lunedì, 24 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

Saragat. Palazzo Barberini settanta anni dopo
Pubblicato il 11-01-2017


Prima puntata. SaragatE’ facile dire oggi che Saragat aveva ragione. Bisogna riuscire a dimostrare, ripercorrendo la storia degli anni immediatamente precedenti Palazzo Barberini, che Saragat aveva ragione allora. Richiamerò i fatti essenziali. In questo primo pezzo mi soffermerò sulle vicende precedenti il Congresso di Roma del gennaio 1947.

La scissione del Partito socialista, che allora si chiamava Psiup ed era il risultato dell’unificazione del Psi, rifondato a Roma da Romita, Lizzadri, Vernocchi nel 1943, cui si erano aggiunti i reduci dalla prigionia e dall’esilio Nenni, Saragat, Pertini e Buozzi, con il Movimento di unità popolare di Lelio Basso, che riteneva superate le vecchie distinzioni tra socialisti e comunisti, é infatti solo l’atto finale di uno scontro politico che inizia nell’immediato dopoguerra e che si inscrive pienamente nella storia delle diverse tendenze socialiste. Non a caso nel primo Consiglio nazionale del partito, che si svolse a poche settimane dalla Liberazione nell’estate del 1945, il tema prevalente fu proprio quello della fusione. Un conto era infatti l’accettazione del patto di unità d’azione con il Pci, sottoscritto il 28 settembre del 1943, dunque nel periodo successivo all’invasione tedesca, da Sandro Pertini, Pietro Nenni e anche da Giuseppe Saragat, altro conto era costruire un unico partito tra socialisti e comunisti. Il contenuto del Patto del 1943 era profondamente diverso da quello sottoscritto in Francia dai due partiti, che seguiva gli anni delle lacerazioni dovute alle teoria terzinternazionalista del socialfascismo. Quel patto “francese” era prevalentemente di carattere ideologico e manteneva ferme le distinzioni tra i due partiti. Quello sottoscritto in Italia aveva invece un taglio più impegnativo e postulava “l’unità politica della classe operaia”(1). Dunque un obiettivo, peraltro gia previsto nella revisione del patto francese del 1937, che ipotizzava un passo “verso un’unità organica dei due partiti” (2). Dal 1943 al 1945 socialisti e comunisti avevano però maturato convinzioni diverse rispetto al tema della monarchia, che Togliatti, con la svolta di Salerno, imposta da Stalin, accettava come il male minore, mentre Nenni continuava a porre con coerenza la pregiudiziale repubblicana. Tanto che i socialisti, contrariamente ai comunisti, decisero per questo di non partecipare al secondo governo Bonomi. Tale diversa scelta in qualche misura influenzò la stesura del nuovo testo del patto, redatto nel 1944, in cui non si menzionava più l’unità organica tra i due partiti. Eppure, nonostante i comunisti fossero appena stati piuttosto tiepidi ad appoggiare la candidatura di Nenni alla presidenza del Consiglio accettando subito di buon grado quella dell’azionista Ferruccio Parri, il tema della fusione occupò larga parte del primo Consiglio nazionale del Psiup. Già in quella circostanza venne alla luce la geografia politica interna al partito. In questa assise si misurarono infatti due mozioni. La prima, quella unitaria, anche se non immediatamente fusionista, era firmata da Pertini, Morandi e Basso. La seconda, di stampo più autonomista, era sottoscritta da Saragat, Silone e Bonfantini. Nenni, leader del partito, pur non avendo sottoscritto alcun documento, era apertamente schierato coi primi. Neanche loro sostenevano, per la verità, anche se quello più esposto per formazione politica in direzione del partito unico era Lelio Basso, la fusione come obiettivo immediato, ma la prevedevano come prospettiva politica. Questo anche se l’Avanti titolò la conclusione di quel consiglio con un titolo emblematico e cioè: “Verso la creazione del partito unico della classe lavoratrice” (3) e il giorno dopo con un altro titolo ad effetto: “Il partito unico realizza le speranze delle grandi masse popolari” (4). Nemmeno Saragat, Silone e Bonfantini mettevano in discussione il patto d’unità d’azione. Quello che per loro era inaccettabile, e che finiva per svilire le funzioni originali del partito, era la prospettiva del suo annullamento in una strategia di unità organica coi comunisti. Le due posizioni si confronteranno anche nell’arco del 1946 al congresso di Firenze. Nel marzo si era svolta un’ampia consultazione elettorale amministrativa coi socialisti ancora forti e prevalenti in aree urbane del Nord, coi comunisti già egemoni in Emilia e in Toscana. Contemporaneamente Nenni aveva agitato da par suo il tema della Costituente ottenendo, dopo diversi rinvii, la data del due giugno per la sua elezione congiunta al referendum popolare su monarchia-repubblica.

Al congresso, il primo nel dopoguerra, della famiglia socialista, che si svolse al teatro comunale di Firenze, tra l’11 e il 17 aprile del 1946, il partito si trovò unito, sotto la guida di Pietro Nenni, a rivendicare la paternità e l’attualità della Costituente, alla quale i socialisti, più dei comunisti, avevano lavorato con coerenza e senza ripiegamenti. Tuttavia sui caratteri fondamentali del partito, e in particolare sul rapporto col Pci, il Psiup si trovò diviso in tre. Diciamo subito che l’obiettivo della fusione era stato ufficialmente abbandonato anche dalla maggioranza che faceva capo a Basso e Morandi con la copertura di Nenni, e a questa prospettiva restavano legati ormai solo Lizzadri e Cacciatore che poi furono indotti a ritirare il loro documento e a convergere sulla mozione Morandi-Basso. Sandro Pertini si era spostato su posizioni mediane difendendo l’autonomia e l’indipendenza del partito e firmando una mozione assieme a Ignazio Silone. Su questa mozione ripiegarono anche i giovani raccolti attorno alla rivista Iniziativa socialista, che contestavano i governi ciellenisti e sognavano una rivoluzione libertaria e non leninista. Saranno il perno su cui Saragat agirà per far scattare la molla della scissione.

Su posizioni ancora più intransigentemente autonomiste stavano i socialisti raccolti nella mozione di Critica sociale, appunto Saragat, Faravelli, Modigliani, D’Aragona, Simonini. Il congresso segnò una svolta. Il confronto, anzi lo scontro, non era più sul tema dell’attualità o meno della fusione, ma sul modello di socialismo. Saragat, nel suo intervento, richiamò il fatto che “lo sviluppo di un socialismo autocratico e autoritario (era) uno dei problemi attuali” (5) e gli contrapponeva il suo socialismo democratico. Basso parlò di un profondo dissenso “tra lo spirito classista e lo spirito liberalsocialista” (6). Alla fine il congresso diede un esito clamoroso. Le mozioni di Pertini, Silone e di Critica sociale raggiunsero il 51 per cento, quella cosiddetta di Base, cioè di Basso e Morandi, solo il 49. La Direzione venne composta per metà da membri della mozione di Base e per metà da esponenti delle altre due. Nenni da segretario si trasferì alla presidenza e segretario del partito venne eletto Ivan Matteo Lombardo, un esponente relativamente conosciuto, e non Sandro Pertini, come ci si attendeva.

Il partito riprese vigore e alle elezioni per la Costituente del 2 giugno la lista socialista col 20,7% sopravanzò, inaspettatamente, quella comunista, che si fermò al 18,9. La Dc si affermò come partito di maggioranza relativa col 35,2 e De Gasperi ottenne la presidenza del Consiglio formando un governo comprendente socialisti e comunisti, mentre Saragat venne chiamato alla presidenza dell’Assemblea costituente, che dopo la vittoria repubblicana aveva il compito di varare la nuova costituzione. I comunisti rimasero stupiti e in parte scioccati dal risultato elettorale. Nessuno di loro, lo confermò Amendola in dichiarazioni successive, si attendeva un risultato che prevedesse i socialisti più forti di loro. L’aver combattuto, in modi più strenui e con truppe più consistenti, il fascismo e, di rimbalzo, il forte fascino dell’Urss e della sua eroica e vittoriosa resistenza al nazismo, si erano rivelati elementi non sufficienti per ribaltare i rapporti di forza nella sinistra italiana.

Si apriva, dopo il 2 giugno, una fase nuova, nella quale uno degli obiettivi diventò per Togliatti la conquista di un’egemonia a sinistra, ancora non riconosciuta dagli elettori. Iniziò verso i socialisti una duplice iniziativa, come riveleranno successivamente due dirigenti comunisti dell’epoca, Gianni Corbi e Fabrizio Onofri. Da un lato si intensificò una polemica politica verso la maggioranza autonomista del Psiup che a Firenze aveva vinto il congresso, dall’altro si mise in campo una vera e propria opera di infiltrazione di militanti comunisti nel Partito socialista. Onofri scrive: “La presenza del Pci all’interno del Psiup era derivata sia da coloro che si richiamavano alla linea Togliatti, che da coloro che si richiamavano alla linea Secchia” (7). Per questi ultimi era funzionale a convertire il partito all’ora x della rivoluzione, per i primi a combattere lo slittamento socialdemocratico del partito e il suo distacco politico dal Pci. Ovviamente questa infiltrazione di comunisti nelle fila del Psiup (che fu massiccia e interessò l’intero territorio nazionale e un certo Luciano Lama, iscritto al Psiup, venne scoperto mentre indicava di votare per il partito fratello nella sua Forlì (8)) aveva l’obiettivo immediato di capovolgere i rapporti di forza interni in previsione di un congresso da svolgere in tempi ravvicinati.

La nuova situazione del Psiup spinse poi i socialisti a chiedere una nuova formulazione del Patto d’unità d’azione in modo da veder riconosciuta l’autonomia dei due partiti. Il patto venne rinnovato a ottobre. Questo non valse a moderare l’offensiva politica dei comunisti in particolare nei confronti di Saragat e dei suoi seguaci. Togliatti usò parole durissime, già a settembre, in una intervista al Gazzettino di Venezia, ove volle precisare che “il patto non funziona per colpa dei riformisti che hanno la direzione del partito socialista” (9). In più occasioni su l’Unità i dirigenti comunisti usarono frasi sferzanti verso la nuova maggioranza socialista e Togliatti rivendicò il diritto “di intervenire nelle questioni interne del partito socialista” (10) e di combattere contro tale frazione “con tutti i mezzi polemici i quali ci sono accessibili e dei quali ci sappiamo servire” (11). A Saragat Togliatti dedicò poi un fondo de suo giornale intitolato “Tre colonne di piombo” (12), in cui il leader comunista arrivò a definire Saragat e il suo socialismo democratico, contrapposto al comunismo reale, un simbolo per accreditarsi come “tessera ad honorem del movimento dell’Uomo qualunque” (13). A poco valse la replica di Pertini sull’Avanti dall’emblematico titolo “E il terzo gode”. La spinta autonomista dei socialisti portò non a caso, il 13 ottobre, alla promozione di una grande manifestazione nazionale in occasione del monumento a Filippo Turati, eretto a Canzo. Il leader dei riformisti era improvvisamente tornato di moda al punto che Guido Mazzali ebbe a sottolineare che “Turati è il socialismo” (14).

Anche Nenni, sia pur da posizioni diverse, come già era avvenuto per la Costituente, sviluppava da ministro degli Esteri del governo De Gasperi una politica autonoma sui temi di Trieste, e dei confini con la Jugoslavia, al di fuori di condizionamenti ideologici. Un primo elemento negativo nel percorso relativamente autonomista del Psiup fu il risultato delle elezioni amministrative parziali di novembre. Nelle grandi città, da Roma, a Napoli, a Firenze, a Torino, i socialisti vennero superati dai comunisti che riuscirono a ribaltare a loro vantaggio i risultati ottenuti a giugno. Dove la lista socialista e comunista era unica, come a Roma, le cose andarono nel peggiore dei modi, coi comunisti che si aggiudicarono 16 consiglieri e i socialisti solo 5. La sinistra del Pspiup accusò gli autonomisti, questi ultimi, in particolare Saragat, spararono sugli altri che ancora “più imperterriti che mai” (15) si trovavano alla testa del partito. A giudizio del presidente dell’Assemblea costituente gli elettori non volevano “sottoprodotti, ma merce genuina. Se sono comunisti o di tendenza comunista non sanno che farsene di un massimal-fusionismo che ha liquidato il partito nel 1921-22 e che rischia di liquidarlo oggi” (17). Il seme della scissione era già stato lanciato.

Mauro Del Bue

Note

1) A. Benzoni, V. Tedesco, Documenti del socialismo italiano (1943-1966), Bologna 1968, p. 14. Anche in M. Del Bue, Il Partito socialista a Reggio Emilia. Problemi e avvenimenti dalla ricostruzione alla scissione, Venezia 1981, p. 86.
2) Ibidem.
3) Vedi Avanti, 1 agosto 1945.
4) Vedi Avanti, 2 agosto 1945.
5) Il discorso di Saragat, in Avanti, 16 aprile 1946.
6) Il discorso di Basso, ibidem.
7) A. Gambino, Storia del dopoguerra dalla Liberazione al potere Dc, Bari 1975, p. 277.
8) Traditori, in La Giustizia, 23 giugno 1946.
9) Tra comunisti e socialisti, in Avanti, 18 settembre 1946.
10) P. Togliatti, Un partito di governo e di massa, in Politica unitaria ed Emilia rossa, Torino 1946, p. 66.
11) Ibidem
12) Tre colonne di piombo, in L’Unità, 20 settembre 1946.
13) Ibidem.
14) Vedi M. Del Bue, Il Partito socialista, cit, p. 159.
15) Il Nuovo giornale d’Italia, 21 novembre 1946, anche in M. Del Bue, Il Partito socialista, cit, p. 160-161.

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Commenti all'articolo
  1. Ricostruzione storica accuratissima e ti confermo da fonte diretta (S. Servadei) la condotta di Luciano Lama a Forlì (che fece entrare nel PCI anche molti Fascisti, ma questa è un’altra storia). Concordo meno sulla tesi di fondo. Ne potremo discutere con maggior agio, ma, in ultima analisi la battaglia fu sì per rinforzare i legami con i Comunisti, ma soprattutto per ribadire l’egemonia del PSI. Sono convinto che anche Craxi, al suo crepuscolo, avesse un obbiettivo simile dopo la svolta della Bolognina, cioè l’egemonia Socialista nel campo della Sinistra classica, ma, naturalmente, potrei sbagliare

  2. Ricostruzione storica accuratissima e ti confermo da fonte diretta (S. Servadei) la condotta di Luciano Lama a Forlì (che fece entrare nel PCI anche molti Fascisti, ma questa è un’altra storia). Concordo meno sulla tesi di fondo. Ne potremo discutere con maggior agio, ma, in ultima analisi la battaglia fu sì per rinforare i legami con i Comunisti, ma soprattutto per ribadire l’egemonia del PSI. Sono convinto che anche Craxi, al suo crepuscolo, avesse un obbiettivo simile dopo la svolta della Bolognina, cioè l’egemonia Socialista nel campo della Sinistra classica, ma, naturalmente, potrei sbagliare

  3. Ricostruzione storica accuratissima e ti confermo da fonte diretta (S. Servadei) la condotta di Luciano Lama a Forlì (che fece entrare nel PCI anche molti Fascisti, ma questa è un’altra storia). Concordo meno sulla tesi di fondo. Ne potremo discutere con maggior agio, ma, in ultima analisi la battaglia fu sì per rinforzare i legami con i Comunisti, ma soprattutto per ribadire l’egemonia del PSI. Sono convinto che anche Craxi, al suo crepuscolo, avesse un obbiettivo simile dopo la svolta della Bolognina, cioè l’egemonia Socialista nel campo della Sinistra classica, ma, naturalmente, potrei sbagliare

  4. Bravo Mauro. Lavoro intenso ma efficace. Anche dagli interventi di Nenni sia nel governo che alla Camera del deputati si notano le divisioni crescenti fino alla rottura con Saragat.
    Comunque alla fine l'”unità dei socialisti” è stata distrutta e soprattutto durante la segreteria Craxi, l’ostracismo verso l’autonomisto è stato spaventoso. Dei socialisti venivano salvati “solo” i lombardiani. Praticamente la componente sindacalista.
    Ma vedo che tu non hai bisogno di aiuti. già conosci il tutto molto bene. Grazie.

  5. Nel leggere questa bella ed interessante ricostruzione degli avvenimenti e delle traversie di allora, e pensando che poi vi sarà il Fronte Popolare, alle elezioni politiche del 1948, coi risultati che sappiamo, verrebbe da dire che l’alleanza tra socialisti e comunisti non ha mai portato grande fortuna ai primi, i quali dovrebbero a mio avviso tenerlo sempre a mente, quantomeno per non ripetere ancora il medesimo errore.

    Riguardo al fatto che il PCI “rivendicò il diritto di intervenire nelle questioni interne del partito socialista…”, va forse interpretato come il proposito dei comunisti di essere gli unici ed esclusivi rappresentanti della sinistra, così da non accettare che altri potessero, o possano, incarnarla in diversa ed autonoma maniera, il che può anche avere una qualche logica, stando appunto al loro modo di vedere, e a questo punto spetta all’altra sinistra di sottrarsi convintamente a una tale logica “monopolizzante”.

    Paolo B. 12.01.2017

  6. Nel leggere questa bella ed interessante ricostruzione degli avvenimenti e delle traversie di allora, e pensando che poi vi sarà il Fronte Popolare, alle elezioni politiche del 1948, coi risultati che sappiamo, verrebbe da dire che l’alleanza tra socialisti e comunisti non ha mai portato grande fortuna ai primi, i quali dovrebbero a mio avviso tenerlo sempre a mente, quantomeno per non ripetere ancora il medesimo errore.

    Riguardo al fatto che il PCI “rivendicò il diritto di intervenire nelle questioni interne del partito socialista…”, va forse interpretato come il proposito dei comunisti di essere gli unici ed esclusivi rappresentanti della sinistra, così da non accettare che altri potessero, o possano, incarnarla in diversa ed autonoma maniera, il che può anche avere una qualche logica, stando appunto al loro modo di vedere, e a questo punto spetta all’altra sinistra di sottrarsi convintamente a una tale logica “monopolizzante”.

    Paolo B. 12.01.2017

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