martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La scissione di Palazzo Barberini (terza e ultima parte)
Pubblicato il 23-01-2017


Giuseppe_SaragatAlberto Simonini era un tipo tosto. Il deputato reggiano, già discepolo di Camillo Prampolini, sapeva che la scissione era un pericolo reale. Anzi, sapeva che la scissione era praticamente già decisa. Non dai suoi amici di “Critica sociale”, cioè dai vecchi riformisti D’Aragona, Mondolfo, Modigliani, Faravelli e dagli altri ex aderenti al Psu di Turati, ma da Saragat e dai giovani di “Iniziativa socialista”. Saragat s’era convinto della necessità della scissione già subito dopo le elezioni del novembre del 1946. Ricorda a tale proposito Mario Zagari, allora leader di “Iniziativa socialista”: “Ad un certo punto dell’autunno del 1946 (Saragat) giunse alla conclusione che, data quella che era la situazione italiana, valutata anche in base ai riflessi del più generale quadro internazionale, un partito socialdemocratico sarebbe stato, almeno per qualche decennio, una componente indispensabile del gioco politico” (1).

Ignazio Silone fa risalire la scelta di Saragat addirittura all’estate o forse alla primavera precedente (ma la vittoria socialista alla Costituente non avrebbe certo giustificato tale predisposizione). E precisa: “Al tentativo di Nenni e Basso di organizzare la loro corrente per conquistare quella maggioranza che a Firenze non erano riusciti ad ottenere, Saragat non oppose alcuna reazione. Il suo scopo preciso è infatti ormai quello di crearsi un partito tutto suo, che sia strumento docile per ogni manovra politica. Per questo, invece di prendere tempestivamente contatto con gli altri esponenti non della sinistra, con Pertini, con Romita, con me, o perfino con alcuni degli uomini più rappresentativi di “Critica sociale”, cerca l’accordo solo con alcuni dei giovani di “Iniziativa socialista”, anch’essi decisi a fare la scissione a tutti i costi” (2).

Naturalmente alla scissione guardavano con interesse sia i democristiani sia i comunisti, anche se con opposti, ma convergenti, obiettivi. De Gasperi, prima della partenza per l’America, aveva sollecitato Saragat “ad andare avanti sulla strada che aveva imboccata” (3), proprio per potere collaborare con un partito socialista autonomo dai comunisti nel momento in cui prendeva forma il suo progetto di espulsione dei comunisti dal governo. Togliatti, preoccupato per il risultato del 2 giugno, non poteva che favorire la divisione del Psiup, un partito che si era dimostrato in grado di limitare l’avanzata comunista. E per di più tendeva ad inserirsi con ogni mezzo nello scontro in atto nel partito socialista ai fini di favorire la tendenza che era in grado di garantire un rapporto di subordinazione nei confronti del Pci. Ma anche all’interno del Psiup c’era chi guardava con favore all’ipotesi della scissione. Lelio Basso, che aveva costruito una ferrea organizzazione interna, si dimostrò ostile a qualsiasi compromesso che oltretutto avrebbe comportato la sua rinuncia alla segreteria del partito, non potendo sopportare “che, dopo il successo ottenuto mobilitando la base socialista, la vittoria (…) venisse sottratta all’ultimo momento” (4).

Nenni, dal canto suo, assunse un atteggiamento di assoluta indifferenza rispetto al pericolo della scissione che continuava a ritenere probabile solo come “un distacco di rami secchi dalla pianta sana del socialismo” (5). Intanto, poco dopo Natale, giungeva a Roma un altro dei protagonisti del congresso e leader di “Iniziativa socialista”, e cioè Matteo Matteotti, figlio del grande martire. Recatosi da Saragat negli uffici dell’Assemblea costituente, egli si dichiarò ormai convinto che la scissione era inevitabile. Un tale giudizio venne subito condiviso da Saragat, il quale gli propose di scrivere una sorta di memoriale di denuncia per l’invalidazione del congresso, quasi a ricordare quello tragico del padre nei confronti delle elezioni del 1924. Matteotti si mise al lavoro e stese la relazione che avrebbe dovuto essere consegnata all’inizio del congresso.

Era evidente che con queste premesse più che una difficile pacificazione si sarebbe consumata la definitiva rottura. Eppure Simonini, quando si reca a Roma, è convinto ancora di potere combinare qualcosa. Quando il congresso del Psiup inizia alla città universitaria, la scissione era anche fisicamente già stata consumata. La maggioranza di “Iniziativa socialista” e la minoranza di “Critica sociale” erano già a Palazzo Barberini. Eppure tentativi furono messi in atto fino all’ultimo. E quello più significativo fu proprio promosso da Simonini. Simonini, appena arrivato a Roma, decise di prendere un’iniziativa per tentare in extremis di salvare l’unità del partito o almeno di arrivare a una soluzione che permettesse a molti degli esponenti della sua corrente (naturalmente lui compreso) di rimanere, depotenziando così la scissione di Saragat e della maggioranza  di “Iniziativa socialista”. Il leader reggiano non era solo. Anche Antonio Greppi, sindaco di Milano, gli stessi Mondolfo e D’Aragona, avevano appoggiato il suo tentativo.

Non appena giunto a Roma Simonini scrive subito a Pertini . “Caro Sandro, in ordine al noto problema io penso che molto difficile sia evitare la scissione. Mia opinione, strettamente personale, è che un tentativo si potrebbe fare in questo senso: fare approvare al congresso il rinvio a maggio o giugno, affidare il partito ad un comitato (che chiamerò di salute pubblica), accuratamente scelto; il nuovo congresso si tenga in una città dell’Alta Italia, il tesseramento sia fatto a cura dei comitati provinciali nominati con lo stesso criterio con cui si nominerà la direzione. Queste  a grandi linee le mie idee. Penso che sia l’unica via ancora aperta che ci possa permettere di ripartire da Roma con un partito unito” (6). Dal canto suo Pertini ricorda che Simonini, “che per quattro o cinque giorni è al centro di tutti gli incontri diretti ad arrestare il processo della scissione” (7), lo andò a trovare alla direzione dell’Avanti il 6 o il 7 gennaio. Simonini confidò a Pertini la sua disponibilità e quella di molti suoi compagni di corrente a restare nel partito, senza poter evitare del tutto la scissione (Saragat gli aveva confidato che se il suo tentativo di scissione fosse fallito si sarebbe ritirato dalla vita politica magari emigrando in Sud America).

L’unica cosa che Simonini, a nome dei suoi, chiedeva era che la segreteria non fosse affidata a Basso. L’ideale, per Simonini, era che il nuovo segretario fosse proprio lui, Pertini, che però non poteva assecondare l’iniziativa di Simonini se fosse stato sospettato di farlo “pro domo” sua. Pertini gli fece allora il nome di Morandi. Simonini volle a quel punto consultare i suoi, poi ritornò da Pertini alle 2 di notte, col loro consenso a patto che Pertini conservasse la direzione dell’Avanti. Pertini, allora, di prima mattina, si recò da Morandi al ministero dell’Industria e, dopo aver ricevuto il suo consenso, scrisse subito un biglietto a Nenni, invitandolo a presentare un documento firmato da loro due, con la proposta di Morandi segretario e l’invito all’unità del partito. Nenni si comportò in modo formalmente ineccepibile sottoponendo la proposta ai delegati della corrente maggioritaria, ma non cercò di forzare la situazione, com’era suo costume fare, e come aveva sempre fatto quando la proposta era da lui pienamente condivisa: così il tentativo svanì e Basso ebbe buon gioco ad obiettare che “non si poteva scavalcare all’ultimo momento il mandato della base” (8). Col sopravvento di Basso, assecondato da Nenni, svanì anche il tentativo di Simonini.

La scissione era cosa fatta e anche i vecchi di “Critica sociale”, compreso Simonini, si preparavano a condividerla. Matteo Matteotti lesse il memoriale per l’invalidazione del congresso documentando le irregolarità: a) l’assenteismo ai congressi di sezione e di federazione, l’irregolarità nel tesseramento e nelle votazioni b) le irregolarità e gli arbitri di procedura nei congressi di sezione e di federazione c) sistemi antidemocratici, interventi di forze esterne, coazioni fisiche e morali (9). Si trattava di una denuncia analitica e molto grave. Difficile in quel contesto pensare a un regolamento di conti “democratico”. Difficile però anche ritenere che senza quelle irregolarità denunciate il risultato congressuale sarebbe stato sostanzialmente diverso. Secondo Matteotti “manca ormai nel seno del partito socialista quella atmosfera democratica che rende possibile un’aperta espressione della volontà dei militanti (…), è stato spezzato quel patto di solidarietà e di libertà che è presupposto di ogni consorzio civile” (10).

Pertini non si rassegnò e decise di gettarsi a capofitto, com’era nella sua indole, nella baraonda congressuale recandosi personalmente a Palazzo Barberini per un disperato estremo tentativo. Quando arrivò venne accolto da un grido di vittoria, “Sandro, Sandro”, coi delegati scissionisti tutti in piedi, convinti che anche Pertini si fosse unito a loro. Ma quando egli volle manifestare il suo proposito unitario, Saragat gli rispose ringraziandolo, ma dichiarando che ormai la scissione era stata consumata. Simonini, invece, aveva parlato alla Città universitaria invitando i seguaci di Nenni e Basso a non rompere i ponti, a “non spezzare le possibilità, se ve ne sono ancora, e lo dico io”, proseguì, “che ho l’onestà di dirvi che spiritualmente sono alla sala Borromini anche se fisicamente sono qui” (11). Saragat volle parlare alla Città universitaria e svolse una dura requisitoria contro Nenni e poi con un gruppo di delegati se n’andò raggiungendo gli altri a Palazzo Barberini e annunciando la costituzione del nuovo partito: il Psli (Partito socialista dei lavoratori italiani) dopo che, su proposta di Olindo Vernocchi, il Psiup tornò a chiamarsi Psi per il timore che gli scissionisti si impadronissero del vecchio nome del partito.

Il Psi elesse Lelio Basso segretario e Pietro Nenni direttore dell’Avanti, mentre il Psli si diede una segreteria collegiale, nella quale entrò anche Simonini, in attesa di incoronare Giuseppe Saragat, che intanto si dimise, con un atto di elevato valore simbolico, dalla presidenza della Costituente. All’alba del nuovo anno il socialismo italiano si trovò, così, diviso in due partiti, come nel 1922, quando i massimalisti del Psi vollero espellere i riformisti del Psu. Allora la divisione non avvenne a causa di una consapevole scissione, ma per un provvedimento disciplinare imposto da Mosca. Ora, invece, una parte del partito aveva deliberatamente deciso di andarsene e l’altra parte non aveva fatto nulla per evitarlo. Anzi, Nenni, nelle sue conclusioni, volle affermare che la scissione non era da collegare a quelle deleterie del 1921 (scissione dei comunisti) e del 1922 (espulsione dei riformisti), ma a quelle del 1892 (divisione dagli anarchici), del 1908 (separazione dei sindacalisti rivoluzionari), del 1912 (espulsione di Bissolati e degli altri riformisti di destra, proprio da parte di Mussolini).

In sostanza la scissione di Saragat era “non una sconfitta, ma una vittoria del socialismo” (12). Eppure dal vecchio partito si staccò una parte consistente del gruppo parlamentare (e questo poteva far supporre che la vera analogia fosse proprio quella con la costituzione del Psu turatiano nel 1922), e cioè 52 deputati su 115 (il 45%), e sette componenti della vecchia Direzione su 15 eletti a Firenze. Il dato degli iscritti è invece meno confortante per gli scissionisti. Basandoci su quelli finali del congresso della Città universitaria si può registrare che su 923mila voti rappresentati al congresso 237mila non parteciparono alla votazione finale (il 25%). Questi delegati non avevano però ricevuto generalmente alcun mandato sulla scissione ed è da presumere dunque che l’incidenza alla base fosse anche minore. L’anno successivo il Psli denunciò 200mila iscritti, ma il Psi avrebbe, secondo i dati ufficiali, addirittura aumentato i suoi. Parliamo di iscritti, non certo di voti che, col Fronte popolare del 18 aprile dell’anno seguente, andranno dispersi a tutto vantaggio della rappresentanza comunista.

L’esito della separazione socialista dal punto di vista elettorale sarà deleterio e i comunisti diverranno il primo partito della sinistra rimanendo al comando fino alla fine del Pci. La scissione, che pure fu pienamente giustificata sul piano politico per l’evidente e imbarazzante subalternità della maggioranza dei socialisti al comunismo e ai comunisti, tuttavia determinò una situazione sfavorevole per entrambi i partiti. Il Psi finirà per essere assorbito, anche a causa della mancanza di forze autonomistiche al suo interno in grado di condizionarne le scelte, dalla nuova politica frontista e poi da un filo comunismo oltranzista dal quale inizierà a liberarsi solo a partire dal 1956, il Psli (che nel 1952 diverrà Psdi con l’ingresso di Romita e del suo Psu) dovrà presto rinnegare una delle sue componenti originarie, quella dell’opposizione governativa, e finirà per divenire una componente di un governo moderato negli anni della guerra fredda.

Il partito socialdemocratico sarà certamente utile, anzi in taluni frangenti anche determinante, per assicurare all’Italia una democrazia più matura e per sventare i pericoli quarantotteschi, ma non riuscirà mai a sfondare e a divenire una forza paragonabile a quella delle socialdemocrazie europee. In generale la divisione del partito, determinata dal filocomunismo del gruppo dirigente del Psiup, partorì una sfiducia nell’elettorato che il 2 giugno aveva premiato i socialisti e non i comunisti, e finirà per essere utile proprio a questi ultimi perché funzionale a costruire, e poi a mantenere, la loro egemonia sulla sinistra italiana.

Note

1)      A. Gambino, Storia del dopoguerra dalla Liberazione al potere Dc, Bari 1975, p. 285.

2)      Ibidem.

3)      Ibidem.

4)      Ibidem.

5)      La frase di Nenni pronunciata il giorno di Natale del 1946 davanti alle sezioni socialiste di Monterotondo è la seguente: “Se ci sono nel partiti rami secchi, questi cadranno, se ci sono delle foglie morte il vento di gennaio se le porterà via”. In A. Gambino, Storia del dopoguerra…, cit, p. 285.

6)      G. Averardi, I socialisti democratici da Palazzo Barberini alla Costituente socialista, Roma 1971, p. 39.

7)      A. Gambino, Storia del dopoguerra…, cit, p. 288.

8)       Ibidem, p. 289.

9)      Il memoriale di denuncia di Matteotti è interamente pubblicato su G. Averardi, I socialisti democratici…, cit, p. 39.

10)   Ibidem.

11)   A. Simonini, Non spezzare completamente i ponti, in Avanti, 11 gennaio 1947.

12)    Una sola scissione sarebbe fatale, quella nelle officine e nei campi, in Avanti, 14 gennaio 1947.

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Commenti all'articolo
  1. Analogia non molto stretta, ma pertinente con la situzione attuale. Certo che il socialismo dovrebbe trovare uno spazio nuovo, per esempio anche in Francia, chiaro, solido e coraggioso, non ideologico..una bella impresa.. ma potrebbe dare i buoni frutti di cui il pianeta ha bisogno…

  2. Questa “storia” in tre puntate, così ben raccontata dal Direttore, si conclude con una sorta di morale, ossia che quella scissione danneggiò i socialisti – i quali, il 2 giugno del 1946, si erano visti premiati dall’elettorato, peraltro superando se non erro il PCI di circa due punti percentuali – tanto da determinare l’egemonia dei comunisti nella sinistra italiana,

    Al di là degli aspetti “numerici”, del resto tutt’altro che irrilevanti visto che servono a misurare il consenso, le separazioni sono sempre passaggi sofferti, giustappunto anche per le incognite che riservano, ma talvolta possono favorire il rilancio delle parti che si lasciano, o di una di queste almeno, così come le riunificazioni danno sovente risultati molto inferiori alle attese.

    Non mancano di certo gli esempi per l’una e l’altra cosa, e si potrebbe dire che molto dipende anche dalle fasi storiche e dalle vicende politiche del momento, e in ogni caso è difficile se non impossibile restare insieme, e altrettanto vale per il rimettersi insieme, quando le differenze sono inconciliabili e incomponibili, come al tempo credo fosse la posizione rispetto al cosiddetto “Atlantismo”.

    Guardando poi a come si sono sviluppati gli eventi da circa un secolo a questa parte, viene da pensare che la vicinanza dei socialisti ai comunisti abbia sistematicamente danneggiato i primi e favoritogli altri, forse perché l’elettorato ha ritenuto che in tale “binomio” vada poi a prevalere la cultura politica dei secondi, e diviene pertanto abbastanza difficile lo spiegarsi perché mai vi sia ancora chi, di matrice socialista, insegua una visione della società che riflette sostanzialmente quella comunista.

    Paolo B. 31.01.2017

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