martedì, 28 marzo 2017
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Opinioni e commenti
 

Palestina, l’ultima partita per la pace – Ugo Intini –
Il Mattino
Pubblicato il 10-01-2017


Articolo uscito su Il Mattino del 3 gennaio 2017, dopo la delibera del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

La Palestina è di nuovo al centro dell’attenzione. Dopo 40 votazioni in cui ha sempre messo il veto, il rappresentante degli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è astenuto: Israele è stata pertanto condannata per i suoi nuovi insediamenti in Cisgiordania. Obama non deve più preoccuparsi per il peso elettorale degli ebrei americani . Pertanto per la prima volta si è sentito libero di fare ciò che gli appariva giusto, allineandosi alla posizione tradizionale degli altri quattro membri del Consiglio : non soltanto Russia e Cina, ma anche i più stretti alleati di Washington, ovvero Gran Bretagna e Francia. La condanna è quasi una ovvietà, perché è la logica conseguenza della posizione da decenni assunta dalle Nazioni Unite: Israele deve restituire i territori occupati con la guerra del 1967 per consentire la creazione di uno Stato palestinese accanto al suo. Quindi, non può occupare stabilmente nuove aree costruendo quartieri residenziali ebraici.
Con la conferenza internazionale prevista a Parigi per il 15 gennaio, l’attenzione alla questione palestinese si moltiplicherà. Vogliamo riassumere quello che è diventato un rompicapo della diplomazia internazionale (e che presto potrebbe aprire una nuova crisi)?
Con una procedura abbastanza consueta per i Paesi che vogliono acquisire un minimo di influenza, abbiamo a suo tempo ospitato a Roma in un grande albergo una quindicina di prestigiosi opinion leaders israeliani e palestinesi (di centro, destra e sinistra). Li abbiamo fatti “socializzare” tra loro con cene e visite da turisti vip. Poi li abbiamo chiusi in una stanza e, prima di lasciarli soli, abbiamo chiesto loro di cercare una soluzione di pace. Gli addetti ai lavori la chiamano “simulazione”: la sperimentazione cioè di quella che potrebbe essere un trattativa intergovernativa vera. Ecco i risultati.
Con un lavoro di taglia e cuci, Israele si può ritirare da quasi tutti i territori occupati (secondo la logica “terra in cambio di pace”) e i confini si possono ridisegnare. Anche se sarà penoso sloggiare i coloni israeliani (soprattutto fondamentalisti religiosi) che vi hanno creato i nuovi insediamenti.
E il centro storico di Gerusalemme (anch’ esso occupato con la guerra del 1967)? Ha un immenso impatto emotivo per tutte e tre le religioni del libro. Ci sono le rovine del tempio di re Salomone, distrutto dai romani, sul cui “muro del pianto “ancora oggi gli ebrei si lamentano e picchiano la testa a ricordo di quel disastro che aprì la strada a 2000 anni di diaspora. C’è la via Crucis percorsa da Gesù e la basilica del suo Santo Sepolcro. C’è la moschea di Al Aqsa, sorta dove Maometto si riunì con Abramo, Mosè e Gesù prima di salire al cielo accompagnato dall’arcangelo Gabriele, per ricevere ordini direttamente da Dio.
La storia ha un peso che può schiacciare, ma con buona volontà e fantasia lo si può reggere, anche perché alla fine, nell’area che costituisce il cuore delle tre religioni, abitano pur sempre poche decine di migliaia di persone. In questo “cuore” , la sovranità può essere “spacchettata”. I rappresentanti delle tre religioni possono esercitare congiuntamente la sovranità sull’area, rendendola extra territoriale rispetto sia allo Stato israeliano che a quello palestinese. Una sorta di “Stato vaticano”: che è extraterritoriale, appunto, rispetto all’Italia. La sovranità sulle persone non è un problema: gli israeliani avranno passaporto e leggi israeliane, gli arabi li avranno palestinesi. Bisognerà puoi raccogliere la spazzatura e regolare il traffico, ma si tratta pur sempre di problemi pratici non insormontabili. Gli abitanti del piccolo “Stato Vaticano” inter religioso avrebbero d’altronde grandi privilegi e un fiume di denaro proveniente dal turismo. E’ girata anche l’idea di trasferirvi da Ginevra, Vienna o New York una o più agenzie delle Nazioni Unite, con il personale internazionale che farebbe da cuscinetto tra arabi e israeliani, le opportunità di lavoro e i finanziamenti connessi, la natura cosmopolita e di “capitale spirituale del mondo” che ne deriverebbe.
Resta quello che i palestinesi chiamano il “diritto al ritorno”. Il diritto cioè dei cittadini arabi cacciati dalle loro case e dalla loro terra dai soldati israeliani di riprendersele. Ma il buon senso e il pragmatismo ci dicono che in Israele non possono tornare e pertanto dovranno accontentarsi di un indennizzo. Tel Aviv non metterà la mano al portafoglio, ma la comunità internazionale lo potrà fare. Chirac diceva che, se lo si fosse fatto per tempo, con i soldi spesi nei decenni per armi, guerre, caschi blu “peace keeping” e campi profughi, avremmo comprato un appartamento sui campi Elisi a tutti i rifugiati palestinesi.
È impossibile trasformare in realtà questa o altre “simulazioni”? Rabin e Arafat si erano avvicinati a compiere un passo avanti decisivo ma il primo è stato assassinato e il secondo (si sospetta fondatamente) anche. Abbiamo vissuto momenti di speranza. Come quando a Oslo, in un appartamento della periferia, i negoziatori israeliani e palestinesi restarono chiusi per mesi in segreto e partorirono una intesa. Che procurò a Arafat e Shimon Peres il premio Nobel per la pace.
Adesso, perso il momento felice, prevale chi rema (e ragiona) contro. A Tel Aviv, i falchi pensano che l’interesse per la crisi palestinese sia allentato dal terrorismo e da emergenze più gravi. Gli israeliani hanno la forza per continuare a imporre il fatto compiuto e il mondo arabo è pronto ad aiutare i palestinesi soltanto a chiacchiere. Inoltre, la vecchia logica “terra in cambio di pace” non è più valida di fronte al fanatismo terrorista: per quanta terra si ceda ai palestinesi, la pace definitiva non arriverà, perché sempre vi si opporrà un arabo più estremista.
In Palestina, i falchi pensano che la demografia e il tempo giochino a loro favore. Gli israeliani si troveranno in minoranza come i bianchi in Sudafrica. Dovranno dominare con la apartheid e nell’isolamento internazionale; i giovani cominceranno a preoccuparsi per il loro futuro e ad andarsene. Alla fine, la Palestina troverà il suo Mandela. Anche perché il ricordo dell’Olocausto e il complesso di colpa dell’Occidente che aiuta Israele dal 1945 può durare per molte generazioni, ma non più di un secolo.
Le voci razionali (anche quelle dei falchi) sono però sempre più sovrastate dal fanatismo religioso, ovvero dal fondamentalismo: da parte araba, come è evidente, ma non solo. Un tempo, il segretario generale del ministero degli Esteri israeliano (il diplomatico numero uno) era un signore nato e cresciuto a Roma. Ci si poteva anche litigare, ma come si fa a Trastevere. Adesso, il nuovo segretario generale ha così interrotto un ragionamento puramente logico . “Alt, scusi se la fermo. Mio papà è venuto qui a Gerusalemme dalla Russia per esservi seppellito, perché sa che il giorno del Giudizio Universale risorgerà prima degli altri”. C’è anche il fondamentalismo cristiano, che avvicina molti protestanti americani ai fondamentalisti ebrei. Dio stesso, dal monte Nebo, indicò la Cisgiordania a Mosé come la terra promessa al popolo israeliano. Quindi, cederla ai palestinesi sarebbe, oltre che oneroso, sacrilego. Fortunatamente, proprio nella quindicina di opinion leaders citata all’inizio, il più destra degli israeliani, un famoso rabbino, mi ha tranquillizzato. “Non esageriamo-ha spiegato-Dio ha dato una indicazione non così precisa e un pezzetto di Cisgiordania si può cedere”.
D’altronde, qual è l’alternativa? Se non la guerra tradizionale, una guerra strisciante. E sulla guerra Shimon Peres, un padre di Israele (e della sua arma atomica) aveva le idee chiare. In uno di quei momenti fortunati che potrebbero tornare, venne a Roma con Arafat per la “partita della pace” tra israeliani e palestinesi allo stadio Olimpico. Ricevuto al Quirinale da Ciampi, si sedette accanto a lui e gli disse. “Presidente, sa qual è la differenza tra il calcio e la guerra? Nel calcio si vince senza uccidere. Nella guerra, si uccide senza vincere”.

Ugo Intini

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