martedì, 30 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

Lazarillo, antieroe moderno e attuale
Pubblicato il 31-01-2017


bambinoAntieroe castigliano

Il periodo è quello in cui protagonisti dei romanzi erano per lo più i cavalieri della tradizione cavalleresca. Lazarillo è invece un ragazzino, orfano e solo, in perenne ricerca del suo posto nel mondo. Non ha la spada, non è virtuoso, a muoverlo non è l’amore verso una dama né l’onore o il senso patriottico, bensì la fame. Al contempo non è neanche una vittima, non cerca mai di muovere a compassione.
È un fanciullo senza valore e senza valori, che nel romanzo ci fa addentrare nel viaggio febbrile, a tratti compulsivo, che è la sua esistenza.

Satira sulle ipocrisie di un’epoca

Il linguaggio comico dell’anonimo autore che scrisse il romanzo nel 1554, mitiga e distende l’atmosfera, rendendo quasi ovattata l’inquietudine che si cela dietro le peripezie di Lazaro.lazarillo
Il protagonista cerca di rimanere a galla in una società che sembrerebbe invece mandarlo perennemente a fondo, e non è un caso che l’unico tratto distintivo del suo carattere ad emergere chiaramente è la determinazione. È grazie alla determinazione, infatti, se riesce a superare i soprusi dei suoi padroni, la fame e la stanchezza. Ed è grazie ad essa che riesce sempre a trovare il modo di trarre vantaggio dalle situazioni. Cosa non facile, in quella Spagna di Carlo V che già mostrava evidenti segni di deterioramento morale e politico. Una società viziata da miseria umana e ipocrisie compiacenti, così ben rappresentate dalla figura dello scudiero caduto in rovina che viveva, poverissimo, in una stanza buia, senza mai mangiare né dormire dignitosamente, ma che pure andava a passeggiare vestito di tutto punto, con aria fiera e altezzosa, antesignano del compatriota Don Chisciotte.
Era infatti Lazaro, nel periodo in cui gli fu servo, a sfamare il padrone-scudiero, anziché il contrario, in un rovesciamento comico che oppone la morale pratica e disincantata di un picaro a quella aristocratica e putrescente di un hidalgo.
Un interessante abbozzo di satira.

Romanzo moderno e realismo

È indiscutibile che Lazarillo faccia simpatia. Perché appare al lettore tremendamente vero nel suo oscillamento morale e umano, nel suo non avere un baricentro sociale, nel suo essere inclassificabile secondo un prototipo. Lo si sente vicino per via della sua imprescindibile modernità: pur essendo per noi impossibile impersonarci nelle sue disavventure ambientate tra Tejares, borgo natio, e Toledo, la capitale, il suo modo di agire e soprattutto di parlare, così agile, colloquiale ma sempre acuto, ci risulta straordinariamente espressivo.
Lazarillo de Tormes aprirà le danze al genere picaresco in letteratura, dove l’idealismo lascia il posto al materialismo della propria abiezione: “nel dubbio che si tratti di una storia vera e autentica o di letteratura d’immaginazione, […] è l’atto di nascita del romanzo realista?”. (1)

Romanzo di formazione al contrario

Molte cose, come si è visto, appaiono, nel Lazarillo de Tormes, rovesciate rispetto alla consuetudine. Salta subito all’occhio che la storia, suddivisa in sette parti (quanti i padroni avuti da Lazaro), si configura come un bildungsroman – ossia un romanzo di formazione – ma al contrario. Lazarillo è costretto a lasciare presto la famiglia e ad avventurarsi entro un’infanzia girovaga, ma durante le sue peripezie non apprenderà virtù e valori né andrà alla scoperta di se stesso. Lo scarto con i più tardi e ben inquadrati romanzi di formazione come “Le avventure di Oliver Twist” di Dickens e “Il giovane Holden” di Salinger, è evidente.
Come Lazaro stesso racconta, passerà presto da uno stato di “puerile ingenuità in cui mi ero addormentato” a una scaltra malizia. Il primo passo avviene con il suo primo padrone, il cieco avaro e furbo: da lui impara a tenere gli occhi sempre aperti e a destreggiarsi con furbizia contro le avversità del fato. “Costui mi diede la vita dopo dio è m’addestrò alla carriera del vivere” – racconta ancora Lazaro. La cecità diviene dunque metafora di un apprendimento basato su una morale deteriorata. Lazaro riesce, sopruso dopo sopruso o, meglio, insegnamento dopo insegnamento, a superare il maestro fino a tendergli un ultimo scherzo meschino: lo manderà a sbattere contro un palo e lo abbandonerà lì.
Come ogni romanzo di formazione che si rispetti, anche in questo caso il protagonista, alla fine, riesce a trovare un nuovo equilibrio: Lazaro, divenuto ormai adulto, sposa la domestica del suo ultimo padrone, un arciprete; compromesso, questo, che gli permetterà di vivere senza doversi più preoccupare di fame e indigenza. Ma rappresenta anche il suo fallimento umano e morale, apogeo della sua politica della convenienza e della ricerca di una prosperità tutta materiale. Il suo essere, per l’appunto, un antieroe moderno a tutti gli effetti.

Giulia Quaranta
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(1) Francisco Rico, “Il romanzo picaresco e il punto di vista”, 2001

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