venerdì, 26 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

L’omertà non è stata inventata in Sicilia
Pubblicato il 05-01-2017


A differenza degli studenti che mal sopportano leggere e commentare “I promessi sposi”, Leonardo Sciascia, che nelle aule delle magistrali di Caltanissetta aveva allargato il quadro delle sue prime letture, si era innamorato subito del capolavoro del Manzoni e lo lesse attraverso lenti non convenzionali e scolastiche. Allo scrittore di Racalmuto “I promessi sposi” apparivano “un’opera inquieta” e utilissima per capire la quotidianità del nostro Paese e i mali secolari che lo affliggono. “Si è affermato a torto e troppo spesso – ha scritto Sciascia – che “I promessi sposi” è un libro dove la realtà è edificante; non è affatto vero, perché questo libro, innanzitutto critico, contiene già tutto quanto noi conosciamo: la mafia, le Brigate rosse, l’ingiustizia, l’emigrazione”. E in effetti, anche se Manzoni non utilizza il termine mafia, la violenza che si respira nel microcosmo lombardo che fa da sfondo alla storia del matrimonio mancato e poi ritardato e a lieto fine tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella mostra non poche affinità con la criminalità mafiosa, dominato com’è dalle consorterie, dalle complicità, dalle impunità, dai silenzi e dalle codardie. Un contesto inquietante, dove la forza legale non proteggendo “in alcun modo l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi da far paura altrui”, genera il comportamento omertoso del curato don Abbondio e in una certa misura contamina anche la figura di Renzo. Personaggio, quest’ultimo, dal carattere metamorfico, pronto al perdono e al pentimento, ingenuo nelle strade di Milano, ansioso nel lazzaretto quando è in cerca di Lucia, ma anche minaccioso nello studiolo di don Abbondio e disposto a fare uso della violenza  quando medita propositi di vendetta nei confronti del prepotente don Rodrigo: “Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d’appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e internandosi con feroce compiacenza, in quell’immaginazione, si figurava di sentire una pedata, quella pedata, d’alzar chetamente la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledizione, e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo”. Come la Lombardia del Manzoni, anche la Romagna di Giovanni Pascoli non è esente dal vizio dell’omertà. In una lettera datata 10 agosto 1904  indirizzata al giovane Leopoldo Notarbartolo, considerato un fratello di sventura poiché aveva avuto il padre ucciso dalla mafia, l’autore dei “Canti di Castelvecchio” accostava l’atteggiamento omertoso degli abitanti di San Mauro ai mafiosi siciliani coinvolti nel delitto di Emanuele Notarbartolo (febbraio 1893), prestigioso esponente del liberalismo moderato ed ex direttore del Banco di Sicilia. Nella lettera Pascoli scriveva che “in Romagna c’era allora uno spirito di setta, dall’apparenza politica e dalla sostanza delinquente volgare, che era tal quale è la mafia, se non peggio”. Nell’abbozzo della lettera conservata a Castelvecchio sappiamo che Pascoli aveva inizialmente scritto: “Sospirai giustizia, ruggii vendetta. Nulla! Ma tutti sanno, almeno in Romagna, che fu ucciso per togliergli il suo posto.[…] Tutti in Romagna sanno perché fu ucciso; ma nessuno della ignobile congiura sanguinosa ha avuto a soffrir nulla…”  Sebbene in Romagna la mafia intesa come gerarchica organizzazione come fu in Sicilia non è mai esistita, tuttavia utilizzando il termine “mafia”, Pascoli voleva sottolineare la chiusura omertosa dei romagnoli verso la possibilità di collaborare con le forze dell’ordine per smascherare gli assassini del padre Ruggero, ucciso il 10 agosto del 1867 sulla strada del ritorno a casa dopo essere stato a Cesena. Manzoni attraverso un grandioso e dettagliato affresco dei comportamenti, della mentalità, delle condizioni di vita  di tutti gli strati sociali della Lombardia secentesca e Pascoli con la sua lettera smentiscono il pregiudizio antimeridionale che vuole l’omertà e il fenomeno ad essa collegato, la mafia, iscritte nel Dna delle popolazioni siciliane, calabresi o campane. Ci aiutano a capire meglio fenomeni che rimandano al compito immane che aveva davanti la classe dirigente dopo l’Unità d’Italia. Paese crogiolo di culture diverse, abitato da popolazioni che non conoscevano la lingua dei funzionari di Stato. Governato da un sistema di potere caratterizzato dal clientelismo, dalla corruzione, da patti segreti che hanno saccheggiato le risorse della Res pubblica contaminandola con ampi settori della malavita organizzata. Per questo quando si dice da parte di uomini politici e di certi scrittori che le difficoltà nella lotta alla mafia vanno ricercate nella “omertà” dei siciliani ecc., si afferma una verità parziale e mistificante. Lo aveva capito bene lo scrittore Luciano Bianciardi. Nella corrispondenza con i lettori che l’autore di “La vita agra” tenne nel 1970-1971 sul settimanale “Il Guerin Sportivo”, sollecitato a parlare dell’argomento mafia, Bianciardi  scriveva che  “la mafia non fu inventata a Palermo”. Essa nasce “dove è carente lo Stato. […]Sorge  ed esiste dovunque vi sia una carenza comunitaria”. Bianciardi non era un mafiologo, anche se nel 1957 aveva tradotto per Feltrinelli il best seller dello scrittore scozzese Gavin Maxwell, “God Protect  me from my Friends” ( tradotto col titolo “Dagli amici mi guardi Iddio”: vita e morte di Salvatore Giuliano”),  però ci trasmetteva una verità semplice quanto drammatica: se nel nostro Paese non si migliorano le sorti di tanti uomini, donne e giovani condannati alla marginalità sociale, all’inadempienza scolastica, al lavoro precoce e privo di serie prospettive, a una condizione di invivibilità e insicurezza che in definitiva incoraggiano la pratica di comportamenti trasgressivi e criminali, fra non molto cesseremo di essere una nazione.

Lorenzo Catania

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