mercoledì, 1 marzo 2017
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Opinioni e commenti
 

La sfida cinese di Trump, la Trans Pacific Partnership
Pubblicato il 25-01-2017


trump_cinaLa decisione di Trump di abbandonare la Trans Pacific Partnership (TPP) è, per una serie di ragioni, un brutto segnale.
In primo luogo, è una prima significativa prova del fatto che il cuore del sistema economico internazionale si sta chiudendo. Confermando così che in tempi di crisi è davvero difficile passare dal libero commercio (“free trade”) al commercio equo (“fair trade”), mentre è semplicissimo precipitare nel protezionismo.
L’Inghilterra fece lo stesso negli anni Trenta, ponendo così fine alla Pax Britannica. Quando, infatti, il centro dell’ordine internazionale si chiude, gli altri attori per reazione fanno altrettanto. Negli anni Trenta l’ordine internazionale si frantumò in una serie di blocchi commerciali, che, guidati dal protezionismo economico e dal nazionalismo politico, iniziarono a cozzare l’uno contro l’altro. Da quell’attrito si generò la seconda guerra mondiale. La politica estera americana del dopoguerra ha avuto come obiettivo quello di aprire quei blocchi e creare un ordine internazionale interrelato dai commerci e dal dialogo istituzionalizzato. È paradossale che oggi la più grave minaccia a quell’ordine liberal-democratico internazionale venga dal cuore stesso del sistema politico americano: dalla Casa Bianca.
L’altro elemento, che è forse ancora più grave, è che la decisione di abbandonare il TPP appare sconclusionata e contraddittoria.
Trump ha giustamente criticato la Cina da un punto di vista politico, puntando il dito sulla questione di Taiwan, denunciando l’ambiguità della politica cinese sulla Corea del Nord (se Pyongyang dipende dal punto di vista energetico ed alimentare totalmente dalla Cina, allora perché Pechino non blocca il programma nucleare?) e c’è da scommettere che alla prima occasione utile soffierà sul fuoco della questione di Hong Kong (che Pechino sta lentamente fagocitando).
Ma se si vogliono frenare le ambizioni egemoniche cinesi in Asia, poi non si può distruggere il TPP.
Ciò che forse sfugge a Trump e al suo staff è che il TPP è un progetto politico, prima ancora che economico.
La Cina, infatti, negli ultimi anni ha adottato un nuovo approccio a livello regionale, vale a dire usare il proprio immenso mercato interno per attrarre e legare a sé i paesi della regione.
In breve, ai paesi dell’area Pechino garantisce il libero accesso delle loro merci al mercato interno cinese (e quindi per loro una potenzialmente illimitata crescita economica), ma in cambio chiede l’accettazione della leadership politica cinese. Del resto è questo il senso della cosiddetta “Two Silk Road Strategy”, ed è questo il senso della Asian International Investment Bank (AIIB) voluta da Pechino per finanziare le infrastrutture di questo nuovo ordine regionale. Il messaggio cinese ai paesi dell’area è chiaro: “se non vuoi morire di fame, devi diventare mio suddito”.
Dunque, Pechino usa il proprio mercato interno per ricreare quello stesso ordine sinocentrico creato dall’Impero cinese e che ha avuto fine a partire dalla prima Guerra dell’Oppio (1839-1842).
Per bloccare questa strategia Obama ha imposto una mutazione alla trentennale politica di Washington nei confronti della Cina, fatta di “containment” politico ed “engagement” economico.
Dalla Trans Pacific Partnership è, infatti, esclusa la Cina, il che significa che Obama è passato dall’ “engagement” al “containment” anche in ambito economico.
Infatti, il TPP, aprendo il mercato americano alle merci dei paesi dell’area, offriva una alternativa economica a quei paesi che non intendevano diventare sudditi politici di Pechino, sottraendoli così al ricatto cinese.
Nel momento in cui Trump abbandona il TPP, chiude ogni possibilità che i paesi dell’area possano sottrarsi all’egemonia politica cinese, in questo modo non fa che favorire la Cina nella costruzione del suo ordine sinocentrico, dal quale gli Stati Uniti sono esclusi.
Ecco perché l’uscita degli USA dal TPP è una mossa sconclusionata e contraddittoria: da una parte Trump dichiara di voler contrastare le ambizioni cinesi, dall’altra favorisce, come nessun altro, quelle stesse ambizioni egemoniche.
Superficialità, contraddittorietà, confusione, improvvisazione: è questa la cifra – come ai tempi di Cleone il conciapelli – del populismo al potere? Mala tempora.

Nunziante Mastrolia

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