venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Loreto Del Cimmuto
Il Congresso occasione per proposta politica di qualità
Pubblicato il 20-01-2017


Il prossimo congresso del partito viene convocato in via eccezionale e straordinaria per superare un’impasse generata da motivi giudiziari, del tutto estranei a quel fisiologico dibattito politico tra maggioranza e opposizione che deve alimentare ogni comunità politica, più o meno grande e organizzata. Si è spezzato infatti il legame indispensabile per potere costruire e preservare una comunità politica che sta insieme fintantoché esistono un progetto e un sistema di valori condivisi e regole di convivenza in cui riconoscersi. E’ inutile nascondersi la gravità di quanto avvenuto. E non c’è dubbio che la miglior risposta possibile debba trovarsi non solo sul pur necessario piano giudiziario, ma nella qualità della risposta politica da mettere in campo, che non può consistere nel riproporre una nostalgica autonomia da prima repubblica che proprio le vicende giudiziarie scatenate dai suoi nostalgici ha contribuito definitivamente a seppellire (mi riesce difficile infatti capire come si possa ricostruire un soggetto socialista autonomo dando fuoco all’unica casa che dovrebbe ospitarlo).

Il congresso deve essere quindi innanzitutto questo, un’occasione straordinaria per mettere in campo una proposta politica all’altezza della situazione, del tutto nuova, generata dal mutato quadro politico nazionale e, aggiungerei, internazionale. Oggi non sappiamo quando si andrà al voto né sappiamo con quale sistema elettorale. Di certo, dal prossimo mese di febbraio, una volta conosciuta la pronuncia della Corte Costituzionale sull’Italicum, inizierà una campagna elettorale che potrebbe esaurirsi in pochi mesi (voto anticipato) oppure protrarsi per oltre un anno, fino alla fine naturale della legislatura. Di certo, per il Partito socialista si apre una fase molto delicata in cui vanno fatte scelte molto difficili che probabilmente il Congresso di Salerno non era ancora in grado di maturare.

Esistono tuttavia, a mio avviso, alcuni punti fermi. Il primo è che nel No al referendum costituzionale del 4 dicembre vanno rintracciate ed evidenziate le domande di cambiamento di quelle aree del disagio sociale che non hanno intercettato la pur timida inversione di tendenza nel declino economico del Paese e che non hanno trovato nel governo del centro-sinistra e nella narrazione renziana una credibile ragione di fiducia. Il secondo punto è che sebbene il referendum abbia rappresentato un’evidente sconfitta politica per il governo Renzi, ha tuttavia rivelato l’esistenza di una consistente fetta di elettorato disponibile al cambiamento. Un elettorato che, anzi, quel cambiamento lo reclama. Una spinta riformista che è presente nella società e che sarebbe miope e irresponsabile non cogliere e lasciare che si disperda. Compito dei riformisti, se non si vuole consegnare definitivamente il Paese al campo populista, dovrebbe essere quello di imbastire un complicato lavoro di cucitura e di composizione delle une come delle altre ragioni, evitando una contrapposizione pericolosa, per ricostruire un credibile progetto di governo e di crescita economica e sociale del paese. I punti sono presto scritti: una politica per l’industria 4.0; un piano contro la povertà che colpisce ormai circa il 15% degli italiani; gli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, dalla banda larga fino alla ricerca e all’università; una politica fiscale in grado di ridistribuire un po’ di reddito e fermare il declino del ceto medio; una pubblica amministrazione competitiva e capace di lavorare per risultati.

Il terzo punto, e forse il più rilevante dal punto di vista della dialettica politica, è il definitivo venir meno di ogni pretesa di autosufficienza politica da parte del PD. Anzi, proprio se si vuole avviare quell’opera di ricucitura è necessario mettere in campo un fronte riformista largo e plurale in grado di coprire istanze politiche e sociali che non possono essere riassunte ed assorbite nel solo PD. Partito, è bene ricordarcelo, tuttora più impegnato in un’aspra polemica interna e dagli esiti imprevedibili, piuttosto che lucidamente proiettato ad elaborare una credibile proposta politica. Quel 41 % che ha votato si al referendum non è infatti assolutamente e totalmente ascrivibile al PD e a Renzi. Qualunque sarà il sistema elettorale, il tema sarà quindi come declinare, dentro quel sistema elettorale, la presenza organizzata dei socialisti. La riproposizione del Mattarellum, o di una sua variante, è quella che dal mio punto di vista consentirebbe di valorizzare al meglio l’apporto dei socialisti e di ricostruire, sul territorio, un rapporto di fiducia tra candidato ed elettorato. E’ vero che in un sistema sostanzialmente tripolare come il nostro, un sistema maggioritario a turno unico rischia di penalizzare pesantemente proprio il centro-sinistra. Ma è anche vero che i sistemi elettorali trasformano e condizionano l’offerta politica e, quindi, anche i risultati elettorali. Del resto, potrebbe affacciarsi l’ipotesi di un sistema alla tedesca, proporzionale con soglia di sbarramento basato per metà su collegi uninominali. Vedremo. Come vedremo, se infine a prevalere sarà un sistema proporzionale con voto di lista, preferenze, e soglia di sbarramento, magari sostanzialmente ancorato a quello che emergerà dalla sentenza della Corte Costituzionale. In questo ultimo caso il tema delle alleanze si porrà in maniera ancora più impellente. Compito nostro, credo, sarà quello di mettere in ogni caso in campo una proposta politica credibile e in grado di arricchire il campo del centro sinistra.

L’iniziativa lanciata da Pisapia è da questo punto di vista indubbiamente interessante, se tuttavia verrà scongiurato il rischio evidente del suo eccessivo politicismo, che fa pensare ad una operazione di ceto politico piuttosto che ad una proposta che nasce da un radicamento sociale tutto da verificare. Se la proposta si articolerà in una sorta di work in progress aperta e plurale, allora per i socialisti sarà interessante verificarne le condizioni di partecipazione e la praticabilità politica. Quel che è certo è che occorre anche immaginare un modo diverso di stare in campo, più efficace, meno burocratico. Un partito più aperto è il miglior antidoto alla autoreferenzialità. Dobbiamo chiederci se non è il momento di superare definitivamente la tradizionale organizzazione da partito di massa che riflette specularmente l’articolazione burocratica e amministrativa dello Stato, magari innestando su questa articolazione verticale, da mantenere ma che sconta tra l’altro la difficoltà a tenere aperte le tradizionali sezioni territoriali, modalità flessibili ed orizzontali di intervento politico e di animazioni tematiche, sfruttando i social network e il web, dandosi però codici di autodisciplina e regole democratiche certe. La crisi di fiducia nei partiti non può lasciarci indifferenti e sta propagandosi ormai anche agli istituti della democrazia rappresentativa. Una risposta va cercata, perché, anche qui, il rischio è che dietro l’invocazione della democrazia diretta si affermi invece, nel rapporto tra leader e base mediato dalla rete, una forma neanche tanto nascosta di fascismo telematico.

Loreto Del Cimmuto

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Commenti all'articolo
  1. La proposta di Pisapia, potrebbe andare nella direzione di una maggiore efficacia per chi porta avanti dell idee migliorative per la nostra società, ma non sempre ha chiaro come farle diventare vincenti e operative? In questo caso la prenderei in considerazione.
    Detto questo, io credo che il limite, sia del Partito che di altre forze politiche, sia una certa ostinazione a non volere considerare che non è più possibile tracciare dei netti confini tra un settore e l’altro della società e anche dello Stato. Finchè non si affermerà una reale capacità sistemica, non credo che le cose cambieranno gran che. Psicologia di qua, politica di là; arte di qua, politica di là; cultura della consapevolezza di qua, politica di là…E non si può continuare a dire che la politica e la magistratura non ‘debbano’ avere a che fare l’una con l’altra, oggi non è più così, e non credo che indignarsi sia una carta vincente. Manca un’analisi antropologica e sociologica della fase mondiale attuale, e anche della situazione italiana.

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