venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La giornata della memoria – Una città – Vittorio Foa
Pubblicato il 27-01-2017


UNA CITTÀ n. 109 / 2002 Dicembre-Gennaio
Intervista a Vittorio Foa
realizzata da Gianni Saporetti, Massimo Tesei

foaVittorio Foa – Nacque da una famiglia ebraica piemontese, è stato un politico e sindacalista italiano (Torino 1910 – Formia 2008). Antifascista, tra i personaggi di maggiore rilievo della sinistra italiana ed europea, partecipò attivamente alla Resistenza nelle file del Partito d’azione a Torino e a Milano; deputato alla Costituente, è stato in seguito dirigente della CGIL. Nel 1964, per effetto di una scissione a sinistra del PSI, nacque il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), di cui Foa fu dirigente nazionale. Sostenne la trasformazione del PCI in Partito Democratico della Sinistra (PDS) e in seguito partecipò alla fondazione del Partito Democratico nel 2007. Morì a Formia il 20 ottobre 2008.


Cosa pensi dell’istituzione di questa giornata europea della Memoria. Non si corre il rischio di avere l’ennesima ricorrenza ammantata di retorica?
Più che sui rischi della retorica io ho avuto qualche dubbio all’inizio sul fatto di dover chiedere a un ragazzo, a data fissa, di ricordare qualcosa. A me pareva una specie di compito scolastico, che non corrispondeva al valore del ricordo, che è un altro; il valore del ricordo è la riflessione sul fatto. Non è solo il ricordare il fatto, ma è il lavorarci sopra. Comunque penso che questa giornata possa essere un’occasione.
Forse bisogna pensare al modo di avvicinarsi a questa memoria. La domanda che mi pongo, voglio dirlo apertamente, riguarda il modo di vivere il ricordo in una situazione in cui la tendenza è l’oblio. Cosa significa ricordare quando il trascorrere del tempo attenua fortemente il vigore delle immagini? Io poi non dimentico che l’oblio, a volte, può sembrare un elemento provvidenziale. Si può pensare che, a volte, certi conflitti umani e sociali possano essere superati soltanto attraverso l’oblio, attraverso la dimenticanza di determinati avvenimenti. E’ un’osservazione, mi pare, che Renan fece alla fine dell’800, quando disse che la nazione francese aveva potuto nascere in quanto era stata dimenticata la Notte di San Bartolomeo. Così era stata evitata la contrapposizione delle vittime di San Bartolomeo alla monarchia francese, che altrimenti avrebbe impedito di fare la Francia.
Questa domanda sull’oblio io me la pongo. Non c’è niente di male che si attenui il vigore di una memoria, la drammaticità di una memoria.
Io sono convinto che una storia atroce come Srebrenica non potrà essere cancellata neanche fra cento anni, però fra cento anni, quando saranno morti tutti quelli che possono ricordarla, o che ci hanno pianto sopra, il racconto di quella storia provocherà sentimenti comunque diversi da adesso. Che certe memorie si attenuino, si raddolciscano, non mi preoccupa. Mi preoccupa altro. Mi preoccupa innanzitutto che sorga l’occasione della negazione dei fatti, che con il passare del tempo si buttino via i fatti. Questo è intollerabile. I fatti non possono essere annullati, i fatti devono essere sempre richiamati. Su questo non c’è il minimo dubbio.
In secondo luogo mi preoccupa il modo in cui i fatti vengono detti. Ora, io mi rendo conto che si possano ricordare i fatti in modo diverso, però quando con ipocrisia il fatto viene già presentato in modo da essere, per così dire, raccontato in modi diversi, siamo di fronte a un’inaccettabile banalizzazione che credo sia anche molto pericolosa.
Faccio una digressione. Voglio cogliere questa occasione per dire l’originalità del modo in cui voi avete risuscitato una memoria. Non avete soltanto riprodotto una memoria, l’avete fatta rinascere facendo emergere anche gli affetti a essa collegati, e che potevano essere sopiti, rimossi dal tempo e anche dall’opera infame degli uomini che avevano collaborato col tempo nell’opera di rimozione. Questo mi fa venire in mente un aspetto della vostra esperienza che ha a che fare, in qualche modo, con il problema del ricordo, ed è il vostro modo di fare delle lunghe interviste. Ecco, è questo che mi colpisce: la lunghezza non è solo una caratteristica fra altre di un un modo di fare interviste, è un’altra cosa, è la richiesta di una valutazione nei tempi lunghi. Si chiede a qualcuno non soltanto di dire quello che pensa, ma di pensarlo in tempi lunghi.
Ora, a mio giudizio, il sollecitare i tempi lunghi è decisivo. Noi siamo tutti inchiodati al tempo immediato in un modo addirittura brutale, ma quando possiamo portare il nostro pensiero su dei tempi diversi, noi sentiamo che i problemi cambiano. I problemi diventano diversi.
Voglio tornare sulla memoria. Come fare allora a vincere l’oblio? L’oblio si può vincere, secondo me, solo se il ricordo è legato non solo al fatto che viene richiamato, e che si ritiene di dover richiamare, ma a qualcos’altro, alla ragione, cioè, che ci spinge a ricordare, che non può non aver a che fare con problemi nuovi che oggi vengono avanti. Bisogna pensare che ci sono delle domande di oggi. La memoria non è soltanto la ripetizione delle domande di ieri. La memoria è soprattutto il proporre delle domande nuove.
Faccio un esempio scontato: il problema dell’unicità dell’esperienza, problema sollevato così profondamente dalla Shoah. Vorrei dire che oggi lo sento molto acutamente perché vedo che vi è un problema di unicità ma vi è, contemporaneamente, anche un problema di non unicità.
L’unicità nasce dal fatto che la Shoah è una vicenda indissociabile dal suo rapporto con l’Europa e col mondo cristiano, così come non la si può separare dal carattere della diaspora ebraica europea, che aveva ed ha l’enorme pregio di una grande capacità, sia pure attraverso sofferenze, di vivere assieme agli altri; che è la cosa decisiva della vicenda ebraica e che la rende così diversa tanto dalla diaspora americana, come si è formata adesso, quanto dallo Stato di Israele. E però, nello stesso momento in cui affermo la sua unicità, devo capire che quello dello sterminio è un valore che va al di là, e che tocca il male di ciascuno. Fin da quando ero ragazzo ho potuto leggere le vicende degli armeni dispersi nel deserto siriano e mi ha sempre colpito vedere che da un certo punto in poi l’impossibilità di trovare una qualsiasi soluzione al problema della sopravvivenza diventa assoluta. Questo problema si è riprodotto per gli ebrei nel modo più drammatico e acuto col dramma generale della Shoah, in tutte le sue forme. Ma penso anche alla morte dei ruandesi nel ’94, quando sentirono suonare la Radio delle Cento Colline: “Quando suonerà la Radio delle Cento Colline, voi dovete sapere che sarete tutti morti”, questo era l’annuncio. Ecco, questo vuol dire che nell’organizzazione della morte di massa vi è qualcosa che va al di là del singolo evento. C’è l’unicità del problema e, contemporaneamente, c’è il bisogno di sentire delle radici più profonde del male, che sono radici che ci toccano tutti.
Il ricordo della Shoah deve restare a fondamento dell’unità stessa dell’Europa; nello stesso tempo, però, in particolare per la Germania, non c’è anche un problema di superare quel marchio di infamia che l’accompagna ovunque? Che problema si pone qui tra oblio e memoria? Un nostro amico, un professore tedesco, proponeva di cominciare a dimenticare i carnefici e continuare a ricordare solo le vittime…
Io non so se è possibile farlo, ma questo richiama un po’ il pensiero di Renan: dimenticare per poter convivere. Ora, ogni volta che si afferma il bisogno della convivenza bisogna tenerne conto. Mi rendo conto che non è facile però in quello che dice il vostro amico tedesco c’è qualcosa di profondamente vero: l’inaccettabilità delle condanne inesorabili al popolo tedesco. C’è questo libro che colpevolizza tutto il popolo tedesco -credo si chiami I volenterosi carnefici di Hitler- che ha avuto un successo a mio avviso del tutto indebito, mentre altri libri americani hanno ricostruito con grande serietà proprio la nascita dei carnefici. Io credo che tutto quello che rappresenta la condanna di un paese debba essere abolito.
Detto questo, però, voglio dire qualcosa sull’Italia. In Italia c’è stata una campagna razziale, e non è stata cosa da poco: sono stati cacciati dalle scuole tutti i bambini, sono stati cacciati tutti gli insegnanti, sono state cacciate dal lavoro tantissime persone. Per questo la mia famiglia è stata costretta all’emigrazione.
Ebbene, come hanno reagito gli italiani? Qui vi è stato veramente un silenzio colpevole. Io ho vissuto l’esperienza del giuramento dei professori universitari. Alcuni professori universitari hanno rifiutato di giurare, altri hanno accettato di giurare in condizioni di disperazione. Lo ricordo ancora, frequentavo la loro casa. Ma non vi è stato allora su questo alcun commento. Quando hanno cacciato via i professori dalle università e dalle scuole, non vi è stata una sola parola di solidarietà. Ma quello che più mi ha colpito è stato vedere, nel 1945, quando cioè tutto era tornato normale, l’incredibile quantità di gente antifascista che c’era in giro, professori, persone dotte, comunisti, socialisti, azionisti, gente di tutti i tipi, e che, di nuovo, non ci sia stato uno solo di loro che abbia detto una parola per un amico o per un collega costretto a partire. Perché?
C’è qualcosa che forse va più in là. Forse voi ne avete parlato una volta, della tentazione italica a sentirsi sempre vittime in qualunque circostanza: la colpa è sempre degli altri, noi siamo sempre “puliti”. Un po’ è così.
Qui c’è un punto riguardo alla memoria che a me pare assolutamente imprescindibile: la memoria richiede il riconoscimento. Se il riconoscimento non c’è o è manchevole, la memoria non funziona e non è possibile alcuna riconciliazione. Credo, invece, che una riconciliazione possa partire dal riconoscimento. Su questo l’esempio di Mandela è stato abbastanza chiaro. Ma il fenomeno è più profondo e riguarda tutti. E’ grave che l’Italia non abbia riconosciuto l’uso dei gas in Etiopia, né la rapina di oggetti sacri del culto copto. Ecco, il non riconoscere le responsabilità, le colpe, significa bloccare qualunque processo positivo della convivenza. Per questo chiederei che nella memoria si dia il primato assoluto al riconoscimento. Una volta che c’è il riconoscimento si può cominciare ad andare avanti, si può cominciare a lavorare. E vorrei dire ancora qualcosa… Io riconosco il nesso profondo che esiste tra lo Stato di Israele e tutta la vicenda della Shoah, però non si può ignorare qualcosa… Io non posso credere che al mio avversario interessi solo la forza e non la ragione. Ci dobbiamo abituare a pensare che tutti possono comprendere anche la ragione. Contare solo sulla forza, come fosse l’unico argomento valido, alla fine non porterà da nessuna parte.
Ecco, allora, due idee che marciano insieme: il riconoscimento del fatto, che, certo, non è ancora la risoluzione di tutti i problemi aperti, ma è il primo passo, indispensabile; e poi l’idea che la forza non è l’unico rimedio praticabile, che c’è anche altro.
Il momento della Liberazione fu una grande gioia per la maggioranza delle persone: si tornava a vivere. Nello stesso tempo per tanti ebrei iniziava un periodo di angoscia per la ricerca dei cari e per quello che era successo. Sono stati lasciati soli anche in quei momenti?
Su questo fatto ho qualche dubbio. E’ stato recentemente imputato da varie parti che vi sia stata un’insensibilità per molto tempo rispetto alla Shoah, anche da parte degli ebrei italiani. Vi sono stati degli episodi abbastanza singolari. Ad esempio in un libro di Alessandro Stille, di memorie di famiglie ebraiche, tra cui anche la mia famiglia, c’è una lettera di mia madre scritta subito dopo la Liberazione a mia sorella emigrata negli Stati Uniti. In questa lettera c’è una quantità di notizie di familiari, chi è vivo, chi è morto, chi è scomparso, chi non si è più ritrovato, eccetera, e a un certo momento c’è una breve frase: “Il giovane Primo è tornato”. Mia figlia legge questa lettera e dice: “Ma allora voi non avevate capito niente se avete scritto: ‘Il giovane Primo è tornato’”. Sì, certo che non avevamo capito, c’erano delle cose che non avevamo capito. Forse nelle parole stesse che usò mia madre -il giovane che ritorna- c’era l’immagine della guerra che prevaleva sul resto. E credo che proprio questo sia stato uno degli elementi che ha consentito il ritardo della comprensione della Shoah. La mia stessa formazione era avvenuta nella prima guerra mondiale. Io mi sento completamente formato nella prima guerra mondiale: nella sua violenza, nella sua capacità distruttiva. E la prima guerra mondiale dura fino alla Resistenza, e solo nella Resistenza c’è il passaggio a un’idea di “seconda guerra mondiale”, nella quale non c’è più soltanto, come nella prima, l’essere “sì o no”. Allora, forse, l’essere ancora nell’ottica della prima guerra mondiale faceva vedere la Shoah come legata alla guerra, non come un episodio suo proprio. Per questo siamo arrivati in ritardo. Al di fuori di questo, io non so se si può parlare di una mancanza di solidarietà degli italiani nel momento della Liberazione. La Liberazione era un fenomeno di gioia tale, in tutti i campi… Cosa voleva dire la Liberazione? La Liberazione voleva dire questo: “La guerra è finita. E nel momento in cui la guerra è finita, dovunque sia -mio marito, mio figlio, la persona che amo- se è ancora viva, continuerà a vivere”. Ecco, la fine della guerra voleva dire questo. E questo dava a tutti un senso di felicità.

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