mercoledì, 1 marzo 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Leonardo Raito:
L’immigrazione è il tema del giorno
Pubblicato il 17-01-2017


Spazi pubblici, vuoti da riempire. Il dibattito politico che ogni giorno si fa più nelle televisioni che nelle sedi deputate, sta dimostrando la presa che alcuni argomenti di pancia riesce ad avere sugli italiani. Se certe trasmissioni rappresentano, da un lato, lo specchio dell’insofferenza della gente, e dall’altro lo spazio per le necessarie risposte politiche, occorre dire che il tema dell’immigrazione, oggi, non è uno dei temi su cui riflettere, ma il tema principale cui dare risposte concrete. E non si tratta di populismo, ma dell’applicazione di un necessario pragmatismo nel gestire un fenomeno che pare ormai scappato di mano, divenuto un autentico problema sociale, fonte di insofferenza e di preoccupazione nei cittadini.

Nel mio Veneto c’è un caso sotto i riflettori ormai da qualche tempo, e che ho imparato a conoscere grazie ai racconti dell’esperienza dell’amico sindaco di Agna Gianluca Piva. Il suo comune, poco più di 3.000 abitanti sull’asta dell’Adige, si trova baricentrico rispetto a due ex basi militari (Bagnoli e Conetta) destinate da una provvida politica statale a centri di raccolta richiedenti asilo. Quanti? Quasi 2.500 in una zona popolata da poco meno di 10.000 cittadini, ribattezzata il “distretto del profugo”. Se questa è una gestione, verrebbe da dire parafrasando il mitico libro di Primo Levi! Le istituzioni locali, abbandonate a loro stesse, faticano a promuovere azioni in grado di contenere il malcontento che sta sfociando in aperta ostilità. E chi ha il problema se lo deve tenere, anche perché poco funziona la rete solidale degli altri comuni che ben si guardano dall’offrire disponibilità che non pagano nei rapporti con i propri concittadini elettori.

Questo, a mio avviso, è uno dei nodi fondamentali se si vuole capire perché il sistema di accoglienza, così come approntato ora, non funziona. In un clima poco portato all’approfondimento politico e amministrativo, come spiegare a cittadini arrabbiati per una ridotta qualità dei servizi (spiegabile con i molteplici tagli ai trasferimenti ai comuni varati da diversi governi) che non ci sono soldi per contributi, per borse lavoro, per case popolari, e mostrare che si fa tutto il possibile per garantire accoglienza a richiedenti asilo che in rarissimi casi ottengono lo status di richiedenti asilo? Nemmeno le mancette otterranno il risultato, e una forzatura nel sistema dell’accoglienza diffusa (forse questo modello funzionerebbe, ma andrebbe spiegato e capito) si tradurrebbe in una sempre maggiore insofferenza nei confronti delle istituzioni centrali, producendo proteste, barricate, atti di violenza.

Che fare? Occorre, in primis, uno snellimento delle procedure burocratiche per comprendere se i richiedenti abbiano, o no, il diritto all’accoglienza come rifugiati politici. Occorre incentivare una gestione strutturata dell’accoglienza (attraverso lo Sprar, o altre formule) a discapito di quella emergenziale. Occorre che questi rifugiati siano funzionali a progetti delle comunità che li ospitano (lavori socialmente utili, incontri e confronti culturali) senza dare l’impressione di essere sanguisughe che drenano risorse senza costrutto. Occorre poi il riconoscimento rinnovato del ruolo delle comunità e degli enti locali, incentivato in modo serio. E un sistema di comunicazione consapevole in grado di educare alla gestione dei fenomeni, senza esacerbare il clima sociale evidenziando solo le nefandezze della non gestione.

C’è poi un problema di politica internazionale che non va sottovalutato: se l’Europa non fa dei passi avanti nel sostegno ai paesi che, più di altri, sono costretti a gestire un fenomeno di portata storica, è difficile pensare che il progetto europeo sia ripagato con entusiasmo o nuova coesione. Lo scaricabarile delle responsabilità avrà, come contropartita, solo un maggiore distacco e una maggiore lontananza dagli ambiziosi obiettivi dell’Unione.

La sfida, anche se molto complessa, è aperta.

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