giovedì, 23 marzo 2017
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Opinioni e commenti
 

Le cause del crescente diffondersi dei movimenti populisti
Pubblicato il 08-01-2017


Per i limiti dovuti al loro presunto essere antisistemici, si afferma che i movimenti populisti non riescono quasi mai a divenire forza di governo, in quanto finirebbero sempre con l’esaurire la loro spinta propulsiva, per l’incapacità di definire in termini precisi il loro “essere contro”. Si afferma anche che, per via del loro identificarsi nella figura del proprio leader, al quale legano le “fortune” elettorali, sono destinati a dissolversi in fretta con la fine politica del loro “capo”. Si afferma ancora che i movimenti populisti rifiutino qualsiasi forma di organizzazione, in quanto tenderebbero a identificarla con la tanto aborrita forma-partito, preferendo in sua vece l’informale leadership del loro “capo”, inteso più che altro come collettore solo del consenso dei malcontenti. Infine, si conclude affermando che il dilagare dei movimenti populisti, a partire dagli anni Novanta del XX secolo, si debba agli effetti della globalizzazione, dei processi migratori e del succedersi di micro-crisi, poi sfociate nella Grande Recessione nel 2007/2008; effetti, questi, che avrebbero determinato la fuoriuscita dei “movimenti” dal loro non ben individuato alveo tradizionale, sino a diventare una peculiarità dei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi.

Questo è il clichè col quale le forze politiche tradizionali, che si riconoscono nell’etablishment, tendono a liquidare il fenomeno del populismo, o quantomeno a limitarne, se non ad annullarne del tutto, il significato, ignorando che la causa primigenia del diffondersi della protesta populista sta nel fatto che le forze politiche tradizionali si sono rivelate incapaci di dare risposte adeguate al malcontento sociale, provocando tra l’altro il discredito delle istituzioni democratiche.
Chi, in tempi non sospetti, ha tentato di definire il populismo fuori dai clichè prevalenti, è stato il politologo Gianfranco Pasquino, il quale, nel 1974, in “Militari e potere in America Latina”, pur non nascondendosi la pluralità dei significati del concetto e l’insoddisfacente formalizzazione, ha però rilevato la ricchezza degli aspetti prettamente politici che il termine “populismo” ha sempre cercato di esprimere. Al riguardo, Pasquino ha introdotto un’importante distinzione tra populismo inteso come situazione storico-politica concreta e populismo inteso come ideologia; in quanto situazione, egli ha sottolineato l’idea che il populismo corrisponde ad una specifica fase di crisi dei contesti nei quali prende corpo; mentre, in quanto ideologia, Pasquino ha riconosciuto che quella populista, per quanto vaga e non riconducibile ad un corpus dottrinale elaborato e coerente, corrisponde a due istanze essenziali: da un lato, ad affermare la supremazia del popolo; dall’altro lato, ad affermare l’esistenza di un rapporto diretto tra di esso ed un leader. Le riflessioni di Pasquino, tuttavia, si limitano a dare ordine ed eleganza formale alle definizioni “scomposte” con cui il populismo viene definito dalle forze politiche che sono il bersaglio del suo “essere contro”.

In ben altra prospettiva deve essere posta la riflessione di Ernesto Laclau, secondo il quale il populismo è un modo di costruire il “politico”, o, rovesciando i termini, il “momento politico” che assurge a costruzione del popolo. Ernesto Laclau, teorico di origine argentina, noto in Italia grazie alla traduzione del libro “La ragione populista”, è stato presente nel dibattito filosofico-politico anglosassone sin dalla seconda metà degli anni Ottanta; in particolare, la sua notorietà è nata a partire dalla pubblicazione, nel 1985, del volume “Hegemony and Socialist Strategy” (“Egemonia e strategia socialista”), scritto con la filosofa e politologa belga Chantal Mouffe.

L’orientamento di Laclau è stato spesso descritto come post-marxista; in effetti, egli ha abbandonato l’idea della validità del determinismo economico e del metodo della lotta di classe, propri del marxismo ortodosso, per la spiegazione del mutamento sociale secondo lui riconducibile alla possibilità d’instaurare una radicale democrazia del pluralismo antagonistico nella società. Se si volesse ricapitolare il suo percorso intellettuale – afferma Davide Tarizzo nell’”Introduzione” a “Le ragioni del populismo” – “si potrebbe parlare di un lungo e complicato congedo dalla tradizione marxista, teso però a mantenerne vivo il soffio etico e politico”; Laclau, infatti non ha ricusato in toto il marxismo, in quanto ne ha conservato le idealità, allontanandosi solo dal metodo della lotta di classe. A parere di Laclau, ciò che non ha retto del marxismo è l’idea che la società sia un corpo unitario, al quale soggiacerebbe una struttura economica, la cui dinamica intrinseca determinerebbe lo sviluppo storico, la cui direzione sarebbe esercitata dalla classe operaia.

L’identificazione nella classe operaia dell’agente storico del cambiamento della struttura sociale non ha, secondo Laclau, una valenza politica; ciò perché il cambiamento della realtà sarebbe immanente alla struttura economica dotata di leggi proprie, per cui sarebbe la stessa società, in quanto identificata nella struttura economica, a determinare il cambiamento, non la classe operaia; ne consegue che una società, la cui dinamica evolutiva fosse già predeterminata a monte di ogni attività politica, non farebbe che riflettere la dinamica intrinseca alla struttura soggiacente, sino a tradursi in una sovrastruttura ideologica. Nella sua “teoria del populismo”, perciò, Laclau sostituisce alla classe operaia il popolo che, inteso come corpo più esteso, assurge ad agente del cambiamento sociale, attraverso il rapporto dialettico che esso instaura con lo Stato, per realizzare la società socialista; in questo senso, per Laclau, non esisterebbe socialismo senza populismo, mentre le forme più alte di populismo possono essere solo socialiste,

Di solito, secondo il politologo argentino, tutti i testi sul populismo tenderebbero ad ignorare ciò che gli sarebbe davvero specifico, ovvero d’essere agente sociale del mutamento. Questa dimensione del popolo sarebbe, a parere di Laclau, non disinteressatamente ignorata; ciò varrebbe a giustificare la necessità di riscattare il populismo dalla sua posizione marginale all’interno delle scienze sociali, anche per liberare i movimenti populisti dai pesanti elementi di condanna morale, valsi sinora a conservarli nel più assoluto discredito.

Per definire il popolo come categoria sociale, in quanto agente collettivo dotato delle capacità di guidare il cambiamento, occorre considerarlo, secondo Laclau, nella sua dimensione politica, e non come un “dato” della struttura sociale; in altri termini, occorre considerare il popolo, non come un gruppo predeterminato, ma come un agente nascente da una pluralità di elementi eterogenei in grado di poter esprimere una “domanda complessiva” di natura socio-politica. La formazione di tale domanda e la sua eterogeneità costituirebbe, per Laclau, la “ragione strutturale” dell’esistenza dei movimenti populisti; ma la “condizione storica” della loro formazione e della loro azione starebbe nel fatto che le società, contrariamente al pensiero tradizionale ancora dominate delle forze di sinistra, non tenderebbero ad aumentare la loro omogeneità sociale “attraverso meccanismi infrastrutturali immanenti”; tenderebbero, invece, a favorire la “proliferazione dei punti eterogenei di rottura e antagonismo”, in modo tale da promuovere “forme politiche di riaggregazione sociale”, la cui attuazione non dipenderà “da logiche sociali soggiacenti”, ma da azioni deliberative finalizzate a configurare in termini onnicomprensivi l’eterogeneità della domanda complessiva di natura socio-politica.

Laclau sottolinea la particolarità del suo approccio alla comprensione del fenomeno dei movimenti populisti, raffrontandolo con quello adottato, ad esempio, in “Impero” da Michael Hardt e Antonio Negri; questi autori, a parere del politologo argentino, ricondurrebbero il mutamento a forze immanenti al sistema sociale, che raggiungerebbero il loro massimo risultato con la costruzione dell’”Impero”, un’”entità senza confini e senza un centro”. La particolarità di questa costruzione consiste nel fatto che la sua realizzazione sarebbe dovuta alla “Moltitudine”, che rappresenterebbe il definitivo superamento della modernità; ad avviso di Hardt e Negri, la modernità avrebbe segnato la sconfitta della stessa “Moltitudine”, per aver creato una struttura istituzionale rappresentativa dei suoi interessi che ne avrebbe impedito la convergenza spontanea verso l’unitarietà. Al contrario, secondo Laclau, l’emergere dell’unità dall’eterogeneità, riconducibile a una pluralità di soggetti organizzati all’interno di una struttura sociale, può essere solo l’esito di un’azione politica consapevole, protratta nel tempo da un agente sociale globale, che non può che essere identificato nel popolo.

Definire i movimenti populisti sulla base di un concetto di popolo inteso come corpo nel quale si identifica la pluralità dei diversi gruppi o classi sociali, la cui ragione storica consista nel favorire la “proliferazione dei punti eterogenei di rottura e antagonismo” del sistema sociale, per poi essere riaggregati politicamente, porta però inevitabilmente a chiedersi attraverso quali strumenti e in quali forme può essere realizzata la riaggregazione, per poi essere soddisfatta la domanda complessiva di natura socio-politica, espressa dal popolo dopo la sua riproposta unità.

Su questo punto, la teoria del politologo argentino non è ricca di suggerimenti; questi si limitano a fare riferimento a una non ben definita “democrazia radicale”, quale quella praticata dai movimenti contestatori della globalizzazione, spesso intenti solo a condurre una battaglia simbolica e discorsiva, che relega in secondo piano le risposte ai quesiti prima indicati. In conseguenza di ciò, abbandonare il marxismo per mancata condivisione del metodo della lotta di classe e pretendere di individuare nella categoria politica del popolo l’elemento che ne salvaguarda solo il fine ideale, senza l’indicazione delle procedure istituzionali utili al suo raggiungimento, significa però, anche per Laclau, considerare il perseguimento di quel fine come “dono calato dal cielo”; per cui, anche la sua proposta destinata a spiegare il mutamento sociale non sfugge ai limiti di quella di Hardt e Negri, dalla quale Laclau ha inteso di differenziarsi.

Stando così le cose appare difficile abbandonare l’idea che i movimenti populisti non siano altro che movimenti di protesta alle derive del capitalismo lobbistico e clientelare, nei momenti in cui i sistemi sociali sono afflitti da situazioni di crisi, caratterizzate – come sottolinea Pierpaolo Barbieri, Senior Associate al “Progetto di storia applicata della Harvard Kennedy School”, in “Ascesa e sconfitta dei populismi” (“Aspenia” n. 75/2016), “da crescenti disuguaglianze, con politiche di austerità per i poveri e scandali come quelli dei Panama Papers per i ricchi”.

La protesta dei movimenti populisti, perciò, sembra avere solo la funzione di ricuperare il ruolo dell’opposizione all’interno dei sistemi democratici. allorché le forze politiche tradizionali perdono la loro credibilità al cospetto del popolo, in quanto vittime di un “pensiero unico” che impedisce loro di governare il sistema sociale in una visione costantemente protesa ad adattare la struttura organizzativa dello Stato alle evoluzione degli stati di bisogno della società.

Pertanto, per la loro stessa natura, i movimenti populisti non sono un fenomeno destinato a durare; i motivi per cui essi nascono sono destinanti a depotenziarsi, non appena le forze politiche, nelle quali si incorpora l’organizzazione complessiva dello Stato, si aprono razionalmente alla percezione dei reali stati di bisogno del popolo e alla correttezza politica dei processi decisionali; risultato, questo, che può essere ottenuto attraverso un appropriato funzionamento delle istituzioni democratiche, spesso alterate, non del tutto disinteressatamente, unicamente per fugare la paura del fantasma populista.

Gianfranco Sabattini

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