mercoledì, 18 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

La cecità della politica economica europea
Pubblicato il 10-01-2017


Con l’articolo “La crescita che vorremmo”, Carlo D’Adda, professore emerito dell’Università di Bologna, nel n. 6/2016 de “Il Mulino”, torna su un tema a lui caro, il problema del superamento della crisi, che ancora pesa su molti Paesi dell’Unione, per proporre ai responsabili delle scelte di politica economica, nazionali ed europei, una prospettiva di politica economica alternativa a quella sinora seguita, rivelatasi priva di esiti positivi.

La critica di D’Adda è di facile percezione e convincente, per cui non si riesce proprio a capire, sia perché a livello nazionale nessuna istituzione governativa, o segmento autorevole dell’intero establishment, si sia fatto interprete presso le istituzioni europee delle proposta che da tempo l’economista bolognese va sostenendo, sia perché le stesse istituzioni europee, e/o i governi più influenti dell’Unione, continuino ad insistere sulla vecchia litania dell’austerità ad ogni costo.

D’Adda osserva che la maggior parte degli economisti concorda sulla necessità che, per riattivare il processo di crescita delle economie nazionali in crisi, occorra promuovere l’aumento della produttività del lavoro; questa però cresce solo se cresce l’economia nel suo complesso. Ciò significa che, nella realtà del come si svolge il processo economico, occorre considerare quali siano le condizioni perché la crescita possa realmente attivarsi. A tal fine, decisive sono le aspettative degli operatori economici, i quali saranno propensi ad effettuare gli investimenti per realizzare le necessarie innovazioni di processo o di prodotto, solo se le aspettative saranno favorevoli; fatto, questo, che accade quando la domanda sollecita l’offerta.

Quest’ultima considerazione – afferma D’Adda – “è entrata con forza nella teoria economica ottant’anni fa con Keynes. Su di essa si basa in gran parte l’idea che lo Stato possa giocare un ruolo attivo di grande importanza nella cura delle recessioni”; ciò perché lo Stato, essendo il più grande operatore del sistema economico, è in grado di “rovesciare le aspettative depresse che seguono i periodi di crisi attraverso programmi di “spesa pubblica in disavanzo”. Sennonché, la teoria keynesiana, pur avendo ispirato le politiche economiche di successo dei primi trent’anni successivi al Secondo conflitto mondiale, è caduta in disuso dopo l’avvento dell’ideologia neoliberista, che è valsa ad affermare una visione del funzionamento del sistema economico esclusivamente basata sull’idea che il mercato, quando è lasciato libero di funzionare, senza interventi esterni regolatori, può porre “rimedio a ogni malfunzionamento dell’economia assai meglio delle politiche di stabilizzazione”.

La condivisione dell’ideologia neoliberista ha offerto ai Paesi membri dell’area dell’Euro di adottare delle direttive restrittive in tema di compilazione dei bilanci pubblici, “per paura che qualcuno dei Paesi che hanno adottato la moneta comune finisca, in un modo o nell’altro, per cedere alla comune banca centrale (la Bce) il proprio debito pubblico, di fatto accollandolo ai partner”. La paura, o visione egoistica della crisi, ha “tarpato le ali” della capacità razionali di governo dei responsabili europei delle scelte di politica economica; questi, infatti, anziché far tesoro della lezione keynesiama del passato, hanno preferito affidarsi alle direttive prudenziali dell’ideologia neoliberista, imponendo ai Paesi in crisi, soprattutto se fortemente indebitati, come ad esempio l’Italia, di provvedere a ridurre i loro debiti pubblici attraverso scelte rigorose di austerità, utili a consentire di realizzare una quota di risparmio superiore a quella abituale. Ciò, secondo le direttive europee, doveva essere reso possibile dalla realizzazione, a costo zero, di riforme dell’intera struttura dell’organizzazione dell’intero sistema-Paese.

Nel caso dell’Italia, l’applicazione delle direttive europee ha avuto un risultato che è sotto gli occhi di tutti; le riforme, lungi dal favorire la riduzione del debito pubblico e la ripresa della crescita, sono valse a fare diminuire la domanda finale, il livello del reddito e del risparmio totale, e a fare aumentare la disoccupazione; in tal modo, il livello del debito pubblico, anziché diminuire, è aumentato.

Inoltre, D’Adda osserva che le direttive europee in fatto di bilanci pubblici non hanno mai fatto distinzione tra “disavanzi pubblici per eccesso di spesa corrente” e “disavanzi originati da investimenti pubblici”, quali quelli che possono essere realizzati in infrastrutture; in tal modo, è stato del tutto trascurato il fatto che se tali investimenti in infrastrutture fossero stati orientati a fare aumentare la produttività del lavoro, la conseguenza più immediata sarebbe stata quella di promuovere l’aumento del livello del prodotto interno nazionale (PIL). Tutto ciò è stato ignorato dalle istituzioni europee; queste, infatti, con le loro direttive riguardanti la compilazione dei bilanci pubblici, hanno ritenuto, sbagliando, che la ristrutturazione degli apparati statali delle economie in crisi potesse essere realizzata a costo zero, quindi senza i necessari investimenti.

Quale potrebbe essere, si chiede D’Adda, il rimedio alle direttive sbagliate dell’Unione Monetaria Europea? Il correttivo è quello che da sempre l’economista dell’Università di Bologna sta formulando: occorrerebbe distinguere, in fatto di bilanci pubblici, tra “regole annuali” e “regole di programma pluriannuali”; a livello annuale, occorrerebbe “non imporre vincoli sui progetti di investimento produttivi avanzati dagli Stati membri”, abbandonando a tal fine la “limitazione annua del disavanzo complessivo, mantenendola invece sul disavanzo al netto degli investimenti pubblici riconosciuti come produttivi”. Se l’Unione Monetaria Europea, osserva D’Adda, ritenesse opportuno verificare che si tratta realmente di investimenti produttivi, “potrebbe riservarsi un diritto di approvazione”. Se la procedura indicata fosse accettata, ai Paesi in crisi maggiormente indebitati verrebbe restituito “un fondamentale strumento di politica economica che oggi manca con grave pregiudizio del controllo del ciclo economico e della stessa crescita”.

Con riferimento ai bilanci pubblici di programma, la condizione di sostenibilità da rispettare consisterebbe nel vincolo che il tasso di crescita di lungo periodo del debito pubblico complessivo non superi il corrispondente tasso di crescita del PIL; ciò, al fine di assicurare che il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo possa, anch’esso nel lungo periodo, aumentare. Dovrebbe trattarsi di una regola da non imporre anno per anno, ma con riferimento all’intero arco di tempo del bilancio pluriennale. Ciascuno dei progetti proposti “dovrebbe stimare ed evidenziare quale sia l’effetto degli investimenti pubblici da realizzare sul complessivo tasso di crescita dell’economia”, nonché l’effetto sulla crescita della produttività del lavoro. A parere di D’Adda, se tutti i Paesi dell’Unione Monetaria avessero realizzato “un vigoroso programma di investimento annuale di investimenti pubblici autenticamente produttivi da finanziare sul mercato”, a programma realizzato il tasso di crescita dell’intera Unione sarebbe stato nettamente più elevato di quello sperimentato negli anni recenti, e soprattutto, lo si sarebbe realizzato “senza appesantimento dei debiti pubblici in rapporto al PIL dei Paesi membri”.

Non tutti gli economisti, però, concordano sulla necessità che sarebbe stato opportuno riservare prioritariamente agli “interventi attivi sulla domanda”. Sulla necessità di riforme strutturali dell’organizzazione complessiva del sistema-Paese, D’Adda non ha dubbi; egli però osserva che, perché il processo di riforma possa avere successo occorre che le imprese avvertano l’opportunità di adattarsi “con nuovi investimenti al nascere di aspettative favorevoli. […] E a questo fine, nulla è più efficace degli investimenti pubblici che accrescono tutte le componenti della domanda, sia quella per consumi espressa dai nuovi occupati, sia quella che si rivolge al sistema produttivo per la realizzazione di opere pubbliche e strutture per la realizzazione di servizi”. D’Adda conclude affermando che, se fosse stata accolta, la sua proposta avrebbe contribuito, tra l’altro, a favorire una lievitazione dei prezzi, per fare uscire l’intera economia dell’Unione dalla pesante situazione deflazionistica, che ha finito col peggiorare per i sistemi economici la possibilità di fuoriuscire dal tunnel della crisi.

Un’altra misura per il rilancio della crescita, non necessariamente sostitutiva di quella precedentemente illustrata (ma certamente, secondo D’Adda, più ambiziosa), avrebbe potuto consistere nella decisione, da parte di tutti i Paesi dell’Unione Monetaria Europea, di realizzare un programma di investimenti diretti in Africa, unicamente finalizzati a creare le condizioni per la soluzione del problema del contenimento dei flussi migratori versi l’Europa. Ciò avrebbe consentito ai Paesi dell’Unione di prendere parte, da protagonisti, alla realizzazione di un programma di prestigio, ma anche largamente umanitario. A parere di D’Adda, questa iniziativa avrebbe dovuto trovare un largo appoggio da parte di tutti i Paesi dell’Unione; sennonché, i governi dei Paesi maggiormente coinvolti dal fenomeno migratorio sono stati “incapaci di escogitare rimedi salvo quello di chiudere tutte le porte d’ingresso nei loro Paesi”, o disposti solo ad erigere muri dissuasivi.

Una simile iniziativa, conclude sconsolato D’Adda, non è entrata nelle agende governative dei singoli Paesi; ciò perché, se anche avessero maturato buoni propositi riguardo all’Africa ed alle altre aree del mondo in crisi, i governi interessati si sono guardati bene dal proporli ai loro cittadini, per evitare reazioni negative sul piano elettorale.

Quest empasse, se può indurre gli Italiani a non meravigliarsi dell’incapacità di iniziativa del governo del loro Paese, da anni impegnato in riforme che ben poco hanno a che fare con la l’aumento della produttività del lavoro, meraviglia invece l’”egoismo” dello Stato, la Germania, che, in virtù del suo “peso” economico”, ha sinora imposto vincoli severi agli altri Paesi partner dell’Unione. La Germania, oltre che mancare di proporre iniziative sul tipo di quelle indicate da D’Adda, che sarebbero state auspicabili nell’interesse di tutti, non ha certo brillato anche riguardo al processo di unificazione politica dell’Europa; il perseguimento do questo obiettivo avrebbe costituito un valido punto di forza per portare a compimento progetti ed iniziative di ben altro segno rispetto a quelli privilegiati, che hanno avuto l’effetto, non solo di impedire l’adozione di efficaci misure per il superamento della crisi economica, ma anche di non contribuire alla soluzione di alcuni dei problemi internazionali, quale quello dei flussi migratori, che maggiormente riguardano l’intera Europa comunitaria.

Gianfranco Sabattini

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