sabato, 29 aprile 2017
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Opinioni e commenti
 

Fabrizio Macrì Leonardo Scimmi
Il tema del lavoro nella tradizione socialista democratica
Pubblicato il 10-01-2017


Quando in Italia si parla di partito del lavoro s’intende, nella testa di chi ne caldeggia la fondazione e nell’immaginario collettivo, un partito impegnato a formulare politiche di difesa dei lavoratori dall’arbitrarietà delle decisioni degli imprenditori.

Gli imprenditori infatti, guidati dalla ricerca del profitto, agirebbero sui fattori di produzione (capitale e lavoro) e sui costi che ne derivano per assecondare i mutamenti delle condizioni di mercato e massimizzare gli utili d’impresa.

La sinistra e i partiti dei lavoratori si sono tradizionalmente battuti per irrigidire i costi del lavoro, per difendere i salari ed impedire agli imprenditori di trattare i lavoratori come un semplice fattore di produzione, al pari del capitale.

Le battaglie della sinistra nel passato sono state non solo nobili perchè tese alla difesa della dignità umana della forza lavoro, ma anche utili specialmente nella loro declinazione socialdemocratica occidentale, per due ragioni :

  • hanno consentito di alzare il potere d’acquisto dei lavoratori e quindi di aumentare la domanda aggregata;

  • hanno spinto gli imprenditori ad accrescere la produttività attraverso altri fattori che non fossero la semplice riduzione del costo del lavoro.

Questi due fattori si sono rilvelati due importanti fattori di sviluppo economico e progresso sociale.

Tuttavia tale formula andrebbe applicata nella realtà dei vari paesi e dovrebbe essere adattata realtà economica e soprattutto alla congiuntura politica e sociale.

Una politica dell’impresa troppo tradizionalista in tema di lavoro nell’Italia del 2017, applicata sul tessuto imprenditoriale delle nostre piccole e medie imprese, rischierebbe di essere inefficace e dannosa in quanto si rivelerebbe nemica delle imprese ; rischierebbe infatti di introdurre ulteriori e costosi elementi di rigidità che metterebbero a rischio la capacità delle imprese di produrre e generare reddito, quindi di coprire i costi del lavoro.

Analisi della situazione italiana

Un freno strutturale alla competitività delle nostre imprese è certamente dato dal contesto particolarmente complicato in cui esse operano.

Le nostre aziende, solitamente medio-piccole, spesso micro, nate dalle esternalizzazioni di funzioni delle grandi imprese del nord realizzate soprattutto negli anni ’90 e rimaste piccole per non incorrere in una tassazione ed una normativa sul mercato del lavoro eccessivamente penalizzante, avrebbero difficoltà a competere in un mercato globale se gravate da costi e rigidità eccessivi.

A questo si aggiungono ostacoli di carattere strutturale :

  • una pubblica amministrazione particolarmente lenta ;

  • una burocrazia poco accessibile :

  • un sistema bancario in crisi ;

  • un gap infrastrutturale particolarmente penalizzante per le regioni periferiche.

In pratica, l’Italia manifesta un sistema paese debole che rema contro l’iniziativa imprenditoriale, specie di piccola taglia, e che ha consentito solo ad una parte delle nostre imprese di emergere, in un contesto di mercato oramai sempre più aperto alla concorrenza estera.

Ogni intervento governativo deve essere teso a rimuovere ostacoli alla libera impresa per metterla in condizione di lavorare almeno alla pari dei competitori europei : l’impresa è il motore del reddito ed il reddito la condizione fondamentale per creare posti di lavoro.

Per questo una politica moderna del lavoro non può che essere anche una politica industriale in linea con gli interessi degli imprenditori.

A compensare questo cambio di prospettiva vi é l’introduzione di elementi di democrazia industriale quali la cogestione (Mitbestimmung) e la partecipazione agli utili da parte dei lavoratori.

Una politica del lavoro moderna

Questo ci fa capire che in un contesto come quello italiano sarebbe bene uscire dall’approccio ideologico di conflitto tra proprietà e lavoro e capire che le due cose si tengono, il successo delle nostre imprese è anche il successo dei loro lavoratori.

Spesso gli attuali imprenditori sono ex operai che si sono messi in proprio e hanno avviato la loro attività assumendo altri operai, la cogestione di stampo socialista spesso è già in atto all’interno delle nostre imprese e il licenziamento dei collaboratori con cui si lavora da anni è non di rado ragione di grande travaglio anche personale per gli imprenditori.

Conoscere la realtà anche sociale della Valle Padana, lungo il cui asse lavora uno dei più produttivi agglomerati imprenditoriali d’Europa e del Mondo, è il presupposto fondamentale per mettere in atto politiche del lavoro libere da vincoli ideologici astratti e non collegati alla realtà in cui vengono applicate.

Obbligare un imprenditore a non licenziare quando la situazione di mercato lo richiede significa introdurre un ulteriore elemento di rigidità che rischia di portare l’impresa al fallimento generando effetti occupazionali ancora peggiori.

Non esiste imprenditore che ami licenziare con leggerezza, ma se l’azienda è in crisi bisogna dargli la possibilità di farlo in tempo per per recuperare la perduta competitività.

Una politica del lavoro moderna infatti, quindi lo Stato, prima di tutto non scarica sull’imprenditore il peso del costo del lavoro in eccesso nei momenti di congiuntura debole.

Al contrario, uno Stato moderno e riformista deve farsi carico del reinserimento del lavoratore sul mercato tramite sussidi, formazione e tutoraggio.

L’imprenditore dal canto suo ha l’obbligo sociale di non fare fallire la sua impresa e trovare le condizioni per rilanciarla, per tornare ad investire ed assumere.

Secondo obiettivo di una politica del lavoro avanzata e sociale è quello di eliminare le diseguaglianze tra i due gruppi di lavoratori che popolano oggi il mercato del lavoro italiano e godono di due regimi di tutele diametralmente opposti : da un lato i più anziani lavoratori a tempo indeterminato o appartenenti all’amministrazione pubblica, tutelati dall’art 18 che li rende quasi illicenziabili e dall’altro le schiere di giovani e meno giovani assunti con contratti privatistici a termine e precari.

Prima ancora di scendere nel dettaglio delle misure da adottare quindi è importante operare un cambio di prospettiva, una rottura ideologica netta con i dettami del passato, prendere pragmaticamente atto del contesto mutato e delle difficoltà strutturali del nostro sistema, con lo scopo di difendere gli stessi principi con strumenti completamente diversi.

Fabrizio Macrì Leonardo Scimmi

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