sabato, 18 novembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Il nostro futuro
si chiama Europa ed euro
Pubblicato il 16-01-2017


Sembra crescente l’orientamento di scegliere l’Euro come capro espiatorio delle nostre difficoltà ad imprimere alla ripresa economica un’adeguata accelerazione in grado di far recuperare al nostro paese tassi di sviluppo e livelli di occupazione in linea con quelli dei paesi che si trovano oltre le alpi.

Mercoledì scorso la trasmissione “La Gabbia” condotta da Paragone è stata in larga parte dedicata a screditare l’euro con affermazioni e servizi che attribuivano alla moneta unica la causa della decadenza dell’Europa e soprattutto la perdurante crisi economica del nostro paese. Le argomentazioni erano a mio parere  largamente infondate e tendenziose. Ben più autorevoli, meglio motivate e perciò più preoccupanti le posizioni di Giorgio La Malfa e Paolo Savona, sul “Corriere della Sera” dei 27 dicembre e che tuttavia vanno nella medesima direzione. I nostri sostengono la tesi dell’abbandono della moneta unica e il ritorno alle monete nazionali a cambi fissi ma aggiustabili lasciando all’euro la funzione di  mera moneta di riferimento. In altre parole : fine della moneta unica che, così come è stata realizzata sarebbe stato un errore. Per motivare questa affermazione i due autori del breve saggio citano le regole volute dalla Germania che impongono ai soli paesi in deficit l’onere dell’aggiustamento e non richiedono alcun impegno di solidarietà ai paesi in surplus.

Da ciò i vantaggi per la Germania e i prezzi enormi pagati dal nostro paese. Per uscire da questa situazione il nostro paese dovrebbe chiedere che si ponga fine alla moneta unica, attraverso due modalità tra loro alternative. La prima consisterebbe nell’uscita della Germania che farebbe fluttuare la propria moneta consentendo così agli altri paesi, a cominciare dal nostro, di rafforzare i relativi apparati produttivi. Poiché questa strada non sarebbe mai imboccata dalla Germania si potrebbe ripiegare sul meccanismo delle singole monete nazionali legate da cambi fissi e aggiustabili. E se la Germania rifiutasse anche questa soluzione i vari paesi dovrebbero svincolarsi da ogni accordo e seguire politiche monetarie e fiscali del tutto autonome.

Tutto il ragionamento lascia molto perplessi. Se il nostro paese perde competitività la moneta non c’entra. Le ragioni sono  nella nostra bassa produttività e nei costi unitari di molti nostri prodotti. Le colpe sono tutte e solo nostre. Si tratta dunque di condizioni create da noi e che solo noi possiamo modificare. Esse hanno connotati noti e più volte ricordati dalla parte più illuminata del nostro paese. Si chiamano debolezza dell’esecutivo e instabilità del sistema di governabilità che danno luogo a politiche  spesso di corto respiro e non orientate a trasformazioni profonde del meccanismo di sviluppo. Le politiche che modificano profondamente il sistema guardano il lungo periodo  e richiedono quindi governi forti e stabili in grado di resistere a pressioni di parte e lobbistiche spesso intrise di populismo ed elettoralismo. La nave Italia naviga a vista ma al suo interno non mancano esempi  positivi di imprese di successo internazionale che confermano quanto la moneta unica non c’entri nulla con il loro saper accettare e vincere le sfide che la globalizzazione pone. Un esempio per tutti, la Fiat che da una situazione semifallimentare è stata riportata tra i gruppi automobilistici maggiori a livello mondiale, con miglioramenti di produttività, incrementi dell’occupazione, delle retribuzioni e della qualità dei prodotti. Non risulta che la Fiat e tante altre imprese che competono spesso con grande successo sui mercati mondiali chiedano l’uscita dall’euro e conseguente svalutazione monetaria. Certamente esse ne trarrebbero vantaggio con la riduzione dei salari e quindi dei costi che la svalutazione produrrebbe. Ma l’effetto svalutazione sarebbe di breve periodo perché il Sindacato non tollererebbe una riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni. Si rimetterebbero  in moto i noti meccanismi sperimentati nella cosiddetta prima repubblica: inflazione elevata, lotte sindacali a difesa dei salari, di nuovo svalutazione monetaria per riguadagnare competitività. Insomma una situazione di instabilità permanente dove non converrebbe investire un euro da parte degli operatori internazionali. E con la droga della svalutazione continua non affronteremmo mai i veri nodi strutturali che non ci permettono di avere uno sviluppo stabile e un futuro migliore e certo per le giovani generazioni. E tutto ciò per sottacere del terremoto finanziario che provocherebbe già l’indizione di un referendum per l’uscita dall’Euro.

Chi ha qualche risparmio, temendo una sua erosione con il  ritorno alla lira sarebbe indotto a proteggerlo in qualche maniera e certamente non lo lascerebbe in banca. Si potrebbe verificare l’assalto agli sportelli, fuga di capitali,  forse fallimenti bancari e fermiamoci qui. Insomma fine del sogno della stabilità e delle riforme tanto accarezzato dai Ciampi, Prodi, Amato,etc. Ma non sarebbe più semplice dire la verità sulle cause che impediscono una maggior crescita e ritrovare una più forte coesione intesa a rimuoverle quelle cause? E allora ci troveremmo il problema della scarsa produttività, dei bassi investimenti pubblici e privati, dell’eccesso di spesa corrente,dell’inefficienza dei servizi di pubblica utilità, dell’eccessiva tassazione dei fattori della produzione (lavoro e imprese) cui fa da riscontro il basso prelievo sui consumi legato alla eccessiva dispersione delle aliquote IVA  Non inseguiamo false soluzioni. Seguiamo l’esempio dei maggiori paesi europei che hanno insieme all’Euro la piena (o quasi) occupazione e una qualità della vita che non si riscontra in altre zone del mondo.

Nicola Scalzini

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento