venerdì, 18 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Licenziamenti per giusta causa. Per la Cassazione legittimo controllo giudici
Pubblicato il 01-01-2017


Le novità  del 2017

MALATTIA  E VISITE FISCALI

Con l’anno nuovo cambiano le regole sulla visita fiscale per i lavoratori che si mettono in malattia. Tra le novità introdotte per il 2017, i controlli che scattano il primo giorno di assenza anche per i lavoratori privati e il medico fiscale inviato d’ufficio. Per evitare sanzioni anche molto severe, ricorda il portale ‘laleggepertutti.it’, la prima cosa da fare quando ci si ammala è avvisare il datore di lavoro. Il tempo per farlo è regolato in base al contratto collettivo di lavoro applicato dall’azienda per la quale si lavora.

Normalmente si deve avvertire prima dell’inizio del turno di lavoro per le aziende che applicano i seguenti contratti collettivi: telecomunicazioni, terziario e commercio, turismo, gomma/plastica, carta, tessile/abbigliamento/confezioni, grafica /editoria, alimentare; entro 2 ore dall’inizio del turno lavorativo per le aziende che applicano il Ccnl Autotrasporto; entro 4 ore dall’inizio del turno lavorativo per le aziende di autotrasporto (relativamente al personale viaggiante e soggetto a turni continui avvicendati), legno/arredamento, chimica, calzature e infine, entro il primo giorno di assenza per le aziende che applicano il Ccnl Metalmeccanica.

Nei casi di giustificato e comprovato impedimento non vige l’obbligo di avvisare. Se l’inadempimento non viene giustificato, il datore di lavoro può sanzionare il dipendente, anche se il referto sanitario è inviato nei termini. Per ottenere il certificato medico, è indispensabile recarsi tempestivamente dal proprio medico curante, entro 48 ore (2 giorni) dal verificarsi della patologia. Il medico trasmetterà il referto di malattia, con la diagnosi, la prognosi e l’indirizzo nel quale il dipendente è reperibile, in via telematica all’Inps e rilascerà una ricevuta col numero di protocollo. Se il contratto collettivo o gli accordi con il datore di lavoro lo prevedono, si dovrà inviare il numero di protocollo al datore di lavoro.

Se il proprio medico curante è assente, è possibile recarsi da un altro dottore convenzionato col servizio sanitario nazionale (Ssn) o dalla guardia medica. In caso di ricovero, è l’ospedale a dover inoltrare il certificato medico. Se invece la trasmissione on line risulta impossibile, è necessario spedire con raccomandata il certificato, entro lo stesso termine di 2 giorni previsto per l’invio telematico.

Avvertito il datore di lavoro e trasmesso il referto sanitario, occorre rendersi reperibile per la visita fiscale. Si tratta di un controllo da parte di un medico fiscale dell’Inps, volto a verificare lo stato di malattia. Le fasce di reperibilità alle quali bisogna attenersi sono: dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19, se si è dipendenti del settore privato; dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18, se si è dipendente pubblico.

In determinati casi non si è obbligati a essere reperibili nelle fasce orarie per la visita fiscale. Le ipotesi di esonero, in particolare, riguardano il ricovero presso una struttura sanitaria (chi è ricoverato in ospedale non può assolutamente ricevere la visita fiscale, né in loco, né, ovviamente, presso la propria abitazione); l’esistenza di una patologia grave che richiede cure salvavita (l’ipotesi riguarda, ad esempio, chi ha gravi patologie cardiache, pazienti con patologie oncologiche, dializzati); l’infortunio sul lavoro e la malattia professionale; una malattia correlata a un’eventuale invalidità o menomazione del dipendente (sono i casi, in pratica, in cui il malato possiede una percentuale d’invalidità o un handicap, anche non grave).

Il proprio medico curante, poi, può disporre che il dipendente sia esonerato dalla visita fiscale per particolari motivazioni (ad esempio, nel caso di depressione o cefalea, perché la permanenza in un luogo chiuso ostacola la guarigione), contrassegnando il certificato medico col codice E. Se la visita fiscale è stata già effettuata durante il periodo di prognosi della stessa malattia, non può essere effettuato un nuovo controllo medico da parte dell’Inps; in caso di ricaduta, invece, o nel caso in cui il proprio medico prolunghi la prognosi, si può ricevere una nuova visita.

Al di fuori delle ipotesi di esonero dal controllo medico fiscale, in alcuni casi si può essere comunque giustificato, anche se si risulta assente agli accertamenti domiciliari. I casi di assenza giustificata alla visita fiscale riguardano l’effettuazione di una visita medica o la sottoposizione a un accertamento sanitario durante le fasce di reperibilità; la sottoposizione a cure mediche durante le fasce di reperibilità (in queste ipotesi, si deve avvertire in anticipo l’amministrazione o il datore di lavoro ed esibire, successivamente, un’attestazione in merito); l’assenza per cause di forza maggiore, o per evitare gravi conseguenze per sé o per i propri familiari; la visita al di fuori delle fasce di reperibilità.

A volte possono manifestarsi delle sfortunate coincidenze, come un malfunzionamento del campanello, che fanno risultare assente il dipendente alla visita anche se è rimasto tutto il giorno in casa: la giurisprudenza, però, ritiene la maggior parte di queste situazioni insufficienti a giustificare l’assenza al controllo medico.

Tra le scuse non valide rientrano: il malfunzionamento del campanello o del citofono, non aver sentito suonare o bussare, la mancanza del cognome del lavoratore nel citofono, la variazione di domicilio non comunicata, non potersi alzare dal letto, essere usciti per commissioni urgenti. Nonostante tali scusanti siano serie, prevale il principio per cui il dipendente sia tenuto ad adottare tutti gli accorgimenti possibili per accogliere il medico nelle fasce di reperibilità.

Si hanno 15 giorni di tempo per giustificare la propria assenza alla visita fiscale: in caso di assenza ingiustificata al controllo domiciliare, la sanzione comporta la perdita del 100% della retribuzione per i primi 10 giorni di malattia, a meno che il lavoratore non sia convocato prima a una seconda visita, che solitamente avviene nell’ambulatorio Asl. In questo caso, se effettivamente il medico verifica il proprio stato di malattia, si può recuperare la retribuzione dal giorno del secondo controllo. In caso di assenza alla seconda convocazione (visita ambulatoriale), invece, si perde il 50% della retribuzione dei giorni restanti; alla terza assenza, si perde tutto.

Sentenza della Cassazione

LEGITTIMO CONTROLLO GIUDICI SU LICENZIAMENTI PER GIUSTA CAUSA

E’ legittimo il controllo da parte dei giudici sull’effettività del motivo che ha determinato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Con la sentenza n. 24803 del 5 dicembre 2016, infatti, la Corte di Cassazione si è pronunciata su questo tipo di licenziamento ribadendo il controllo del giudice in ordine all’effettiva sussistenza delle ragioni addotte dal datore di lavoro. La nota giurisprudenziale della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro analizza la motivazione annessa alla sentenza della Cassazione. “Per i giudici di legittimità -afferma la Fondazione Studi- il licenziamento per giustificato motivo oggettivo deve fondarsi su ragioni effettive, serie e coerenti con il provvedimento preso e che, al tempo stesso, devono essere comprovate o comprovabili”. “I fatti -spiega- riguardavano un dipendente licenziato in considerazione sia della sfavorevole situazione del servizio sanitario che aveva portato alla chiusura del reparto di fisiokinesiterapia; sia per la notevole riduzione dei ricavi aziendali e per la conseguente necessità di espletare un nuovo assetto organizzativo per una più economica gestione dell’impresa”. “A seguito dell’impugnazione del licenziamento -fa notare la Fondazione Studi- la Corte d’appello, confermando la sentenza di primo grado, evidenziava in particolare come le testimonianze e le altre prove utilizzate dal datore di lavoro a sostegno del provvedimento espulsivo fossero in realtà insufficienti, dal momento che la chiusura del reparto a seguito di sospensione delle prestazioni a carico del Servizio sanitario nazionale era stata in realtà soltanto temporanea (e poi revocata)”. Inoltre, “il datore di lavoro non aveva fornito adeguata prova delle lamentate difficoltà economiche, non essendo emerso che il budget dell’anno in corso fosse inferiore a quello degli anni precedenti. Impugnata tale sentenza, anche la Cassazione ha respinto le doglianze di parte datoriale ritenendole pretestuose, sempre sul presupposto della temporanea e non stabile soppressione del reparto cui era addetto il lavoratore licenziato, oltre alla mancanza di prove circa la situazione di crisi economica dedotta come ragione del recesso”. “Da tale pronuncia -conferma la Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro- trovano conferma i principi secondo cui il licenziamento per giustificato motivo oggettivo deve fondarsi su ragioni effettive e serie, coerenti con il provvedimento preso, e che le stesse debbano essere comprovate o comprovabili dovendo i giudici accertarne l’effettività”.

Welfare

RICERCA, PMI SEMPRE PIU’ COINVOLTE

Il welfare aziendale non è più appannaggio esclusivo delle grandi aziende sopra i 250 dipendenti, ma coinvolge sempre di più la piccola e media impresa italiana. Cresce la consapevolezza dell’utilità del welfare aziendale anche nelle pmi, che rappresentano la componente produttiva più diffusa nel nostro Paese. Il 78%, infatti, lo considera un’opportunità, il 15% non si esprime e solo il 7% non lo reputa utile. E’ questo il quadro che emerge dalla ricerca Doxa-Edenred 2016 sullo stato del welfare aziendale in Italia. Permangono, tuttavia, una serie di difficoltà allo sviluppo concreto dei piani di ‘flexible benefits’ nelle piccole imprese. Per il 42% l’ostacolo principale risiede nella prassi consolidata da parte delle pmi di ricorrere a iniziative di welfare di natura informale piuttosto che contrattualizzata. Aspetto sottolineato soprattutto dalle aziende al di sotto dei 15 dipendenti. Il 33% ha indicato nella limitata conoscenza degli aspetti fiscali e normativi una difficoltà rilevante. Il 32% ha sottolineato come le pmi non facciano ‘rete’ per riprodurre gli stessi vantaggi delle grandi aziende. Infine, il 19% è convinto che i vantaggi dei piani di welfare abbiano un impatto più forte nelle aziende con un numero elevato di dipendenti. “Uno dei meriti del nuovo contesto normativo del 2016 è il coinvolgimento delle pmi nella sfera del welfare aziendale”, ha spiegato Andrea Keller, ad Edenred Italia. “I due elementi critici per la diffusione nella piccola e media impresa –ha continuato Keller- erano la complessità fiscale e la carenza informativa. Le piccole imprese non erano al corrente delle possibilità offerte dal welfare aziendale, mentre oggi lo sono di più. Il quadro normativo, tuttavia, può migliorare ancora per favorire il pieno coinvolgimento delle pmi”. “Come noto, è difficile erogare welfare alle aziende sotto i 15 dipendenti anche perché raramente hanno una contrattazione di secondo livello. Perché dunque – ha precisato Keller – non pensare alla possibilità per le piccolissime imprese di accedere alle agevolazioni fiscali previste nel corso del 2017 anche nel caso di scelta unilaterale dell’azienda?”. Per facilitare l’accesso delle pmi al welfare aziendale molte associazioni di imprese hanno avviato delle iniziative specifiche. Dalle consulenze fiscali e legali, alle modalità di predisposizione di un piano di welfare fino alla facilitazione di accesso a proprie piattaforme online di ‘flexible benefits’ condivise. Rispetto a tali attività, la ricerca Doxa-Edenred 2016 – per la prima volta – ha rilevato se le pmi vi hanno aderito e con quali benefici. Il 10% ha aderito alle iniziative di welfare promosse dalle associazioni di imprese mentre il 41% ha dichiarato di volerlo fare a breve. Il 49%, invece, ha affermato che non lo farà. Tra le aziende che hanno aderito, questi gli ambiti di supporto: consulenza sugli aspetti fiscali e legislativi, 47%; accesso ad un paniere di servizi welfare tramite rete di fornitori convenzionati, 33%; accesso alla piattaforma di gestione del conto welfare dei dipendenti, 27%; stesura dei regolamenti e accordi aziendali, 23%; assistenza nelle relazioni e trattative sindacali, 20%.

Carlo Pareto

 

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