domenica, 26 febbraio 2017
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Opinioni e commenti
 

Maurizio Ballistreri
Il nostro socialismo
Pubblicato il 23-01-2017


Nel 1978 Lucio Dalla cantava “…la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce anche gli uccelli faranno ritorno. Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno, anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno”: fuori dalla metafora al confine della realtà di una canzone che è un vero e proprio testo poetico tra le ombre di Edgard Allan Poe, il verismo, l’ermetismo, il futurismo il postmoderno letterario, ispirata da un’onirica visione quasi da veggente, per “L’anno che verrà” gli italiani vorrebbero dalla loro classe politica alcune cose di buon senso. Non nuove leggi ma abrogazioni di pessimi provvedimenti in primo luogo. Il Job Act, con il ritorno dell’art. 18 per la tutela reale contro i licenziamenti e la cancellazione della vergogna dei voucher; e, poi, la cancellazione della “riforma Gelmini”, che ha devastato gli atenei italiani, della “buona scuola” e della cosiddetta “riforma della Pubblica Amministrazione”, firmata dal ministro Madia, bocciata clamorosamente dalla Corte costituzionale.
La conseguenza politica dovrebbe essere, quindi, l’ ”abrogazione”, del governo Gentiloni, che contro il voto popolare è stato insediato, caso unico nelle democrazie occidentali in cui chi ha perso continua a governare, peraltro assai male, con le vergognose dichiarazioni sui giovani del ministro del Lavoro Poletti! Già, hanno “straperso”, per dirla con Renzi, e governano, a dispetto del popolo, il demos fondamento della “democrazia”, con un vero e proprio esecutivo del “Sì”, sonoramente battuto nel referendum costituzionale, con la signora Maria Elena Boschi, già ministro delle Riforme, addirittura promossa ad un ruolo chiave, quello di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, vero e proprio insulto in faccia a 20 milioni di cittadini e cittadine della nostra Repubblica, la cui volontà è, ancora una volta, piegata al cartello di lobby che tiene in ostaggio la sovranità popolare: alta finanza, grandi imprese, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario e banche, quest’ultime beneficiarie del primo provvedimento del nuovo governo, assunto (manco a dirlo!) in via d’urgenza: 20 miliardi per salvare il Monte dei Paschi di Siena e altri istituti di credito. E per i disoccupati, i pensionati al minimo, i piccoli imprenditori strozzati dalle tasse e dalla burocrazia e il Sud? Nulla, mentre avanza l’incubo della deflazione e dell’ulteriore crisi dei consumi delle famiglie.
E, naturalmente, il pensiero corre al socialismo italiano, con polemiche che rischiano di distruggere ciò che di organizzato ancora resiste. Ma perché, invece di procedere ad nuovo burocratico congresso, che rischia di trasformare il Psi dalla vecchia “piccola cooperativa” ad una ditta individuale, non si promuovono gli Stati Generali del socialismo italiano, per costruire quel “socialismo largo” di cui parla un leader della storia socialista come Rino Formica; un socialismo largo che pure esiste nel nostro Paese e di cui la politica e i cittadini abbisognano. Associazioni, fondazioni, personalità, intellettuali, dirigenti di organizzazioni sindacali e della rappresentanza sociale e soprattutto giovani, tutti impegnati a ricostruire una forza politica coerentemente legata alla tradizione del socialismo democratico italiano ed europeo, quest’ultimo prima della deriva liberista, blairiana e merkelliana degli ultimi anni.
È sempre attuale il monito lasciatoci da Pietro Nenni all’alba degli anni ’80 del ‘900 sulle colonne di Mondoperaio, proprio durante una delle ricorrenti divisioni del Psi: “Tutto è in questione, tutto è posto di fronte all’alternativa di rinnovarsi o perire”.

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Commenti all'articolo
  1. Ciao Maurizio.
    Scrivi: “esecutivo del Sì, sonoramente battuto nel referendum costituzionale”. Permettermi però di dirti che bisognerebbe anche vedere chi sono questi “vincitori”. A mio modo di vedere il 59,1% dei NO assomigliava molto ad un’armata brancaleone che andava dal M5S a Forza Italia, dall’estrema sinistra a Casa Pound, da Monti alla Lega, ecc.
    Insomma: sulla carta hanno vinto, è vero, ma il “fronte del NO” praticamente non esiste politicamente.

  2. Congresso, Stati Generali, incontri vari, ecc…., io credo che possa starci tutto – ovviamente dentro alle regole che ci si dà, pena il rischio di scivolare in una sorta di “arbitrio” che non è mai buona cosa per una organizzazione – ma ritengo nondimeno che chi riunisce, o vuole riunirsi, debba mettere al primo posto la capacità di formulare e avanzare una proposta abbastanza precisa su cui discutere.

    In tal modo quanti partecipano, o sono invogliati a farlo, sanno chi sono gli interlocutori, nel senso di comprendere in quale direzione questi intendono andare, e qualora i partecipanti o aspiranti tali non fossero d’accordo sull’obiettivo da raggiungere rendersi conto se vi siano o meno margini di mediazione, o se si possa fare quantomeno un tratto di strada insieme, diversamente si può correre a vuoto, e anche con effetti parecchio negativi sull’immagine che una forza o movimento può dare di sé nei confronti del corpo elettorale .

    Io temo infatti che se non vi è una forte chiarezza iniziale, si può anche convenire sull’uno o altro principio di fondo, ma divergere poi quando si passa a “declinarli”, a individuare cioè le azioni politiche per metterli in atto, e sul filo di questo ragionamento, che è personale e dunque opinabilissimo, a me sembra che andrebbe esplicitato, da parte di chi guida un partito, come si intenderebbe procedere, scendendo abbastanza nel dettaglio, riguardo a tematiche attuali e controverse, quali immigrazione, sicurezza, rapporti con l’Europa, politiche economiche ed occupazionali, tassa patrimoniale, stato sociale, reddito di cittadinanza, ecc…., sapendo che occorre quasi sicuramente fare delle scelte, indicando altresì le priorità.

    Riguardo a chi sta oggi guadagnando consenso, a me pare che gli succeda perché riesce ad esprimere posizioni abbastanza precise sull’uno o altro problema dei giorni nostri, le quali posizioni, condivisibili o meno che possono sembrarci, rappresentano comunque una risposta ritenuta credibile da una parte dell’elettorato, che nel travagliato mondo dei nostri giorni cerca di sentirsi proporre soluzioni, e se la politica tradizionale non è in grado di farlo non può poi lamentarsi se prende piede il cosiddetto “populismo”, e neppure demonizzarlo.

    Paolo B. 03.02.2017

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