venerdì, 22 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

MPS e il Capitalismo ‘familista’ italiano
Pubblicato il 13-01-2017


mps-2Alla fine degli anni ’80 il noto giornalista americano Alan Friedman scrisse due libri, molto importanti, ovvero “Tutto in famiglia” e “Ce la farà il capitalismo italiano?”. Perché importanti? Perché svelarono, come solamente l’occhio di un osservatore esterno avrebbe potuto fare, la vera natura del capitalismo italiano: un sistema fondato sul familismo amorale, capace di autoriprodursi senza alcuno scrupolo, allergico a qualsiasi gerarchia fondata sul merito e sul valore della competenza. Un capitalismo furbo e arraffone, che vuole fare profitto investendo poco e rischiando nulla, e che grazie ad una estesa rete di legami familiari e di potere, evita sempre la concorrenza, puntando al monopolio. Questa è la sintesi di un modus operandi che purtroppo, da sempre, ha reso profondamente fragile la grande industria e la grande finanza del nostro paese al cospetto dei mercati internazionali, dove la concorrenza è spietata.

Fragilità che, però, è stata abilmente nascosta, in passato, dal sistema politico italiano; alcune volte in funzione degli interessi strategici dello stato, in altri casi per finalità meno nobili. Come? Coprendo di denaro pubblico e di commesse statali la nostra grande industria, a cui, tra l’altro, molte volte è stato consentito di agire indisturbata in condizioni di monopolio assoluto. Una scelta voluta, per permettere a questi giganti dai piedi d’argilla di poter competere, grazie al sostegno statale, con le grandi realtà industriali del capitalismo internazionale. Un sistema “dopato” che è durato quasi un cinquantennio, ovvero tutto il periodo che va dal secondo dopoguerra alla fine della Prima Repubblica. A fare da “cuscino protettivo” furono i partiti politici che avevano ricostruito l’Italia del dopoguerra. Per mantenere i loro mastodontici apparati organizzativi e burocratici e, quindi, indirettamente, il “costo” del sistema democratico italiano, cercavano molto spesso finanziamenti irregolari da diversi “fonti”, tra cui la grande industria, a cui, in cambio, era consentito operare in condizioni vantaggiose, a patto che assecondasse le politiche occupazionali e industriali intraprese dai governi (vedasi il caso FIAT nel Mezzogiorno d’Italia).
Un sistema che certamente dava forte potere contrattuale ai partiti, dato che gli consentiva di sostenere i costi della democrazia e allo stesso tempo di imporre agli industriali politiche di redistribuzione del reddito attraverso i posti di lavoro generati dai grandi siti produttivi. Un sistema che però aveva anche un grande difetto: aumentare considerevolmente la spesa pubblica e il debito dello stato. Va detto che in un paese come l’Italia, che all’epoca, dal punto di vista geopolitico si trovava al centro dello scontro tra i due blocchi ideologici della “guerra fredda”, ovvero quello occidentale e quello del comunismo sovietico, questo
modello, seppur discutibile, consentì, tutto sommato, di trovare un compromesso tra gli interessi del capitalismo privato e quelli del movimento operaio, ponendo fine al periodo di tensione provocato dagli “anni di piombo”. Un equilibrio complesso che, però, ebbe vita breve, infatti, con la caduta del muro di Berlino, il trionfante neo capitalismo mondiale, legittimato dalla sconfitta del comunismo, suo rivale ideologico, decise che quel sistema politico e sociale di mediazione, oramai divenuto troppo “ingombrante” e democratico, non serviva più. Se, infatti, prima esso era servito a frenare il “pericolo comunista”, adesso costituiva una sorta di ostacolo ai suoi appetiti liberisti.
Per far cadere un potere bisogna colpirlo nel suo punto debole. In Italia il punto debole del potere politico era proprio quel sistema di finanziamenti irregolari, all’ombra del quale, nel frattempo, erano proliferati comportamenti al limite della legalità, come, ad esempio, il sistema delle “tangenti”. Ecco, dunque, che i poteri forti della finanza e dell’industria, stufi di dover sottostare alle condizioni di una politica che gli imponeva certi “limiti”, facendogli addirittura pagare il “pizzo”, fiutano l’occasione. Utilizzando strumentalmente il sistema dell’informazione mediatica, di cui controllavano una fetta consistente, contribuiscono ad accelerare il declino del sistema partitico, che di lì a poco verrà spazzato via dall’inchiesta
giudiziaria “Mani Pulite”. Il circo mediatico-giudiziario messo in campo condiziona e spinge l’opinione pubblica italiana a credere che tutti i mali della società di quel tempo fossero da attribuire a quella politica corrotta ed affarista. Finalmente, senza la mediazione dei partiti scomodi, quegli stessi partiti che per anni gli avevano riempito la pancia di denaro pubblico e che li avevano protetti sul mercato internazionale per coprire le loro fragilità, i “capitani” d’industria e di finanza ora sono liberi di lottizzare il nostro paese e di spartirsi quello che resta della gloriosa industria di stato. Bel modo di cavarsela, ma adesso? Come si va avanti senza mamma politica che eroga sussidi a pioggia? Chi ci proteggerà dalla concorrenza ostile del libero mercato? Chi ci garantirà più commesse sicure? Chi darà la
copertura alle “scalate” dei capitani coraggiosi? Semplice, basta bussare alla porta del nuovo potere costituito, quello che ha sostituito la “vecchia politica”, quello che adesso conta: le banche finanziarie.
Eccoci dunque arrivati al 2017, allo scandalo del debito miliardario del Monte dei Paschi di Siena. Gli attori sono diversi, ma i ruoli sono gli stessi, solo che questa volta al posto della partitocrazia c’è la finanza a coprire le magagne del capitalismo nostrano. Cattivo pagatore, debitore insolvente, sempre in affanno sui mercati internazionali, bisognoso di sostegno più di prima, in altre parole impresentabile. Ma soprattutto, almeno da quanto emerge dalle indiscrezioni giornalistiche sulla lista dei debitori insolventi, a rappresentarlo ci sono gli stessi cognomi, quelli di sempre, nel rispetto della tradizione familistico dinastica del capitalismo italiano. A pagarne le spese? Il bilancio già sofferente del nostro stato, che dovrà tappare per l’ennesima volta una voragine miliardaria, i piccoli risparmiatori, le migliaia di piccole e medie imprese e di famiglie che non riescono più a ottenere credito da parte delle banche, perché i soldi da prestare vanno agli amici “potenti”.
Una vecchia storia, insomma, quella del capitalismo italiano, che come tutti i gattopardi d’Italia riesce sempre a rinnovarsi senza cambiare mai, e che, soprattutto, “tiene famiglia” e quindi deve essere aiutato.
Basti ricordare il famoso “sistema Cuccia”, che attraverso Mediobanca, considerata all’epoca il muro di Berlino del capitalismo italiano, teneva fuori migliaia di piccoli e medi imprenditori. Però, come direbbe Friedman, questa volta ce la farà a salvarsi? Se ci salveremo sarà solo grazie agli sforzi e ai sacrifici dei migliaia di piccoli e medi industriali eroi, che lottano ogni giorno per sopravvivere e per tornare a creare nuovi posti di lavoro. Non ci fidiamo più di chi, da sempre, cerca il credito facile grazie alla protezione dei politici o delle banche.

Daniele Riggi

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