domenica, 25 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

La scissione di palazzo Barberini… il centrismo
Pubblicato il 11-01-2017


nenni-e-saragatL’11 gennaio 1947 nasce in seguito alla scissione di Palazzo Barberini il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) guidato da Giuseppe Saragat. Fin dall’emergere delle correnti massimaliste rivoluzionarie e minimaliste riformiste, i socialisti italiani avevano conosciuto delle divisioni al loro interno, che non di rado avevano portato alla formazione di gruppi politici autonomi.

Dopo la prima guerra mondiale, l’emergenza di fronte alle violenze del fascismo fece esplodere le divergenze interne. Nel 1922, a seguito della proposta volta a cercare collaborazione con i governi liberali, una parte dei membri del partito fu espulsa dalla dirigenza rivoluzionaria. Tra questi, vi era l’onorevole Matteotti, di lì a poco barbaramente ucciso dai fascisti.

Durante il periodo di clandestinità dei partiti, nacque da parte loro il Partito Socialista Unitario, diretto da Filippo Turati, Giuseppe Saragat, Claudio Treves e Carlo Rosselli. La vecchia casa socialista tornò ad unirsi nel 1930, in occasione del XX congresso del PSI. Ma non era un’unione destinata a durare. Il terreno di scontro fu quello dell’alleanza stretta con i comunisti durante la seconda guerra mondiale e mantenuta nel dopoguerra.

Una branca del partito, e in particolare quella di Saragat, sosteneva la necessità riacquistare autonomia rispetto al PCI. Questa idea si scontrava formenente con quella della dirigenza di Pietro Nenni, che al contrario vedeva l’alleanza con il PCI strettamente necessaria, al punto che nel 1946 venne stretto tra i due partiti un nuovo patto di Unità d’Azione.

Infatti, mentre Nenni tendeva a vedere la sinistra come un unico blocco da far crescere insieme, Saragat temeva che questa unione avrebbe portato alla dissoluzione dell’azione socialista. La divergenza emerse chiaramente a seguito delle elezioni amministrative del novembre 1946, quando per la prima volta i comunisti superarono i socialisti. Se per Nenni, l’avanzata complessiva della sinistra era una vittoria, per Saragat, la discesa dei socialisti era una sconfitta.

L’11 gennaio 1947, si giunse a un punto di non ritorno. Dopo una riunione dai toni non pacati presso Palazzo Barberini a Roma, il gruppo democratico-riformista di Saragat decise di staccarsi formando un nuovo partito, trascinando con sé 50 parlamentari e diversi intellettuali.

Nel quadro politico generale, questa scissione apriva interessanti prospettive per il governo De Gasperi. Il governo di Unità Nazionale dei tre partiti di massa stava per finire e le difficoltà della guerra fredda si stavano delineando anche in Italia. Contrariamente a quanto si è pensato negli anni passati, la storiografia recente dimostra come la scelta di tagliare fuori i comunisti dal governo non sia stata né imposta né indotta dagli Stati Uniti, ma sia stata autonomamente portata avanti dalla Democrazia Cristiana.

La scissione di Palazzo Barberini in quest’ottica ha svolto un ruolo importante poiché ha offerto a De Gasperi la possibilità di portare avanti il rimpasto di governo che si ebbe nel maggio 1947, quando infatti, i socialisti di Saragat entrarono a farne parte insieme ai liberali.

Alle elezioni del 1948 poi, il PSLI (ex PSDI), insieme ad un ulteriore gruppo di fuorusciti dal PSI tra cui Ignazio Silone e Piero Calamandrei, con la lista di Unità Socialista ottenne il 7.1% alla camera e il 4.2% al senato, contribuendo ad impedire di fatto la vittoria al blocco PSI-PCI.

Si apriva così definitivamente la pagina del centrismo. Negli anni successivi non sarebbero mancati riavvicinamenti e nuove scissioni. La vicenda si concluse con “Tangentopoli”, che vide il PSDI coinvolto insieme alle altre forze del del “Pentapartito”, cosa che determinò un calo forti dei consensi. Alle elezioni del 1994, praticamente non esisteva più.

Fermo restando che la storia non si fa con i “se”, possiamo chiederci cosa sarebbe successo se i socialisti fossero rimasti uniti in quegli anni così critici, in cui si stavano formando i due blocchi della guerra fredda. Avremmo forse potuto conoscere la tanto agognata alternanza al governo che è mancata nel nostro sistema bloccato? O la creazione di una terza forza in grado di dare più dinamismo al quadro politico nazionale e internazionale assumendo come punto di riferimento la contestazione tanto dell’espansionismo capitalistico americano quanto dell’espansionismo comunista sovietico?

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

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Commenti all'articolo
  1. Per rimanere “uniti in quegli anni così critici”, i socialisti non avrebbero dovuto probabilmente schierarsi, ossia non allearsi né con l’uno né con l’altro dei due maggiori partiti di allora, ma allora i suoi voti sarebbero serviti a poco, e in questa condizione di “neutralità” non vedo come avrebbero potuto contribuire alla “tanto agognata alternanza al governo”.

    Il nodo della collocazione politica, e quindi delle alleanze, non è problema di poco conto, specie per una entità politica di medie dimensioni, che non è autosufficiente e deve pertanto entrare in coalizione se aspira ad essere “forza di governo”, ed è difficile restare insieme se al riguardo si hanno idee diverse e financo opposte, il che vale anche oggi come per il passato, almeno secondo il mio modo di vedere.

    Paolo B. 14.01.2017

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