martedì, 23 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

L’epoca dello Street food.
Sì, ma non per tutti
Pubblicato il 30-01-2017


street-foodCibo di strada o street food? Solo “folgorati” sulla via del panino – potrebbe essere la risposta calzante! In ogni caso, senza addentrarci in alcun inestricabile garbuglio di interpretazioni, preso per buono che dietro questo estroso modo di pranzare ci sia una valenza storico-culturale e non un ghiribizzo salottiero, è altrettanto vero che non tutti ne sono realmente entusiasti…
Tempo fa mangiare al sacco era una penitenza dura da schivare! Epoche scalognate dove per il popolo la vita era una convulsa corsa agli ostacoli, e i provvidenziali ticket lunch una circostanza di là da venire. Così, per colpa dell’orario draconiano, era usanza portarsi da casa un boccone “di fortuna” e consumarlo a un tiro di schioppo dal lavoro. Perciò diversi dipendenti – approfittando di quella che allora non era il break bensì l’italianissima sosta – mettevano “qualcosa” sotto i denti all’aria aperta in tutte le stagioni dell’anno. D’estate, complici le belle giornate, tutto filava bene – nel senso che la pagnotta casalinga veniva trangugiata in un frangente meteo “misericordioso”. D’inverno – dove pioggia e freddo erano anfitrioni immancabili – lo “spuntino” era deglutito in modo disagevole, in uno stato di semi-assideramento! Al massimo, a “banchetto” concluso, i più fortunati si concedevano un caffè bollente – uno dei pochi comfort espugnabili per la strapazzata classe lavoratrice. Ragion per cui, ai tanti habitué del pasto mordi e fuggi fra un turno di lavoro e l’altro, non gliene frega un granché di conoscere aneddoti e virtù del cibo di strada.

Malgrado ciò, comprese le tribolazioni di caio e sempronio, è innegabile che la consuetudine di mangiare “dove capita” sia una prassi non certo nata ieri ma di intensa accezione storica! È quindi intuibile che entrando in confidenza con il cibo di una determinata località, oltre a scoprire ogni “attributo” dello stesso, diventano fruibili altre considerevoli minuzie – senz’altro valide a comprendere ogni tratto di quell’habitat! E, un immaginario itinerario dalle Alpi a Lampedusa potrebbe essere una rivelazione sotto svariate prospettive, in primis, scoprire e poi apprezzare tante impensabili prelibatezze! Ad esempio, in Emilia Romagna una provocante piadina colma di ogni ghiottoneria, oltre l’Appennino, a Firenze – il lampredotto – preparato come d’abitudine dai trippai del luogo; più a Sud, in Sicilia esattamente nel capoluogo palermitano – il pani ca meusa (pane con la milza) – un diletto mangereccio come pochi. E se a Napoli il cibo di strada è inflessibile tradizione con le pizze e i deliziosi bocconcini fritti (pizzelle, pasta cresciuta, frittatine di pasta), dal vorace elenco è impossibile “dribblare” Roma con il supplì o la pizza bianca riempita di qualsivoglia bendidio! Di nuovo su, sino ad approdare a Venezia – dove si possono gustare gli immancabili “ciccheti” (spuntini mignon di seppioline, uova, baccalà o salumi), mentre a Milano è impossibile dire no ai mondeghili (polpette milanesi) o alla morbida michetta farcita a più non posso. In dirittura d’arrivo tappa a Genova – con una sfiziosa rassegna di focacce, farinate e torte salate. Tuttavia l’inventario di fantasiose “street ricette” potrebbe continuare, poiché ogni borgo, anche il più remoto, ha il suo fantastico cibo da consumare in movimento, e vale a dire incontaminati manicaretti che strizzano l’occhiolino alla tradizione, di solito mai dispendiosi e non di rado efficace attrazione per turisti e appassionati.

È inequivocabile che lo street food sia al centro dell’attenzione, come un attore sotto le lampade del palcoscenico, ed elettrizzante smania per maitre à penser del gusto e gente qualsiasi che desiderano testare portate “alternative” da quelle abituali! Persone che trovano simpatico addentare una polpetta fritta, oppure un arancino di riso in compagnia di una birretta, sotto la canicola agostana oppure sferzati dal nevischio invernale. Accanto alla corrente pro cibo di strada, ce ne sono altri che storcono il naso – poiché per anni e anni sotto scacco delle bizze di Giove Pluvio durante la soprannominata “ora d’aria” lavorativa! Loro, sicuramente, preferiscono il confortevole scranno della trattoria. Il nostro auspicio è che l’antipatia di costoro nei confronti dello street food possa trasformarsi in curiosità verso le tantissime pietanze spicce che, con laboriosità ed estro, parecchie località propongono! In attesa che tutto ciò avvenga, che anche il più riluttante dei forzati del pranzo al sacco si converta di buon grado al succulento rancio stradaiolo – il titolo di questo post – “street food sì, ma non per tutti” – resterà inconfutabile!

Stefano Buso

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