasi 2 miliardi rispetto al mese di ottobre.

Dal febbraio 2014 ad oggi il debito è salito di 122,243 mld in 33 mesi, al ritmo di 3,71 mldi di euro al mese. Nel 2017 l’Italia si aggiudica il triste primato nella classifica del debito pubblico tra i paesi dell’area euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio, nel focus che propone un confronto tra gli obiettivi di finanza pubblica riportati nei documenti programmatici di bilancio dei 18 paesi, ricorda infatti che la Grecia è esclusa della lista, essendo soggetta al programma di aggiustamento. Dalle tabelle contenute nel rapporto si evince, inoltre, che il 2017 sarà il terzo anno consecutivo in cui l’Italia si aggiudica il primo posto. Nel 2017, rileva intanto l’autorità indipendente, la ripresa economica dell’area euro ”è destinata a restare debole e che la fase ciclica avrà ancora un accento negativo”. Dall’analisi emerge che ”nessuno dei 18 paesi presenta rischi di grave non conformità al Patto di stabilità e crescita”. Tuttavia per otto paesi, tra cui l’Italia, secondo la commissione la conformità ”è a rischio”.

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Commenti all'articolo
  1. Disquisire di economia non è sicuramente semplice – così come l’individuare le linee da seguire per affrontare meglio l’ormai lunga stagione di crisi, e possibilmente uscirne – e lo comprova anche l’osservare che gli stessi esperti in argomento hanno talora opinioni non convergenti al riguardo, ma mentre attendiamo di conoscere il dato del rapporto Debito/PIL, indicatore sicuramente molto importante, viene da fare una considerazione, ancorché da profano del settore.

    Ci sentiamo sovente dire che la cosiddetta microeconomia è una componente fondamentale e portante del sistema Paese – anche perché contribuisce alla tenuta del tessuto sociale, specie negli ambiti territoriali più decentrati e periferici – e andrebbe pertanto salvaguardata, ma noi assistiamo invece ad una inarrestabile dismissione di attività del settore (commerciali, artigianali, ecc….), il che non può di certo giovare al “risanamento” dei conti pubblici.

    In taluni casi valgono indubbiamente le ragioni anagrafiche, ossia il mancato ricambio generazionale, ma in altri la causa va ascritta, a detta di più d’uno tra gli interessati, alla inarrestabile crescita delle spese, alla pressione fiscale, al peso di norme sempre più incalzanti, ovvero un insieme di fattori che induce a “chiudere i battenti”, e scoraggia nel contempo chi potrebbe subentrare.

    Si tratta in buona sostanza della cosiddetta “classe media produttiva”, che sta attraversando un momento di disagio e difficoltà, con eventuali ulteriori effetti a catena, e a me pare che la politica, socialisti in prima fila, dovrebbe preoccuparsi di un tale “fenomeno”, cercando di trovare una qualche soluzione in proposito, ma salvo una mia svista non mi sembra di aver notato proposte concrete al riguardo.

    Paolo B. 15.01.2017

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