giovedì, 29 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

Poste italiane: risparmiatori traditi
Pubblicato il 12-01-2017


poste italianeBrutto colpo per le Poste Italiane. Oltre alle croniche disfunzioni per la consegna della corrispondenza postale fin troppo tollerate, si aggiunge il tradimento della fiducia degli italiani nell’affidare i propri risparmi alle Poste Italiane considerate immagine di massima garanzia istituzionale.

Il consueto aumento annuale del costo dei servizi postali decorre dal 10 gennaio 2017 per la spedizione delle raccomandate. I volumi di affari sono in continua diminuzione per diversi fattori tra cui la concorrenza privata dei corrieri postali e la informatizzazione della corrispondenza ordinaria. La risposta della politica aziendale dovrebbe essere quella di una maggiore efficienza dei servizi offerti e maggiore competitività nei costi per quanto concerne il “core business”, mentre per la parte finanziaria dovrebbe offrire maggiori garanzie sulla remunerazione e sulla tutela del risparmio.

Invece, Poste Italiane ha creato un altro caso di risparmio tradito che ha fatto meno scalpore della Banca Etruria o del Monte dei Paschi ma che non può certamente essere trascurato. Si tratta nella maggior parte di piccoli risparmiatori. Risparmi sudati con le fatiche del proprio lavoro o ricevuti in eredità dai genitori che nel corso di una vita modesta e con molti sacrifici hanno voluto lasciare anche un ricordo in denaro ai propri figli.

L’art. 47 della nostra Costituzione recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice, e al diretto e indiretto investimento azionario nei complessi produttivi del Paese.”

La Banca d’Italia e la Consob hanno le funzioni previste dall’art 47 della Costituzione di disciplina, coordinamento e controllo sull’esercizio del credito e quindi avrebbero dovuto controllare anche sulla validità dei prodotti finanziari commercializzati da Poste italiane.

Poste italiane ha sfruttato la fiducia derivante da una antica credibilità istituzionale maturata in molti italiani soprattutto tra i ceti più deboli e finanziariamente meno esperti. Non hanno evitato di usare inganni e raggiri truffaldini ormai diffusi nella pratica della finanza italiana con campagne commerciali eticamente improponibili. I dipendenti delle Poste italiane, come i dipendenti bancari, hanno subito le pressioni commerciali e sono stati costretti ad assumere il ruolo di imbonitori per convincere i risparmiatori ed ottenere la fiducia per l’acquisto di prodotti finanziari che avrebbero perso valore senza nessuna consapevolezza da parte del risparmiatore sui rischi del capitale investito.

Uno Stato di diritto che si rispetti e che sappia attuare la propria Costituzione non può consentire la distruzione del risparmio maggiormente se si tratta di quello della povera gente.

Molti si pongono un problema che fa perdere fiducia nello Stato: è mai possibile che nel mondo della finanza, chi sbaglia non paga mai, soprattutto a livello manageriale e alla fine se la cava solo perdendo il lavoro ma ricevendo indennizzi economici tali da potersi permettere di vivere lussuosamente per il resto della loro vita.

Anche un grande economista americano, John Kenneth Galbraith, nel suo saggio “l’economia della truffa” (titolo originario “The economics of innocent fraud”) pubblicato in Italia nel 2004 descrive e denuncia l’insana abitudine da molti anni diffusa (inizialmente negli Stati Uniti) per gestire le grandi società. Le ripercussioni sociali prodotte dal mondo della finanza sono quelle più devastanti.

Ovviamente non è giusto generalizzare, ma le vicende di questi anni devono fare riflettere ed agire. Se si sono create le condizioni per arrivare ad osservare l’esistenza di vere e proprie organizzazioni autorizzate ad operare liberamente e che commettono consapevolmente delle truffe, si può pensare che in Italia la vigilanza non è vigile o che è complice.

Il caso del risparmio tradito di Poste Italiane, come per il Monte dei Paschi o della Banca Etruria, sta per deflagrare con numeri da capogiro. Riguarda migliaia di risparmiatori che hanno pensato bene di lasciarsi incantare dalla tradizionale sicurezza che garantivano i prodotti di risparmio postali, associati con un altro investimento “sicuro” come il mattone.

Le Poste, insieme ad altri collocatori, dal 2002 al 2005, sotto la guida di Massimo Sarmi, hanno venduto nei loro 14mila uffici le quote di quattro fondi immobiliari, che avevano in comune due cose: il prezzo, di 2.500 euro l’una (un taglio non elevato e per questo accessibile a molti portafogli) e l’alta rischiosità dell’investimento. Il tutto era spiegato bene nei prospetti informativi dei fondi Invest Real Security, Obelisco, Europa Immobiliare 1 e Alpha, ma non sembra che sia stato spiegato altrettanto bene a chi si recava in Posta in cerca di consigli per i suoi risparmi. Che le cose non andassero nel verso giusto lo avevano capito tutti leggendo i rendiconti annuali dei fondi che hanno quasi sempre chiuso con perdite. Anno dopo anno, gli 850 milioni di euro raccolti inizialmente e divisi in oltre 340mila quote si sono quasi evaporati.

Nonostante le perdite dei sottoscrittori, le Sgr hanno continuato a incassare ogni anno commissioni che variano tra lo 0,8 e l’1,8% del valore del fondo. E come loro hanno guadagnato le banche depositarie, gli esperti che hanno redatto le perizie degli immobili, pur cambiandone più volte il valore e determinando l’oscillazione del prezzo delle quote. Al 30 giugno 2016, la valutazione dei periti del fondo Obelisco era di 1.118 euro, mentre quella di Europa Immobiliare 1 era di 1.314 euro, meno della metà del valore iniziale. Le cose sembrano andar meglio per il fondo Alpha valutato 3.304 euro, ma si tratta di una salute apparente, perché dopo un avvio brillante è dal 2012 che non distribuisce più proventi e per riuscire a vendere gli immobili ha chiesto una proroga di 15 anni con buona pace dei pensionati che nel 2002 hanno investito nel fondo. Salute permettendo, dovranno aspettare fino al 2030.

Sui fondi avrebbero dovuto vigilare Banca d’Italia e Consob. Poste, dal canto suo, sostiene di non essere l’unico collocatore e sta cercando, non ancora ufficialmente, un accordo con i consumatori. Eppure, stando al regolamento Consob attuativo del Testo unico della finanza (art. 28), quei prodotti non sarebbero dovuti finire nei portafogli dei piccoli risparmiatori perché ad alto rischio: la durata temporale è medio-lunga e sono difficili da vendere. Le Sgr li hanno pure collocati in Borsa per renderli più liquidi, ma le quotazioni sempre a sconto non hanno permesso di venderli.

Ora si cerca di rimediare, si ma con quali soldi, attingendo ai risparmi degli altri italiani o a quelli dei contribuenti attraverso la Cassa Depositi e Prestiti?

L’obiettivo è individuare una soluzione nelle prossime due settimane. Il giorno potrebbe essere venerdì 20 gennaio, entro quella data i circa 14 mila risparmiatori che nel 2003 hanno investito complessivamente 141 milioni di euro, sottoscrivendo 56.400 quote (con un taglio di 2.500 euro l’una) del fondo immobiliare Invest Real Security (Irs), avranno una misura del rimborso a ristoro delle perdite accumulate con la chiusura del fondo.

Le certezze sulla procedura di rimborso da cui partire sono poche. A cominciare dal fatto che con la scadenza di Irs, avvenuta lo scorso 31 dicembre, è emerso che il valore del capitale rimborsato è pari a 390 euro. L’andamento del fondo è stato, del resto, legato al mercato immobiliare, che dal 2010 in poi ha registrato un’irreversibile flessione che non ha mai raggiunto i bassi valori stimati dalle perizie. Nei tredici anni di vita il fondo ha avuto un rendimento complessivo negativo pari a -7,8%, rendendo conto, tra l’altro, che ha distribuito dividenti e anticipi di rimborso pari a 658 euro per quota. In soldoni, chi ha investito 2.500 euro ne ha ripresi 1.048, ne ha perduti, quindi, 1.452 (cioè a dire il 58%). A questo deve aggiungersi il mancato rendimento per tutto il periodo. Sono questi i numeri da cui Poste Italiane deve muovere per stabilire in che misura onorare l’impegno di «avviare iniziative in favore dei clienti che hanno sottoscritto il fondo immobiliare Irs di Banca Finnat». Vale ricordare che nel 2003 a curare il collocamento è stata proprio la rete dei 14 mila uffici del gruppo postale. Tanto che, in vista della scadenza del fondo e dell’entità delle perdite accumulate dai sottoscrittori, nelle settimane scorse la società guidata da Francesco Caio ha messo in moto una procedura condivisa con Consob, Bankitalia e Ivass per individuare una soluzione.

La mancanza di responsabilità ed etica nella finanza non può continuare ad essere tollerata. Sarebbe una mancanza di rispetto ai principi sanciti dell’art. 47 della Costituzione della Repubblica.

Salvatore Rondello

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