mercoledì, 20 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Umberto Catanzariti:
Diritto alla vita e diritto alla morte
Pubblicato il 30-01-2017


Nella cultura cristiana la morte è addirittura definita: “il giorno della nascita” alla vera vita. “Così come la nascita la morte fa parte della vita. Per chi muore e per chi rimane ignorarla non è la soluzione”.
L’uomo alterna un attaccamento radicale all’esistenza quando tutte le cose vanno bene, al desiderio di farla finita, quando è preda della disperazione, esprime il desiderio di morire, la fuga di “questa valle di lacrime”.
Il tema del diritto alla vita e del diritto alla morte sono due principi, a prima vista, incompatibili, da una parte il vessillo della difesa della vita, prospettata come bene assoluto, valore da presidiare a qualsiasi costo, dall’altra il motivo della salvaguardia della dignità umana, inteso come diritto all’autodeterminazione dell’individuo.
Sono posizioni a divergenza abbastanza ripetute e ormai ben note, anche presso il grande pubblico.
I sostenitori della sacralità della vita ritengono che la vita umana sia un dono di Dio, non vi è autorità terrena che possa avocare a sé il potere di sopprimere consapevolmente e volontariamente una creatura umana, in nessun caso e per nessuna ragione al mondo, neppure quando sia il titolare a farne richiesta.
Sull’altro fronte, la risposta è quella di considerare tale proposta non per tutti i cittadini, ma di una parte soltanto della popolazione, quelli che la considerano valida, lasciando la libertà individuale, la padronanza del corpo e della mente .
Chi è favorevole alla legalizzazione dell’eutanasia tende inevitabilmente a sostenere che le conseguenze negative possono essere minimizzate, se non assolutamente evitate, mentre chi è contrario tende a enfatizzare la portata e la negatività delle conseguenze.
La vita, quella vera ha senso solo se vissuta con dignità.
Ogni giorno, in America e nel resto del mondo, a centinaia di medici viene fatta la richiesta di far cessare le condizioni di vita in cui ormai lo stato comatoso e vegetativo è irreversibile. Il problema si è posto drammaticamente con il progresso e i congegni artificiali atti a prolungare la vita.
Nella mentalità di molte persone, oggi, non è più sufficiente non ammalarsi o guarire dalla malattia, ma è necessario tendere verso una pienezza in cui siano soddisfatti non solo i bisogni primari ma anche quelli secondari, sconfinando nel dominio del desiderio. Questa tendenza, se da un lato è positiva, dall’altro non è priva di esiti potenzialmente problematici. La sofferenza, la malattia, la disabilità, l’invecchiamento dividono la società in categorie che sfasciano l’equilibrio dell’esistenza. Il benessere economico procura nuove malattie, come droga, disordini alimentari, abuso di farmaci.Questo porta a un aggravio di spese sanitarie nei paesi del benessere, discriminando coloro che sono indifesi.
L’OMS dichiara: “Ogni individuo ha il diritto e dovere a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia.
Che cosi si intende per fine vita ? Una possibile descrizione suggerisce che: “con descrizione di fine vita si intende un insieme di scelte complesse volte a privilegiare la qualità della vita piuttosto che il prolungamento dell’esistenza”.
Jansen R., dichiara che:“l’eutanasia è indubbiamente un intervento che anticipa la morte, essa equivale a porre fine alla vita umana.
L’eutanasia sarebbe incompatibile con le cure palliative, in quanto la vita, anche quella del morente, è un pellegrinaggio e nessun medico o infermiere può mai essere capace di decidere quando il pellegrinaggio sia giunto alla fine”.
In ambito medico il termine eutanasia indica un intervento finalizzato a ridurre la sofferenza. L’eutanasia in Italia è illegale, e punita dal codice penale, sia l’eutanasia attiva che l’eutanasia passiva.
Attualmente l’eutanasia è legale in Svizzera, Belgio e Olanda ma si discute
continuamente questo dilemma se eutanasia si o eutanasia no. Cominciamo con lo spiegare che si distinguono tre casi fondamentali:
– l’eutanasia come richiesta fatta dal paziente che è in condizioni di sofferenza insopportabile o dai suoi familiari;
– eutanasia come volontà dichiarata in precedenza dal paziente, attraverso il testamento biologico o direttive anticipate;
– eutanasia come “ esigenza sociale”, dunque come rimedio del peso sociale ed economico che l’assistenza comporta.
L’eutanasia, alla lettera “buona morte”, è il procurare intenzionalmente e nel suo interesse la morte di un individuo la cui qualità di vita sia permanentemente compromessa da una malattia.
La prima grande differenza che solitamente si riscontra è quella tra “aiutare a morire” e “lasciar morire”.
Tra eutanasia attiva che è determinata “dall’azione” e eutanasia passiva determinata “dall’omissione”.
Questa divisione serve a distinguere i comportamenti commissivi da quelli omissivi.
All’interno della categoria dell’eutanasia attiva si rileva ulteriore distinzione tra eutanasia attiva diretta e eutanasia attiva indiretta, fondata sull’intenzione alla base della condotta.
Si intende per eutanasia diretta quella forma di eutanasia in cui l’effetto della condotta, la morte del paziente, sia intenzionalmente prevista e perseguita dal soggetto agente, quindi quando il decesso è provocato tramite la somministrazione di farmaci che inducono la morte, per esempio sostanze tossiche .
Nell’eutanasia indiretta quando l’agente contribuisce all’esito letale, magari anticipando, senza che ciò costituisse l’obiettivo primario della sua azione, quindi quando l’impiego di mezzi per alleviare la sofferenza per esempio l’uso di morfina, causa come effetto secondario, la diminuzione di tempi di vita. Tale pratica avviene talvolta nell’ambito della cosiddetta “terapia del dolore” quando negli stadi finali di una malattia, il medico, nel tentativo di placare la sofferenza, gli somministra dei sedativi che hanno l’effetto di abbreviare la vita.
Esiste inoltre la distinzione tra suicidio assistito e interruzione di trattamenti di prolungamento della vita, questa distinzione è di estrema importanza e possiede validità logica.
Nel suicidio assistito è il paziente stesso a togliersi la vita, con il sostegno di un’equipe medica, il medico prescrive i farmaci necessari al suicidio (si tratta in genere di barbiturici o forti sedativi o ipnotici) su esplicita richiesta del suo paziente e lo consiglia riguardo alla modalità di assunzione. In tale caso viene a mancare l’atto diretto del medico che somministra in vena i farmaci. nell’eutanasia invece è il medico a procurare la morte del paziente che ne fa richiesta.

L’ultima distinzione è quella che si fonda sull’elemento della volontà del malato.
Si parla di eutanasia volontaria, quella richiesta direttamente dal paziente, nei casi in cui essa costituisca l’esecuzione della richiesta avanzata dal soggetto malato, l’eutanasia involontaria, quando la volontà del paziente non può essere espressa, perché si tratta di persona incapace, prescinde da qualsiasi volontà del soggetto che la subisce. Come nei casi di eutanasia infantile e nei casi di disabili mentali. Questo tipo di eutanasia incontra gli sfavori della maggior parte delle dottrine.

Umberto Catanzariti

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