mercoledì, 20 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Processo Raggi, né Pd e né M5s sono democratici
Pubblicato il 19-01-2017


Il sindaco di Roma Virginia Raggi durante una conferenza stampa al comune di Roma, 15 dicembre 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La sezione I del Tribunale di Roma si è espressa un paio di giorni fa sul contratto che la sindaca di Roma Virginia Raggi ha stipulato con Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio (di questo si tratta anche se lei dice che è un contratto con gli elettori: in realtà la multa che ha sottoscritto riguarda i due “garanti” del M5s, gli elettori, retorica e giustificazioni di circostanza a parte, non c’entrano proprio nulla). I giudici hanno dato risposte legali e non politiche. Motivo per il quale se è evidente la sconfitta che il Pd è andato a cercarsi con il lanternino, risulta molto più incomprensibile l’esultanza della sindaca e del Movimento Cinque Stelle: la questione era e resta politica (a essere più impegnativi si potrebbe addirittura parlare di filosofia politica, per i classici del pensiero occidentale comunque una sotto-categoria della filosofia tout court, quella che si cimenta con tematiche immortali e ha snobbato quelle mortali, almeno sino a Karl Marx) e l’errore commesso da Monica Cirinnà, quello di consegnare la soluzione del problema alla supplenza dei giudici, non cancella la questione alla luce di almeno un paio di articoli della Costituzione (per inciso: quella che i pentastellati dicono di difendere ma che poi dimostrano di non conoscere).

Facciamo un passo indietro. L’avvocato Venerando Monello, iscritto al Pd, ha presentato ricorso riguardo al contratto firmato da Virginia Raggi e dai consiglieri pentastellati con la Casaleggio Associati. L’avvocato contestava la violazione del divieto di vincolo di mandato, appellandosi all’articolo 1343 del Codice civile che prevede la nullità di ogni contratto «contrario a norme imperative, all’ordine pubblico e al buon costume» e chiedeva anche che la sindaca fosse dichiarata ineleggibile, in quanto per gli eletti non ci può essere vincolo di mandato come prevede l’articolo 67 della Costituzione.

Come se non bastasse, il contratto in oggetto impegna gli eletti a consultare sempre il garante del movimento, alias Beppe Grillo, per ogni decisione cruciale dell’amministrazione. I firmatari sono obbligati poi a seguire le linee etiche del Movimento e “in caso di violazioni la quantificazione del danno all’immagine che subirà il M5S” sarà di 150 mila euro. Soldi che saranno dati in beneficienza a “un Ente che opera a fini benefici” scelto dalla Casaleggio Associati. Un contratto con una società privata. Un fac-simile del contratto firmato dagli europarlamentari, la “carta straccia” firmata da Marco Affronte che dovrebbe pagare 250.000 euro di penale alla Casaleggio per aver cambiato gruppo parlamentare.

Secondo Venerando Monello “la finalità del contratto non è solo quella di coordinare e gestire l’attività politica degli amministratori eletti nelle liste del M5S, ma quella di coartare la volontà decisionale degli atti politici e amministrativi degli stessi eletti, attraverso l’imposizione di specifiche direttive in deroga al principio costituzionale di divieto di mandato imperativo, ottenute anche attraverso la concreta possibilità di azionare contro gli amministratori il pagamento di una sanzione pecuniaria, in caso di dissenso”.

Il tribunale di Roma era chiamato ad esprimersi su due punti: l’ineleggibilità della sindaca e la validità del contratto. Riguardo al primo punto il tribunale ha dichiarato la sindaca eleggibile in quanto i casi di ineleggibilità sono elencati dalla legge e quelli invocati contro la Raggi non vi rientrano. Il discorso del giudice è semplice e inappuntabile. L’elettorato passivo (cioè la possibilità di candidarsi e farsi eleggere) rappresenta per le norme ordinarie e costituzionali, la normalità; la confisca di questo diritto, pertanto, essendo l’eccezione, è possibile solo sulla base di motivazioni ben “tipizzate”, cioè indicate precisamente dalle leggi. In sostanza, il giudice rispetto a questa “eccezione” non ha un potere interpretativo discrezionale, deve semplicemente rifarsi la lettera della norma. Norma che, nella fattispecie in oggetto (cioè l’elezione a sindaco della Raggi) è l’articolo 60 comma 1 del d.lgs n. 267 del 2000 che indica espressamente e chiaramente dodici situazioni di ineleggibilità. Quella della firma del contratto non è prevista, pertanto la Raggi è eleggibile. La scelta dei giudici riguarda la forma giuridica, non la sostanza politica né la coerenza costituzionale di quel rapporto.

Anche sul secondo punto si è strumentalmente fatta passare l’idea del riconoscimento della “legittimità” del contratto. In realtà, anche in questo caso i giudici si sono mantenuti nel proprio recinto e hanno semplicemente sostenuto che la nullità del contratto non poteva essere disposta in quanto il ricorrente non avendolo firmato non poteva proporre azioni giudiziarie non avendo da quella “carta” subito alcun danno. È evidente che la situazione cambierebbe nel caso a fare ricorso dovesse essere in futuro uno dei soggetti firmatari. È evidente che se ciò accadesse, il giudice dovrebbe valutare le condizioni oggettive e soggettive che hanno portato alla firma del contratto per valutare di conseguenza l’eventuale danno subito dal ricorrente. Insomma, quello che si fa in qualsiasi controversia legale incentrata su un contatto, di lavoro o condominiale che sia.

La questione, in teoria, poteva anche essere posta in sede penale partendo dall’art. 294 del codice: “Attentati contro i diritti politici del cittadino”. In questo caso, il tema sarebbe stato diverso e il giudice avrebbe dovuto stabilire se qualcuno avesse “con violenza, minaccia o inganno” impedito “in tutto o in parte l’esercizio di un diritto politico” o avesse “convinto” l’eletto a esercitare il suo mandato “in senso difforme dalla sua volontà” (un reato punito con la reclusione da uno a cinque anni).

Ma al di là degli aspetti giudiziari, le questioni politiche dovrebbero essere dibattute nelle sedi proprie della politica, non nelle aule di giustizia o negli studi notarili (come è avvenuto per il siluramento di Ignazio Marino, una tra le pagine più vergognose della vicenda romana). In quelle sedi potrebbe essere opportunamente sollevato il problema della fedeltà ai principi democratici di un partito che viene gestito con criteri autocratici, con contratti che creano una sorta di rapporto “datoriale” tra i “garanti” del movimento (Grillo e Casaleggio datori di lavoro) e gli eletti (a tutti gli effetti dipendenti visto che le regole non sono molto diverse da quelle a cui deve sottostare il lavoratore di un azienda).

Ma soprattutto in quelle sedi potrebbe essere sollevata la questione di un partito che vuole partecipare alla vita politica del paese tanto è vero che si candida a governare ma nel frattempo, nella sua azione concreta, viola le norme fondamentali su cui si regge il sistema, quelle santificate nella Costituzione. È possibile pure che siano sbagliate, ma sino a quando sono in vigore, chi vuole partecipare deve rispettarle. Poi se avrà la maggioranza, la forza politica e il consenso generale potrà anche cambiarle. Ad esempio. In che misura Grillo e i suoi rispettano l’articolo 49 della Costituzione che recita testualmente: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Di Maio sostiene che il “cerchio magico” pentastellato è la “piattaforma Rousseau”. A parte il fatto che forse il filosofo ginevrino da quando ha saputo di essere stato associato a una piattaforma tutt’altro che trasparente, si rigira senza tregua nella tomba, sarebbe bello capire come si scelgono i vertici di quel partito, come si definiscono le proposte, come si argomentano e si arricchiscono. Con un semplice clic? Con queste oscure e sinceramente un po’ ridicole consultazioni online come quella che aveva dato via libera con il 78 per cento dei consensi al matrimonio europeo con l’Alde (prematuramente naufragato con ritorno rapido all’alleanza con Farage anche in quel caso imposta dall’alto e accettata dal basso)?

E ancora. Quel famoso contratto che obbliga alla fedeltà con i “garanti” (Grillo e Casaleggio) e non come dice la Raggi con gli elettori (ai quali in realtà interesserebbe molto di più avere una città funzionante, possibilità ancora lontana a sette mesi dal trionfo), non è in contraddizione con l’articolo 67 della Costituzione che recita, ancora testualmente: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Non sappiamo se nel suo tour estivo costituzionale, Alessandro Di Battista abbia spiegato la ratio di questa norma e la sua origine. In sostanza si vuole evitare che l’eletto sia il “fiduciario” di una lobby (forse è questo che vogliono Grillo e Casaleggio?). Per carità, c’è chi ha detto che la democrazia sia il migliore dei sistemi imperfetti ed è evidente, allora, che una regola che nasce con intenti positivi poi possa produrre anche atteggiamenti negativi. Ma proprio per questo nel momento in cui si pensa di aggiornarla bisogna usare prudenza perché è sempre possibile che il rimedio si riveli peggiore del male. Il principio, peraltro è antico e ha un padre nobile cioè Charles-Louis de Secondat meglio noto come Montesquieu. In pratica, quello che è ancora oggi considerato il più grande filosofo della politica e, con tutto il rispetto per Grillo, Di Maio e Di Battista, non sembra essere stato ancora insidiato in questo primato dagli “ideologi” del Movimento 5 stelle.

Concludendo: teniamoci lontani dalle aule giudiziarie, evitiamo di invocare la supplenza politica dei giudici (da alcuni dei quali, peraltro, già praticata senza alcuna invocazione) e riportiamo la questione laddove il pensiero giuridico si forma producendo della conseguenze anche sul terreno legislativo. Il resto, come avrebbe detto un filosofo post-moderno, Franco Califano detto il Califfo, è noia: gli improbabili ricorsi piddini e le (giuridicamente e politicamente) infondate grida trionfalistiche pentastellate.

Valentina Bombardieri

Blog Fondazione Nenni

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