giovedì, 30 marzo 2017
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Opinioni e commenti
 

I Ponzio Pilato della politica italiana
Pubblicato il 27-01-2017


E’ arrivata la sospirata sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Che, oltre ad abolire il ballottaggio, ci rivela, ancora una volta, quanto risulti difficile per la nostra classe politica scrivere una legge elettorale in coerenza con la Costituzione, secondo “elementari” criteri di democraticità.
Era già successo con il Porcellum, con l’aggravante che quest’ultimo è stato utilizzato due volte per la scelta dei nostri rappresentati.
Insomma, un certo grado di incompetenza si nota. E, purtroppo, non solo in questo ambito legislativo.
“Errare humanum est”, si dice giustamente. Ma qui sembra esserci del diabolico.
Scrivendolo nero su bianco, la Corte ha inoltre stabilito che la legge, così “emendata”, è direttamente applicabile. Quasi ad ammonire la politica all’immobilità, al fine di non combinare altri strafalcioni.
E’ vero che, nelle condizioni date, fare una legge elettorale condivisa non era semplice. Ma, l’attesa della sentenza ha fatto il paio con il silenzio totale dei partiti I quali hanno abdicato al loro ruolo di proposta, facendoci “subire” una decisione giudiziale che si trasformerà in “politica”. Ad eccezione solo dei Radicali Italiani, da sempre schierati per una legge elettorale maggioritaria uninominale a turno unico, sul modello della Gran Bretagna. E, pur se poco ascoltati, ne spiegano il perché, aprendo canali di dialogo con tutti. Ricordando, imperterriti, la storia di questo paese in “chiave legge elettorale”. Essi non dicono di avere la “verità” rivelata, ma affermano con forza di avere un’idea da proporre.
Per come sono andate e cose, nessun partito potrà rivendicare la paternità “dell’atto” come centro di imputazione di responsabilità nei confronti dei cittadini.
La politica ha aspettato, dando ancora una volta segni di “passività calcolata”. Di comodo, perché oltre all’impossibilità (vera o presunta), appare la convenienza per lo stallo, risolto poi da altri.
Eppure, dalle caratteristiche della legge elettorale si determinano dinamiche fondamentali di sana partecipazione, e si costruisce parte importante del rapporto tra stato e società. Essa deve servire certamente a consentire la famosa stabilità, ma anche a garantire alle persone la miglior scelta possibile di chi andrà a ricoprire il ruolo di rappresentanza; di maggioranza o opposizione che sia.
La “discussione”, tutta interna a partiti e segreterie, ha marginalizzato il cittadino, dando nuovi e conosciuti segnali di autoreferenzialità. Neanche dal “nazional-ribellista” Cinque Stelle è arrivata alcuna proposta, essendo fondamentale per loro l’andare a votare, per capitalizzare una (presunta) situazione favorevole.
Eppure, anche solo un’analisi storica di ciò che abbiamo avuto, al fine di ricercare soluzioni migliori, andava posta. Perché, fermandoci al Porellum, è sotto gli occhi di tutti che una legge del genere ha rafforzato più i vincoli di fedeltà dell’eletto verso il partito, piuttosto che quelli verso gli elettori. Per cui il sondaggio riportato da Radicali Italiani, secondo il quale tra coloro che si interessano di politica i nostri 900 rappresentanti sono praticamente quasi tutti sconosciuti, è una cartina di tornasole sull’effettivo rapporto tra eletti e cittadinanza. Rapporto in cui, evidentemente, incide anche la legge elettorale. Tralasciando ora le non secondarie conseguenze che l’appartenenza (e la fedeltà) politica ad un “capo” produce, rispetto alla virtuosa competenza.
All’indomani della sentenza, il discorso, come prevedibile, è già andato oltre. Si parla di quale giorno sia utile (a chi?) per votare. Si fanno ipotesi di alleanze. Si cuciono scenari da post-voto.
Rendere marginale il dibattito sulla legge elettorale è stato un altro grande errore politico. Perché i partiti hanno ancora una volta prestato il fianco a critiche di autoconservazione, o di convenienze da piccolo cabotaggio pro domo propria.
Sulle “macro” questioni relative alla legge elettorale, ci si è divisi sempre tra “proporzionalisti” e “uninominalisti” (volendo qui non entrare in dispute tecniche dove poter collocare sistemi misti). E il dibattito si sviluppava seguendo linee di discussione che analizzavano quanto un sistema, rispetto ad un altro, fosse più rappresentativo, più democratico, più trasparente, più efficace, più efficiente, più liberale, più rispettoso del cittadino elettore, più adatto al contesto rispetto al vissuto di un paese, più capace di essere un mezzo contro la partitocrazia burocratica e più adatto al continuo rinnovamento della classe dirigente. Nulla di tutto ciò è, invece, avvenuto.
Sembra che si debba sempre arrivare a configurare una legge elettorale ritagliata solo in relazione ai risultati prevedibili sulla scorta di sondaggi sulle intenzioni di voto in un dato momento. Ai tempi del Porcellum lo si fece con un grande attivismo legislativo da parte della maggioranza di allora. Oggi, con l’immobilità di tutti.

Raffaele Tedesco

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Commenti all'articolo
  1. “il silenzio totale dei partiti i quali hanno abdicato al loro ruolo di proposta” mi sembra essere una fotografia piuttosto realistica di quanto è accaduto e sta forsanche continuando a succedere dal momento che, salvo una mia svista, non paiono ancora uscire proposte abbastanza concrete e dettagliate, ma ci si mantiene un po’ sul vago, limitandosi semmai a dire che propendono per il maggioritario, gli uni, e per un sistema proporzionale gli altri.

    Voglio credere che lo stare sul generico sia un modo per lasciare maggiormente aperta la via di un eventuale accordo, che può riuscire effettivamente più facile se non si parte da posizioni predefinite, col rischio di dover poi fare retromarcia, e anche sconfessarsi, ma visto che qui viene richiamata “una legge elettorale maggioritaria uninominale a turno unico”, mi sentirei di dire che il maggioritario, specie senza ballottaggio, si confà meglio a quei Paesi che vedono una situazione di sostanziale bipolarismo.

    Quando invece i poli sono più di due, come pare essere l’attuale condizione nostra, può realisticamente verificarsi che vada a governare una forza politica che supera di poco il terzo dei voti utili, e forsanche meno se i poli fossero più di tre, il che non pare essere francamente l’ottimale, anche quanto a rappresentanza della volontà popolare, e giusto per questa ragione mi sembrerebbe più confacente una formula proporzionale, che può essere affiancata da un meccanismo che rafforzi la governabilità.

    Paolo B. 27.01.2017

  2. Egregio Paolo, quando lei fa quelle considerazioni politico/sociali sulla legge elettorale non sbaglia. Perchè in nostro sistema è frammentato. Ma i “tronconi” sono pochi e piuttosto grandi, perchè i “partitini” sono quasi scomparsi, o sono molto omogenei tra loro.
    Ma non è questo il punto per cui ho citato l’uninominale, perchè quello che mi premeva sottolineare è la chiarezza politica dei Radicali in questo caso. Chi è chiaro si assume davvero la responsabilità di fronte ai cittadini del suo operato. E’ vero che nel caso in cui un partito facesse una proposta, questa potrebbe risultare non condivisa, dovendosi, così, acconciare ad altro. Ma il non fare una battaglia politica su un argomento così importante, è il segno sia di debolezza, che di incapacità. Senza contare l’opportunismo. Vede, senza alcuna presunzione di verità, mi sembra che oggi la battaglia (per le battaglie) sia culturale. Se non si esce da questo contesto di pochezza politica, perchè di cultura politica, non riusciremo mai a risollevarci. Fare una battaglia alla luce del sole, basata su principi che si reputano fondamentali, sarebbe oggi un atto importante. Ho riletto il grande dibattito prima del varo del proporzionale, nel 1946, se non ricordo male. Fu molto alto, con interventi importanti. Oggi?
    Cordialmente
    Raffaele Tedesco

  3. Carissimo Raffaele, mi trova senz’altro d’accordo sul fatto che un partito debba avanzare proposte proprie, in questo e in altri campi, essendo questo il suo ruolo, e non a caso anch’io l’ho fatto, nel mio piccolo o piccolissimo, esprimendomi qui per il proporzionale, come mi è capitato di fare in altre precedenti occasioni di questi mesi, motivando più ampiamente questa mia opzione..

    E ciò vale soprattutto per un partito oggi “minore”, ma storico, che voglia marcare la sua identità e autonomia, pur dovendosi rendere poi disponibile a trovare punti di incontro con altre e diverse proposte, essendo anche questo un compito della politica, vale a dire la combinazione tra capacità di iniziativa propria, da un lato, e capacità di mediazione, dall’altro (ovviamente se ce ne sono le condizioni, quando cioè le rispettive posizioni non sono agli antipodi e inconciliabili)

    C’è da credere che sia stato questo lo spirito col quale hanno lavorato i membri della Assemblea Costituente che settant’anni orsono diedero vita alla nostra Carta.

    Un cordiale saluto anche da parte mia.

    Paolo B. 29.01.2017

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