sabato, 29 aprile 2017
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Opinioni e commenti
 

Diritti umani e amnesie
Pubblicato il 19-01-2017


Non voglio dimenticare il 2016, non solo per le restrizioni della libertà di espressione in Turchia e in Egitto; per l’aggravarsi delle azioni dei gruppi armati ai conflitti resistenti e a quello in Siria; per le incursioni terroristiche in Europa e nel mondo; per l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti e per le decine di conflitti armati in atto. Non è da dimenticare in particolare perché la sofferenza dei diritti umani cresce nella carenza di pace. Tra indifferenza e rabbia che premono da una parte, dall’altra implode una tetra consuetudine rappresentata dall’attuale abisso delle istituzioni Internazionali che, impotenti sulle tragedie umane, scivolano alla ricerca di una via d’uscita. E si continua a scendere sino all’utilizzo telecamere negli asili, nei ricoveri per gli anziani, dove tristemente si consumano grandi abusi su piccoli e vecchi malati. Poi le botte ai pro e ai contro “il crocifisso”. “L’invasione dei clandestini”; la rievocazione dei cancelli, del filo spinato, dei muri; “il velo” sul capo delle donne, per chi lo indossa e per chi non lo tollera. Non voglio dimenticare le donne uccise in Italia 1.740 (Eures) e chi resta solo: gli orfani, i figli che hanno perso un genitore per colpa dell’altro. 1628 negli ultimi 15 anni, ragazzi/bambini “vittime secondarie”. Cresce il numero delle donne uccise e quello dei ragazzi che perdono in un solo momento madre e padre.

Non dimentico Jo Cox, la deputata britannica un’altra donna uccisa, assassinata da un uomo che non la pensava come lei. Poi Amatrice e le persone sepolte da una scossa di terremoto in piena notte. Di li a breve un’altra scossa sfregia l’antica città di Norcia. Non dimentico brexit con un ritrovato e diffuso disprezzo per lo stato e le sue istituzioni Europee rappresentato nell’enfasi di Nigel Farage mentre volta le spalle all’inno alla gioia di Ludwig Van Beethoven. Quello che addolora è una civiltà dimenticata non solo tra le genti ma nella forma e nei rapporti con lo Stato. La poca lungimiranza di politici improvvisati e teatranti minano solo e non migliorano le fondamenta dello Stato, inteso come forma giuridica, espressione massima del potere sovrano su un determinato territorio e sui soggetti a esso appartenenti. La responsabilità sulla propria esistenza umana – attraverso il voto – la base su cui ha fondamento. Lo Stato, dato dal territorio, dai cittadini, dall’ordinamento politico, dalla scienza, tecnica, teoria e prassi, che ha per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione – dello stato. L’attuale direzione della vita pubblica deve farci riflettere su una così disprezzata condivisione della forma di governo e delle istituzioni in generale. E si scende ancora durante il referendum costituzionale, in un balletto pro e contro che scollega, divide, rompe a prescindere quel che resta della politica italiana. Una rincorsa a rompere a posizionarsi “tutti contro tutti”. Pronti via, ognuno corra al suo buco della serratura per spiare l’altro. Le istituzioni come impegno gioioso e non come affare; la politica come scelta responsabile, eredità-essenza, degli essere umani, appaiono mete lontane. Difficile superare guerre, carestie e politiche globali se ci si chiude nel piccolo angolo tra “casa nostra” e “casa loro”. E penso alla pace quale condizione contraria allo stato di guerra, garantita dal rispetto dell’idea di interdipendenza nei rapporti internazionali, caratterizzata all’interno di uno stato, dal normale svolgimento della vita politica, economica, sociale e culturale. Quando la pace non si organizza nella cooperazione, con la collaborazione e il negoziato, prevalgono i monologhi, le chiusure impazzano tra reticolati, muri, intolleranze e botte ai più deboli. E tutta la cultura della pace costruita, si scioglie come neve al sole. Riparte dinamicamente la forza contro la ragione, l’avvilimento verso gli inutili e gli incapaci della politica a frutto di qualcos’altro -che non si nota nel breve – che prende forma in un indebolimento delle istituzioni e della morale. Un laboratorio che divide e che provoca instabilità prende forma. Gli esempi non mancano, le capacità istituzionali e le società si misurano ad esempio sui 63 milioni di esseri umani in mobilità. Migliaia di uomini, donne e bambini, in fuga da guerre e povertà che continuano a fuggire in un caos fatto di accordi stipulati “ad occhi chiusi”. I diritti dei più deboli vagano per il mondo. Ripeto, non voglio dimenticare la lunga marcia di migliaia di rifugiati e richiedenti asilo in fuga da conflitti, violazioni dei diritti umani, persecuzioni, in cerca di sicurezza e protezione perché portano con loro abusi perpetrati “in terra di nessuno”, tra estorsioni, violenze -i paesi d’origine- lungo tutto il percorso verso l’Europa. Non voglio dimenticare i 13.000 morti nel mediterraneo mentre –ancora- si affronta la crisi dei rifugiati in maniera caotica, con posizioni securitarie e accordi – senza lume, senza visione internazionale. Non dimentico “la contingenza” dell’accordo con la Turchia, la Libia e la Siria dove l’ONU dichiara il default. Non dimentico che alle NU, il voto unanime sulla pace non c’è mai, per far cessare i bombardamenti su Aleppo, Kobane e sulla richiesta di tregua. Di ciò che fugge dalla Siria si conosce anche il lamento dei pestaggi, delle scariche elettriche delle torture e stupri a non finire, in particolare contro poveracci che hanno avuto la disgrazia di transitare nelle carceri della Siria opponendosi ad un governo in guerra civile dal 2011. Chi si oppone inciampa in strutture detentive come Saydnaya, dove le condizioni umane sono collassate. Tutto ciò ha cause, motivazioni che non vengono nemmeno sfiorate. E su tutta la partita “vigilano” i caccia bombardieri Sovietici da una parte e quelli della Nato dall’altra. Non voglio dimenticare la linea del fronte irachena dove bambine e bambini di ogni età, rimasti gravemente feriti, hanno visto troppe volte la morte in faccia. Bambini con ferite orribili che vedono i loro familiari decapitati spazzati via dalle bombe, dai mortai e dalle mine o sotto le macerie delle loro abitazioni. Bambini feriti che finiscono in ospedali sovraffollati o in campi per sfollati, dove la ripresa fisica e psicologica è messa a dura prova, ogni giorno. Come coloro i quali restano nelle zone di conflitto intrappolati nella tela della guerra. E coloro i quali muoiono nella propria casa, come si racconta a Mosul quando un’automobile esplode di fronte ad una abitazione con genitori e bambini all’interno. Non voglio dimenticare il piccolo Omran, il bimbo di Aleppo soccorso sotto le macerie. Composto e attento seduto sull’ambulanza. Per me è certamente lui il simbolo della pace. Bella e atroce è la sua naturale dignità, accerchiata dal terrore che si affida alla poltrona dell’ambulanza, come se volessero, da li, volare via. Non dimentico Omram vivo e testimone e Aylan Kurdi annegato con il fratellino Galip di 5 anni, durante il naufragio dell’imbarcazione che doveva portare la loro famiglia originaria di Kobane a Kos, l’isola greca dove migliaia di profughi dalla Siria sbarcarono nella speranza di raggiungere l’Europa. Non è solo il mare ad aver ucciso questi bambini. Non voglio dimenticare le 37.000 bambine che nel mondo sono ancora costrette a sposare uomini molto più grandi di loro, contro la loro volontà. Inserite forzatamente in un sistema che le esclude da ogni rapporto con la famiglia, con gli amici, con la scuola. Perdono la libertà di vivere e ciò che resta sono violenza e abusi. Molte di loro rimangono incinte subito dopo il matrimonio. Un matrimonio precoce, forzato è una grave violazione dei diritti dei bambini, illegale secondo il diritto internazionale, vietato in molti dei paesi in cui si pratica. Si “eredita” nella povertà. Non dimentico Mahmoud Abu Zeid il reporter arrestato in Egitto- durante il violento attacco delle forze di sicurezza egiziane dove morirono oltre 600 manifestanti. “Shawkan” è stato arrestato perché stava facendo delle fotografie. Rischia la pena di morte. Non dimentico Giulio Regeni, scomparso in Egitto il 25 gennaio 2016, durante il quinto anniversario della “Rivoluzione del 25 gennaio”. Il suo corpo ritrovato il 3 febbraio 2016 con evidenti segni di tortura, ancora “non riposa in pace”. No dimentico anche chi ci ha lasciato questo mondo liberamente come Marco Pannella, Shimon Peres, George Michael, Carrie Fisher, Dario Fo, Ettore Scola, Prince, Bus Spencer, Silvana Pampanini, e altri. Mi impressiona un po quest’annus horribilis come scriveva Giorgio Bocca alcuni anni fa, per le tante tragedie in atto e per i personaggi della storia come Fidel Castro e Muhammad Alì che vanno via. Quante volte abbiamo visto passare i volti e parole di Carlo Azeglio Ciampi, di Umberto Eco e di Umberto Veronesi.

E mi sento più orfano di ieri quando le persone che hanno fatto crescere storia, politica, sport, letteratura, scienza, cultura, teatro e musica, non ci sono più. Penso al compositore Leonard Cohen e alle parole sulla pace di David Bowie: “Peace on earth, can it be. Years from now, perhaps we’ll see. See the day of glory. See the day, when men of good will. Live in peace, live in peace again”. Prima o poi l’uomo vivrà in pace. Però ammettiamolo è difficile vedere il sereno tra conflitti, tensioni, strategia del terrore, bombe, terrorismo e guerre. La strategia del terrore nel 2017 si impone con l’autobomba a Bagdad – 39 persone uccise. Poi i 4 militari uccisi da un camion piombato su di loro all’improvviso in piena Gerusalemme. Dopo le 83 vittime schiacciate nel lungomare di Nizza si continua ad uccidere cittadini inermi. Nel frattempo l’Italia riapre l’Ambasciata a Tripoli mentre il dissidente generale di Tobruk protesta minacciosamente. La riapertura di un dialogo “ multilaterale” in Libia con le portaerei Sovietiche in appoggio al generale Haftar appare ancora difficile in una zona complessa e delicata per il traffico di migranti in atto.
Ripartiamo dal 2017 spingendo l’Europa nella direzione della coesione politica. Mentre il mondo confida nelle capacità di Antonio Guterres, il nuovo Segretario Generale delle Nazioni Unite. Un politico di serie A alla guida della più grande macchina istituzionale costruita per la pace nel mondo e bisognosa di severa revisione. Ciò che i paesi costituenti non riescono a fare, ovvero a modificando il consiglio Onu garantendo risalto alle realtà regionali, in particolare all’Unione Europea attraverso un seggio in Consiglio di Sicurezza e non solo. Questo è un processo indefettibile nella convinzione che l’Unione Europea per l’Italia è il destino migliore. Ciò che manca alla Unione oggi è un progresso coeso per poter corrispondere alle sfide e alle politiche globali, per il miglioramento dell’uomo, delle economie, dei diritti. L’altra consapevolezza è quella imposta dalla contemporaneità affinché riaffiorino nuove società delle persone e non di soli mercati. Una partita globalizzata e forse già superata da nuove alleanze che si delineano nel nord del mondo. Una grande sfida sta prendendo forma. E’ bene seguire il filo del risultato delle elezioni USA e la Gran Bretagna per comprendere la connessione politica e le tendenze delle prossime elezioni francesi e tedesche. Una bella spinta alle ingerenze populiste -gradite al popolo della destra europea e non solo- darebbe un imponente spazio alla nuova filiera politica del nord del mondo che passa dagli Usa alla Russia attraversando il nord Europa. Nella post globalizzazione spiegata in un flirt Anglo-Americano con Putin, il desiderio di sedere al tavolo con i grandi della terra potrebbe essere irresistibile anche per qualche Europeista disinvolto. Mi sono chiesto in questi giorni se i giovani profughi a Belgrado in fila sotto la neve fossero un desiderio mediatico dettato da un mondo in difficoltà, senza soluzioni. E cosa sarebbe successo se i settemila profughi sotto la neve in Serbia fossero stati sistemati in una casa al caldo. Mentre la terra continuava a tremare in Italia. La politica del Nord del mondo fa riflettere la pancia dell’Europa dove l’Italia appesa ad un filo, dondola sul Mediterraneo, sempre più in balia dei fenomeni migratori internazionali e di una politica urlata, corta, che non c’è. Logico comprendere e condividere una nuova attrazione verso i messaggi lanciati dal Santo Padre a favore di “politiche umanitarie”. Le bordate di Bergoglio partono da Lampedusa, da Lesbo,e dal Vaticano. Messaggi e comportamenti che superano ogni schema propagandistico e che legano una nuova chiesa al futuro dell’umanità, verso chi soffre, ribellandosi allo status quo del saeculum, dell’opulenza, generatori di indifferenza e di inefficaci sistemi di governo anche della nuova chiesa che guarda preoccupata al millenium. Nell’attesa di nuove politiche internazionali a favore del mondo povero l’esigenza di un bagno di umiltà (difficile da concepire nell’era postconsumistica), di una redistribuzione delle risorse, di giustizia sociale è diffusa. E mentre si allontanano sempre più gli eroi del passato emerge il desiderio di una nuova etica terrena. Il solco impresso da Mario Bergoglio sulla rotta segnata tra lo stretto di Magellano e Roma oggi è un dato oggettivo, è una politica. Stare al fianco di chi soffre, di nuovi e vecchi poveri è una scelta chiara, impressa non solo nel colonnato Vaticano. “Se lo sguardo verso l’Italia e l’Europa venisse dalla parte del mare (come ricorda Ferdinando Magellano) sarebbe tutta un’altra cosa”. Per reagire –insieme- sui temi cocenti, come l’immigrazione, la disoccupazione, il disagio sociale senza rincorrere propagandismi di varia natura basterebbe predisporre un’alternativa efficace contro l’immobilismo riprendendo a vivere. Le ragioni dell’uomo, del resto, nella storia di questo continente -prima o poi- prevarranno, come la pace.

Corrado Oppedisano
Co fondatore Forumsad Italia
membro del Consiglio nazionale per la Cooperazione al Ministero degli affari esteri

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