giovedì, 30 marzo 2017
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Opinioni e commenti
 

Le scelte politiche
di fronte al “capitalismo distruttivo”
Pubblicato il 03-01-2017


Piero BevilacquaPiero Bevilacqua, professore di Storia contemporanea presso l’Università di Roma “La Sapienza”, in “Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo”, compie un’analisi critica dell’attuale modo di produzione capitalistico; ma le “ricette” che egli propone per il suo superamento, o quanto meno per la sua correzione, sanno si antico, non solo perché si sono rivelate inefficaci alla prova della storia, ma anche perché sono contraddittorie, se applicate in un’economia di mercato.

A parere di Bevilacqua, il capitalismo è entrato in un’”epoca di distruttività radicale”; esso sta trascinando in un processo dissolutorio le strutture sociali, decomponendo lo Stato, corrompendo le istituzioni politiche democratiche, distruggendo le risorse naturali e vanificando il “senso della vita”. Nonostante tutto ciò – afferma Bevilacqua – la crisi economica recente, “anziché costituire occasione di riflessione profonda, in grado di ripensare gli squilibri insostenibili della gigantesca macchina economica del capitale”, è divenuta “terreno di rilancio di un modo di produzione sempre più privo di ragioni sociali e ambientali”. D’altra parte, benché gli economisti e gli esperti economici di ogni tendenza ideologica, come gli “aruspici dell’antica Roma”, continuino a frugare le “viscere” delle economie in crisi, per scorgere i segni di una possibile ripresa, non riescono a prevedere, così come dopo l’avvento della Grande Recessione, quando sarà possibile uscire dalla situazione attuale.

Bevilacqua respinge le semplicistiche raccomandazioni che il neoliberismo avanza per il superamento della crisi, rifiutando l’idea che la recessione attuale, che ha colpito tutti gli Stati ad economia di mercato, sia un semplice blocco momentaneo del processo capitalistico, perché egli è convinto che non si tratti, in realtà, di un semplice “incidente” momentaneo. In particolare, Bevilacqua respinge le raccomandazioni di quanti, di fronte al persistere della crisi, raccomandano una più stretta regolamentazione dei mercati finanziari, in quanto considerati l’epicentro dello scoppio della crisi; a suo parere, la proposta di una più severa regolamentazione, per quanto apprezzabile, “se non nelle intenzioni reali, per lo meno nelle parole dei proponenti”, non è che una slogan vetusto; ciò perché, la sua irrilevanza, ai fini del superamento della crisi, “mostra quanto insufficiente incomprensione ci sia, da parte dei governi e degli esperti, delle cause profonde che hanno portato al collasso” delle economie di mercato. Tanto più che il sopraggiungere della crisi era ben visibile già prima del 2008, determinata da cause ben diverse dalle crisi del passato.

Quella sopraggiunta nel 2007/2008, a parte la bolla dei mercati immobiliari degli USA, il cui scoppio ha funto da “detonatore” della crisi più generale, quest’ultima, in effetti, è stata determinata nel corso degli anni Ottanta e Novanta del Novecento dal vasto processo di innovazione tecnologica, che è valso a “disaccoppiare” il funzionamento dei mercati finanziari dall’economia reale, sino ad assegnare a questi ultimi un peso tale da “decidere le sorti dell’economia reale a livello mondiale”. L’economia finanziaria, infatti, ingigantendo oltre ogni limite giustificabile i valori monetari, “ha preteso di vivere di vita autonoma, sganciata da ogni equivalente con le merci e i servizi realmente prodotti”. Ma la novità della nuova crisi, rispetto a quelle del passato, – afferma Bevilacqua – è consistita nel fatto che lo sviluppo tecnologico che l’ha preceduta ha comportato, non solo un limitato incremento dei posti di lavoro, ma anche e soprattutto l’espulsione di una gran massa di forza lavoro da molti settori produttivi, con la precarizzazione di quella parte che ancora è riuscita a conservare la stabilità occupazionale; fatti, questi ultimi, che hanno comportato una consistente compressione del monte salari, un crescente indebitamento del settore delle famiglie e un calo della domanda finale, prima ancora che iniziasse la grande depressione del 2007/2008.

A parere di Bevilacqua, il vasto processo di innovazione tecnologica avvenuto prima del 2007/2008 è stato l’occasione della liberazione dell’economia dalle “decennali pastoie burocratiche e sindacali”, al fine di impegnare meglio le risorse disponibili; in questo modo, il capitale avrebbe “messo in campo tutte le sue più potenti armi di conquista”, demolendo pilastri importanti dello Stato sociale e abolendo tutte le conquiste sindacali da tempo conseguite. In conseguenza di ciò, l’ordine delle economie dei Paesi occidentali, realizzato attraverso gli aspri conflitti sociali del XX secolo, è stato radicalmente destabilizzato.

Le politiche neoliberiste, però, sono fallite, originando una situazione economica globale negativa, che i governi e i demiurghi dei Paesi ad economia capitalistica non sono riusciti a rimuovere, nel senso che non sono più riusciti a rilanciare la crescita dei sistemi economici, o quantomeno a rilanciarla secondo i ritmi che sarebbero stati necessari per riassorbire, la disoccupazione creare nuovi posti di lavoro e migliorare i livelli salariali. E’ accaduto così che, malgrado l’enorme capacità produttiva disponibile, le economie non abbiano più potuto fruire di una domanda sufficiente ad “assorbire” la potenziale offerta di beni e servizi prodotti. Contro questa situazione si sostiene spesso che sarebbe opportuno fare ricerca, per immettere nel mercato nuovi prodotti, vincere la concorrenza e creare nuovi posti di lavoro.

Qui sta, a parere di Bevilacqua, la contraddizione delle politiche economiche suggerite per il superamento della Grande Depressione; le nuove tecnologie, posto che siano anche indirizzate ai mercati reali e non esclusivamente a quelli finanziari, se volte a migliorare la produttività delle unità produttive già esistenti, non potranno contribuire ad aumentare i livelli occupazionali; semmai li peggioreranno, contribuendo in tal modo ad abbassare ulteriormente la domanda finale dei sistemi economici, o quantomeno a inasprire le spinte deflazionistiche, scoraggeranno qualsiasi sintomo di ripresa.

Conseguentemente, al contrario di quanto avveniva nel passato, ad un’ulteriore aumento della potenzialità produttiva dei sistemi economici, non può corrispondere, né un aumento del monte salari e neppure una maggiore equità distributiva. Che fare allora per superare l’empasse? A parere di Bevilacqua, il superamento della crisi sarebbe stato possibile se, a fronte dell’aumento della produttività del lavoro verificatosi nei decenni precedenti il 2007/2008 fosse stata adottata una politica pubblica finalizzata, da un lato, a realizzare un’ampia redistribuzione della ricchezza accumulata e, dall’altro lato, ad attuare una sostanziale riduzione della giornata lavorativa e una “spartizione del lavoro di portata pari alla vastità delle trasformazioni produttive realizzate”. In luogo di una tale politica pubblica, in mancanza dell’antagonismo di forze politiche e sindacali che ne avessero determinato l’adozione, si è preferito ripiegare sul terreno della disoccupazione, della precarizzazione della forza lavoro occupata e della riduzione delle garanzie dello Stato sociale.

In tal modo, i sistemi economici in crisi, privati “della spinta e dell’intelligenza riformatrice del suo antagonista storico”, costituito dalle forze politiche e sindacali progressiste, hanno imboccato una via senza uscita, trascinando all’indietro, sul piano del progresso sociale, i singoli sistemi economici. Per il superamento della crisi – afferma Bevilacqua – è divenuto “urgente un cambiamento radicale di rotta, che comporti un riequilibrio nella redistribuzione della ricchezza sociale prodotta in tutti questi decenni. Non ci sono altre vie d’uscita. Il capitalismi deve rassegnarsi all’idea: se vuole vendere le sue merci sempre più abbondanti, deve garantire un reddito anche a quel numero crescente di cittadini a cui toglie il lavoro. E questo comporta l’ingresso di una progettualità sociale che ha poco a che fare con gli automatismi del mercato…Domanda una nuova creatività politica”. Quale?

Al riguardo, Bevilacqua non ha dubbi; pur consapevole delle difficoltà che occorrerà superare, egli propone di “ridurre drasticamente la giornata lavorativa e di distribuire il lavoro come bene, non come merce”; ma anche di inserire “molteplici ambiti dell’economia produttiva e dei servizi entro la sfera dei beni comuni”. Tutto ciò dovrebbe essere realizzato senza creare nuove burocrazie, in quanto il potere pubblico potrebbe gestire le attività produttive ricondotte entro la sfera di sua competenza allo stesso modo in cui gestisce le istituzioni di welfare, accrescendo la democrazia e la partecipazione dal basso dei cittadini. Lo strumento col quale realizzare la trasformazione del modo di produzione capitalistico – afferma Bevilacqua – non può che essere la lotta, “il motore politico che ha trasformato il dominio assoluto del capitale in società industriale…E’ dunque il conflitto sociale che occorre fare rinascere in grande stile, tanto su base locale… quanto sulla nuova scala mondiale in cui si pone oggi gran parte dei problemi”.

Poiché, a parere di Bevilacqua, le potenze responsabili della permanente situazione di crisi nella quale si dibatte il mondo non saranno disposte a tanto cambiamento, occorrerà batterle sul campo, ridando alla classe operaia, alle masse popolari ed a quella che era un tempo la classe media “una rappresentanza politica che ne esprima i bisogni reali, che trasformi le loro spinte in nuovi rapporti di forza nella società e dentro lo Stato”. Solo in questo modo, conclude Bevilacqua, può essere possibile “battere un avversario sempre più privo di orizzonti, di ragioni e di proposte”.

Lo storico della Sapienza non manca, sia pure con riferimento alla sola Italia, di formulare “uno sguardo sul futuro”, indicando una serie di iniziative che, nell’immediato, potrebbero essere intraprese a vantaggio soprattutto della forza lavoro giovanile, quella sulla quale la crisi in atto sta esercitando l’impatto più negativo. Egli, però, nel formulare le sue proposte, non considera minimamente il fatto che l’architrave del suo discorso critico, a parte il riferimento al rilancio della lotta sociale, espressa dalla redistribuzione del lavoro come un bene (tema trattato in più di un’occasione su questo Giornale), risulta essere contraddittorio e non giustificabile sul piano puramente operativo di un’economia a decisioni decentrate; una forma di economia, questa, all’interno della quale lo stesso Bevilacqua ipotizza possa avvenire la trasformazione del capitalismo, senza una espansione ingiustificata della burocrazia pubblica.

Tuttavia, se si considera che le critiche di Bevilacqua sono condivisibili, senza che lo sia però il metodo che egli propone per riformare il modo capitalistico di produrre, non resta che pensare a forme più razionali e meno sorpassate di mobilitazione di quanti non condividono più l’attuale modo di funzionare dell’economia di mercato. Un’alternativa al metodo proposto da Bevilacqua, non può che essere l’introduzione del reddito di cittadinanza, quando questo sia correttamente inteso nel suo significato e nelle sue finalità, contrariamente a quanto avviene in buona parte dell’attuale classe politica. Si tratta di un’alternativa che sta lentamente affermandosi nell’opinione pubblica di molti Paesi europei, tra i quali la Svizzera.

Da questo Paese, pur essendo stata bocciata in occasione di un recente referendum l’idea di introdurre un reddito di cittadinanza incondizionato, emerge una dura verità, sulla quale sarebbe bene incominciare a riflettere. Il governo elvetico e la maggioranza parlamentare si sono schierati contro, sia per ragioni finanziarie, che per ragioni legate al mercato del lavoro, in quanto è prevalsa la tesi, sbagliata, che il reddito di cittadinanza incida negativamente sul necessario legame che dovrebbe sempre esistere tra lavoro e reddito, trascurando la circostanza che il problema più grave del capitalismo dei nostri giorni è proprio quello di non riuscire a creare nuovi posti di lavoro. Si assiste, dunque, ad un’irresponsabile opposizione ad un’innovazione istituzionale, per via del fatto che i Paesi afflitti dagli esiti di una crisi che non riescono a superare, continuino a privilegiare soluzioni di breve periodo, trascurando di dare risposte ad un problema che sarà gioco forza affrontare tra non molti anni, forse in presenza di una situazione sociale molto più esplosiva di quanto non sia quella attuale.

Gianfranco Sabattini

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